Tornare dal bosco

Tornare dal bosco – Maddalena Vaglio Tanet

Siamo nel 1970, l’ambiente quello del biellese, una città piccola ci si conosce tutti, nelle vicinanza c’è il bosco e la montagna; un luogo fondamentalmente rurale, 

segnato dalla presenza del lanificio, unico inserto industriale che si va a inserire in un contesto ancora distante dal progresso, sullo sfondo una Torino chimerica che attira e respinge i personaggi che popolano il romanzo: famiglie dimesse che vivono nel miraggio di qualcosa di meglio, confortate ma anche confinate in provincia e in fondo tese verso il miglioramento sociale. Silvia fa la maestra, ha 42 anni, una mattina esce di casa, prende il giornale e invece di andare a lavorare va nel bosco e qui la narrazione, piuttosto realistica nel complesso, inizia a sconfinare nella fiaba. Nel giornale c’è la notizia del suicidio di una sua allieva, Giovanna. Silvia è una donna venuta su in un convento di suore, “che non ha mai avuto un rapporto né con un uomo né con sé stessa, se si escludeva qualche goffaggine rara e inconcludente”, attaccata al suo lavoro, che sente come una missione.
Il richiamo del bosco è dovuto al dolore per la scomparsa della ragazza ma anche per la propria solitudine, nel bosco la vita viene intrappolata in un limbo allucinatorio tra la vita e la morte, fatto di ricordi e di momenti di ritorno alla realtà, il bosco accoglie le sue inquietudini.
Entrare nel bosco, per Silvia, può sembrare un atto di annullamento, ma può essere anche la scelta dell’eremita, quell’astrarsi dal mondo per raccogliere i pensieri, allontanarsi da tutto per vedere meglio.
E, appunto, alla notizia della scomparsa di Giovanna, alunna un po’ precoce e un po’ “svogliata” (morta suicida gettandosi dalla finestra direttamente nel torrente), Silvia sente che la sua missione è fallita, perché aveva colto un pericolo per Giovanna, in lei aveva visto un equilibrio instabile e aveva tentato di porvi rimedio, ma evidentemente aveva fallito. Perciò caduta in questo vortice della sconfitta, camminando si ritrova nel bosco, sola senza nulla, in un ritorno alla natura che è quasi un tentato suicidio e un rifugio nell’inedia. A un certo punto Silvia, nel bosco, trova un capano e ci resta per giorni. La vita di Giovanna e quella di Silvia prendono in qualche modo una strada simile, inspiegabilmente entrambe scompaiono, e loro famiglie restano sospese, una nel lutto l’altra nell’affanno della ricerca. Qui interviene la figura di Martino, bambino che vive solo con la madre, proviene da una famiglia trasferitasi da Torino, il padre continua a lavorare in città e torna da loro solo durante fine settimana. Martino nel bosco trova Silvia, la soccorre con tenacia e pian piano prepara il suo rientro nel mondo. È grazie a Martino, al suo riserbo, e alla sua delicatezza che Silvia si salva. Martino, più che altro, ricorda a Silvia l’urgenza della vita.
Oltre a questi tre protagonisti, durante la narrazione, sfila una galleria di personaggi che ruota attorno alla maestra: gli alunni, i conoscenti, la famiglia; un romanzo corale che ricorda i racconti di Fenoglio e Natalia Ginzburg de Le voci della sera, La strada che va in città, Tutti i nostri ieri, storie di persone che vivono una condizione limitata ma anche grandi ambizioni che li portano a sentirsi stretti nel loro mondo, come se i due eventi tragici avessero scatenato le forze sopite di un mondo che pareva immobile, mettendo in luce desideri e rapporti tra passato e presente dei personaggi le cui vite intrecciate e isolate si mescolano e si complicano.
Da Martino che è arrabbiato con i suoi per il trasferimento, a Giovanna, che non si ritrova nel corpo che cambia, a Giulia, nipote di Silvia, angosciata dalla sua sparizione, arriviamo a Suor Annangela, cara amica di Silvia, che non si dà pace per le due sparizioni.
Anselmo, in cugino di Silvia e la moglie Luisa con la nonna Gemma sono tutti alla forsennata ricerca.
E infine la famiglia di Martino con il padre assente e la madre che lavora al maglificio e che non sa cosa vuole e Gianni, lontano cugino amico di Lea e martino, che lavora al maglificio ma in fondo è un intellettuale.
Le loro vite compongono un quadro fatto di fragilità e pensieri sottili, di difficile aderenza alla realtà; di imperfezioni e difetti con cui ciascuno convive.
Sono le voci dei ragazzi, così verosimili, a cui è affidato il compito di guardare la realtà da una prospettiva nuova. Le voci dei bambini sono credibili, ovvero i bambini parlano come bambini, non come falsi adulti, conservano la loro qualità innata: uno sguardo che riconduce tutto a una logica schiacciante, a rivedere i paradigmi del mondo con una nuova lucidità, ad adottare prospettiva insolita e profonda, saper porre le domande giuste, essere diretti, avere un modo lieve e onesto di affrontare tutte le questioni. E allora viene spontaneo ripensare ad alcuni romanzi di Marina Jarre, soprattutto Negli occhi di una ragazza.
La scrittura de Tornare dal bosco con il bosco condivide la dimensione materiale e primordiale, concreta, è una scrittura che si fa con la polvere, presenta un mondo dove la psicologia è assente, o meglio trapela ma non impera. I personaggi sono fatti di gesti, sguardi, azioni, da cui traspare, lievemente la loro psicologia, che li guida con inconsapevolezza verso i loro desideri, che nemmeno loro stessi sanno spiegarsi, è un mondo antico questo, ci troviamo compiutamente nella fiaba che fa del bosco elemento non di paura, ma di trasformazione.

Carson McCullers

Il cuore solitario di una scrittrice del sud

Nel 1934 Lula Carson è una ragazzina che viene da Columbus, una cittadina della Georgia, e che a soli 17 anni si reca a New York con alcuni risparmi, incoraggiata dalla madre a perseguire il suo talento artistico, per iscriversi al conservatorio ma i soldi li perde e decide di restare a New York ugualmente, dove vive presso un’amica, facendo lavori saltuari per pagarsi le lezioni di scrittura alla Columbia University. A un certo punto però si ammala di febbre reumatoide e deve tornare a casa.
Nel ’37 sposa Reeves McCullers (bisessuale) e si trasferiscono nel nord Carolina, il marito è agente di commercio. Dopo poco si spostano ancora più a sud, dove per lei la vita di New York è solo un ricordo. Il clima torrido, il torpore intellettuale, la grande depressione, la fanno sprofondare nella depressione. Inizia a scrivere il suo primo romanzo, che doveva intitolarsi “Il muto” ma diventa “Il cuore è un cacciatore solitario”. La casa editrice le concede un grosso anticipo, il romanzo esce nel ’40 e ha un successo clamoroso, la coppia può permettersi di tornare a New York. A questo punto lei è una star, esordiente a 23 anni, entra da protagonista nell’ambiente culturale. Stringe grande amicizia con George Davies, direttore letterario di Harper’s bazar a cui Carson fa leggere il manoscritto “Riflessi in un occhio d’oro”, storia che le era stata raccontata dal marito. Il libro viene prima pubblicato in due parti su Harper’s. Lei e il marito divorziano per poi risposarsi successivamente, il loro sarà un rapporto che non ha nulla di intimo.

Carson McCullers fotografata da Richard Avedon

A New York è una donna a spezzarle il cuore: Annemarie Schwarzenbach, giornalista, scrittrice, fotografa di grande fascino, a cui lei aveva dedicato il romanzo “Riflessi in un occhio d’oro”.
Nel 1946 esce “Invito a nozze” il cui adattamento teatrale la rende davvero famosa.
Negli anni ’50 sulla scia di Vacanze romane, va a vivere per un periodo a Roma, dove incontra Irene Brin che tradurrà i suoi romanzi, e che l’apprezzerà moltissimo come scrittrice.
Nei suoi romanzi Carson parte dalla violenza e dal groviglio dei rimossi della provincia americana, collocandosi tra la schiera di autori del gotico sudista: Falkner, Welty, O’connor ma con una caratteristica di maggiore tenerezza. La Mik de “Il cuore è un cacciatore solitario” e l’orfana Frankie di “Invito a nozze” sono sicuramente ispirate a lei, insoddisfatta, non sa dove collocarsi alla continua ricerca del suo posto nel mondo.

“Il cuore è un cacciatore solitario”
Primo romanzo scritto e pubblicato.
La storia di un paese e i suoi personaggi, i due muti, all’origine, John Singer e il greco, che finisce in clinica psichiatrica, Singer (gioielliere) rimane solo e, per la sua qualità di saper ascoltare e dare conforto, la stanza in cui vive è punto di riferimento per vari personaggi: Biff il mite proprietario del bar, che vuole un figlio, Mick ragazza talentuosa e con moltissima voglia di vivere (alter ego dell’autrice), il dottor Copeland (in lotta per la causa dei neri) medico di colore che non si capisce come ce l’abbia fatta e la sua famiglia che lo evita perché lui è troppo esigente e intransigente, e infine Blount balordo cercatore d’oro. Il romanzo ci presenta una galleria di personaggi che sono un gruppo di perdenti, segnati da eventi di cruda tragicità e legami indissolubili che portano inevitabilmente alla disfatta.

“Invito a nozze”
Frankie è una ragazzina orfana di madre, ha dodici anni, è un metro e settanta, grande e grossa (alter ego dell’autrice), vive in una cittadina del sud e viene invitata al matrimonio del fratello, il padre è sempre al lavoro e lei passa le sue giornate in cucina con Sadie, cuoca nera, e John Henry West, il cugino, si raccontano i loro pasti lenti, le chiacchierate, la noia e il torpore delle cittadine di provincia. Frankie è un po’ gelosa del fratello, ma spera che andando in un’altra città al suo matrimonio, poi la coppia la tenga con sé e pian piano questa speranza diventa ossessione, tanto che per tutto il romanzo non fa altro che parlarne e si convince che la sua questo avverrà, salvo poi la delusione finale tornando a casa in autobus, dove tutte le sue aspettative legate alla festa verranno deluse.
Tutto il romanzo è teso verso l’aspettativa e la sua vita è una non vita proiettata verso un futuro idilliaco che non si concretizzerà mai. Potrebbe considerarsi un romanzo di formazione, ma è nella staticità e nell’assenza di prospettive che si gioca la formazione di Frankie, che sembra l’alter ego (oltre che dell’autrice) di una delle protagoniste de Il cuore è un cacciatore solitario.


“La ballata del caffè triste”
Il primo racconto, che dà il nome alla raccolta, narra di una strana amicizia tra la proprietaria di un bar, Miss Amelia e un gobbo, suo cugino. La donna si sposa con un uomo innamorato ma instabile e brusco, lei lo tratta malissimo, tanto da sollevare le sue ire e tra i due si instaura una guerra tremenda.
Wunderkind, è la storia di una bambina prodigio, una pianista, che perde ispirazione e voglia di suonare, fino all’esasperazione.
Madame Zilensky e il re di Finlandia è La storia di una misteriosa ed efficiente insegnante di musica che viene assunta presso una scuola e si presenta coi suoi tre figli biondi, lei passa giorno e notte sugli spartiti, ma racconta al preside incredibili avventure di viaggio, tra cui di aver incontrato il re di Finlandia, a quel punto si instilla il dubbio sulle sue storie…
Il forestiero è la storia di un uomo che da Parigi torna negli Stati Uniti in occasione della morte del padre, incontra la ex moglie con la famiglia e si riaccende, forse, la fiamma.
Dilemma domestico è la storia di un marito e sua moglie alcolizzata, lei fa scenate davanti ai bambini lui si occupa di tutto e, nonostante il vizio di lei, non riesce a smettere di amarla.
Un albero una pietra una nuvola, è la storia di un ubriaco che racconta a un ragazzo la sua teoria sull’amore, ovvero che prima di amare una donna bisogna amare tutto il resto, appunto alberi pietre etc…

La sua è una scrittura evocativa, piena di immagini e atmosfere. I suoi personaggi sono spesso dei disperati, degli insoddisfatti, degli irregolari, a volte, troppo trasgressivi per essere accolti benevolmente dalla società dell’epoca, per questo la famiglia della Carson venne minacciata dal Ku Klux Clan, per questo il romanzo “Riflessi in un occhio d’oro” viene riscoperto trent’anni dopo grazie al film di John Huston.
Muore nel ’67, col corpo devastato dalle malattie.

Racconto #3

E la chiamano estate

di Muriel Pavoni


Chiara osserva la linea sottile tra cielo e mare. Certe volte si domanda se in Messico l’orizzonte sia uguale. Se laggiù la linea sia identica o più marcata, se anche da quelle parti certe mattine il cielo e il mare si confondano. Varrà la pena intraprendere un viaggio per scoprirlo? Di viaggi ne ha fatti talmente pochi che si contano sulle dita di una mano: tutti in Italia. Volare è qualcosa che si avvicina al più alto concetto d’avventura che possa immaginare.
Le dicono che è strana perché sta tutto il giorno dietro a un paio di occhiali da sole enormi, all’ombra di un cappellone di paglia. È per via della melanina, è genetica dicono. Quando qualcuno vuol farle un complimento le dice che il suo incarnato ricorda il levigato del Canova. Altri commenti, più offensivi, Chiara li dimentica. A lei interessa solo la gentilezza. L’unica cosa che valga la pena trattenere, nel ricordo, è la gentilezza.
Un’estate intera a tentare di catturare la linea scura tra cielo e mare, sotto l’ombrellone, con la protezione totale, il costume intero e talvolta la canottiera. Le pare che quella linea conservi un segreto: il segreto dei bagnini, delle mamme chinate a spalmare creme sulle schiene dei figli, di chi passeggia, di chi aspetta una pallina con la racchetta in mano, di chi schizza qualcuno a poca distanza; un segreto racchiuso in uno scatto dove tutto questo ha una sua magia. La meccanica dei corpi l’ha sempre incuriosita. A sue spese ha imparato che i corpi sono delle macchine destinate alla sofferenza, ma qui, per un breve istante, sembrano destinati al piacere. Quante foto ha sprecato cercando di catturare quel segreto. Le vengono tutte mosse le foto, è sempre troppo impaziente. Allora alza lo sguardo al cielo; è più facile capire una nuvola piuttosto che tutto quell’agitarsi sotto il sole. Le pare più facile contemplare l’Assunzione della vergine, anziché capire quello che ci sta sotto.
È l’ultima estate che passa nella casa di Lido degli Scacchi, è l’ultima volta che asseconda quella specie di coazione a ripetere lo stesso errore. Se lo promette. Non c’è niente di peggio che stare soli al mare. Meglio l’estate alla piscina comunale, a sopportare la lagna di Paolo che parla unicamente del divorzio. Meglio le serate in gelateria con Marta, a cercare di capire il caos che ha in testa; meglio quel niente lì a questo niente affollatissimo.
Se c’è una cosa che odia è vivere sola. Casa sua è pronta – impacchettata sotto metri di cellophane – ogni tanto va a levare le ragnatele, però poi torna a dormire dai suoi, dice che lo fa per abituarsi lentamente al distacco; ma poi quando sente i loro passi lenti lungo il corridoio si convince che vivere con loro è meglio di niente. Anche il rumore di una scorreggia in bagno è meglio di niente.
Ha aspettato invano che Fabio arrivasse.
“Anche se è finita possiamo sempre passare qualche giorno al mare, ho la casa libera e tante stanze da letto” gli aveva detto prima di partire. “Puoi portare chi vuoi con te” aveva poi aggiunto con finto distacco.
“Semmai vengo” aveva risposto Fabio chiudendo il telefono.
E lei aveva pazientato una settimana intera, tra alti e bassi di umore. L’aveva immaginato apparire sulla passerella sfuocato dal sole, coi i bermuda e il sorriso impacciato. Gli avrebbe offerto un tè freddo. Si sarebbero seduti all’ombra a decidere cosa fare per cena. Ma questo non è mai accaduto e Chiara ha scritto lunghissime pagine di diario e non ha vissuto un solo giorno.
Il problema è che a quarant’anni è la stessa ragazza del liceo. Certi giorni le manca il respiro e prova un senso di vertigine. Farebbe a cambio subito con un’altra vita, che fosse una vita normale però. Prenderebbe a prestito pure quella di Paolo, che va in giro con la faccia da funerale, ripetendo a tutti di non voler morire in solitudine. Oppure con quella Marta, che detesta l’abisso di tranquillità in cui è sprofondata. O magari con quella di Alberto che non fa altro che imbarcarsi in storie sbagliate.
Paolo ha preso in affitto un appartamento e ha imparato a fare spesa da solo, però compra il doppio di quel che gli serve. Non ci va in vacanza quest’anno. Vorrebbe andare a San Pietroburgo, ma di una gita organizzata non se ne parla. Non ci pensa proprio vedere l’Ermitage senza qualcuno con cui parlare di Matisse. Se ne va ogni giorno in piscina, legge seduto nella vasca dei bambini con l’espressione abbattuta. Incontra qualche conoscente che gli domanda come va, lui risponde sempre allo stesso modo:
“Malissimo!” con un’espressione tale che certe volte nota le persone cambiare strada prima d’incrociarlo.
Alla sera, al cinema all’aperto, la libertà è sfilare i piedi dalle infradito e appoggiarli sull’erba umida. È il massimo che si è concesso da quando si sono lasciati. Quando lo faceva accanto a sua moglie lei si metteva a strillare. Poi a casa lo costringeva a lavarsi i piedi con l’Amuchina.
Paolo adora l’estate, ma stavolta non vede l’ora che passi. Seduto sul lettino fissa la cima della siepe che si staglia sul cielo attraversato da nuvole veloci. Incontra Marta che gli chiede come sta e lui risponde:
“Malissimo!”.
Marta si è sposata da un mese, hanno fatto due firme in comune e un aperitivo coi parenti. Il giorno dopo le è venuta voglia di partire per l’Africa con una ONG.
“Non lasciatevi” dice Paolo “non vorrai mica morire sola”.
“Allora ti sei pentito di averla lasciata” risponde Marta.
“Io non posso tornare indietro” replica lui “ma tu sei ancora in tempo. Dimentica le inquietudini e quella nausea, la conosco bene. Ricacciala giù, è meglio, è più comodo”.
Anche quando l’argomento di conversazione è completamente esaurito Paolo la tira per le lunghe. Marta pensa che quella per lui è l’unica occasione di dialogo in tutta la giornata e allora sopporta, è tanto brava a farlo.
Marta, quest’estate, in vacanza non ci va. La nuova casa ha prosciugato energie e finanze. In cambio di tutta la fatica però non ha ricevuto nulla: nessun senso di protezione, amore, nessuna sicurezza, nemmeno un po’ di felicità tra le mura domestiche; solo scatoloni chiusi ammassati ovunque, polvere e terra secca nei vasi.
Si gira verso Giulio, lo scuote che è già tardi. Certe mattine si alza pensando ai lampadari, alle tende, all’attacco del frullatore. Mai che sia il cielo, il mare, la brezza, il primo pensiero del mattino. Non si accorge neppure del profilo delle montagne sul cielo. Quando pensavano al loro futuro assieme Marta immaginava il risveglio tra le sue braccia, affacciarsi al terrazzo in primavera e lunghi baci romantici. Ora la sua immaginazione è occupata a capire come fissare lo stendibiancheria. Pensa ai giorni di ferie che stanno per finire. Pensa allo scarico della lavatrice e non sente neanche più il canto della ghiandaia. Almeno Alberto sarà felice, in giro per l’Italia, spera.
Alberto va a Torino ogni venerdì sera. Litiga con Caterina e ritorna a casa al sabato mattina, giurando che è l’ultima volta che questa matta lo costringe a passare la serata a recitare il NAM-MYOHO-RENGE-KYO in un centro buddista.
“Possibile che mi debba fare quattrocento chilometri per passare il venerdì con un manipolo di esaltati? Mai che si possa uscire a cena. Stare soli, noi due”.
“Se mi amassi davvero ti convertiresti alla pratica” gli risponde Caterina distendendo la schiena per far fluire l’energia.
“Ti farebbe bene. Le ansie a cui sottoponi il tuo corpo finiranno per provocarti un tumore!” aggiunge stendendosi a terra e chiudendo gli occhi.
Dopo una notte di discussioni, intervallate da momenti in cui lei si estrania raccogliendosi in meditazione, lui va via sbattendo la porta. Passano la settimana al telefono, si riconciliano, e il venerdì successivo si replica. Alberto a casa si consola con il cibo di sua madre e una modenese con cui va a letto un paio di volte a settimana.
“Non farti ingabbiare da nessuna fidanzata. Cercano tutte la stessa cosa” gli ripete sua madre sedendogli accanto mentre mangia.
Lui – forse per assecondare la madre – se le cerca sempre fuori città, lontane, scomode.
Quanto s’era messo con quella di Lugo, che insisteva per dormire da lui – prima una, poi due notti – a lui era venuto il fuoco di Sant’Antonio. Lei aveva lasciato lo spazzolino nel bicchiere e lui; lui a guardarlo aveva iniziato a grattarsi. Una sera lo aveva buttato via preso da un raptus, e lei s’era arrabbiata. Era iniziata così quella discussione, con un niente, uno spazzolino, per finire sui massimi sistemi. Era stata lei ad andare via sbattendo la porta. Lui non ci aveva neppure provato a fermarla anzi, si era promesso:
Fidanzate a non meno di cento chilometri di distanza, d’ora in poi!
Una gran perdita di tempo quest’estate in cui non si è fatto neppure un giorno di mare e la linea dell’orizzonte l’ha vista solo dal parabrezza. C’è quasi sempre un bel tramonto infuocato sull’autostrada per Torino o verso Modena, qualcosa che abbaglia davvero. Grazie a tutti quei chilometri si è accorto che la bellezza è qualcosa di inaspettato, che può anche sbucare da dietro un cavalcavia e, per qualche istante, di fronte alla bellezza improvvisa, certe volte pensa di prendere la prima uscita a caso e di non andare né a Torino né a Modena, né tantomeno da sua madre. Poi gli viene in mente Chiara, leggermente arrossata dopo due mesi di riviera, Marta con la falsa serenità di chi sta per esplodere, Paolo con la sua paura di morire. In fondo ha voglia di rivederli.
“Finirà anche questa estate” si sente dire e sta subito meglio.
La mail iniziava e finiva così:
“C’è qualcuno in città per una pizza?”.
È stata Chiara a inviarla, in cerca di una scusa per tornare a casa col primo treno. Si erano tutti affrettati ad accettare, felici di passare assieme la sera di ferragosto.

Una luce compatta si spalma sui portici. Le ombre restano attaccate ai profili delle case, spira un vento di caldo che fa soltanto innervosire, non ci fosse sarebbe meglio. Per strada si può guidare a zigzag, anche contromano, e Marta è contenta di questa piccola trasgressione, come se contasse più dell’altra, quella grossa. La testa frigge. Dov’è andato a finire il gioco, il divertimento la complicità? dove sono iniziate le liti, i ripensamenti, le ripicche?
Qualche chilometro più in là la sua valigia sembra esplosa nel caldo soffocante di una stanza d’albergo senza aria condizionata.
“Non so ancora quante notti resterò” aveva annunciato quella mattina alla reception.
S’immaginava Giulio a tentare di collegare fili, indifferente alla sua assenza.
Durante l’ennesima discussione era riuscita, come al solito, a infliggere l’ultimo colpo ferale e lui si era accasciato sulla poltrona, con l’aria preoccupata più che arrabbiata. Lei se n’era andata sbattendo la porta.
Che bella vita m’aspetta, s’era detta attraversando la città nella canicola, trascinando un trolley mezzo vuoto.
La bella vita era ancora da venire, ci contava però, e nel frattempo faceva i calcoli di quanto le sarebbe costato l’albergo. Andare dai suoi era fuori discussione, troppe domande, e quel: “Te l’avevo detto che dovevi sposare Lucio. Lui adesso è ingegnere!”.
Alberto esce dal bar stordito. Si è fatto due grappe e pensa di passare a una birra, gira un po’ attorno alla stazione ed entra nell’unico locale aperto: quello dei cinesi.
“Contorto” gli ha detto. Ma che vadano tutte al diavolo!
Ordina una birra mentre aspetta il treno di Chiara.
Con la vista un po’ annebbiata la nota che esce dalla porta automatica intabarrata e carica di borse. Le va incontro.
“Cosa ci fai con lo spolverino, ci saranno quaranta gradi?”.
“Ho paura di ustionarmi, tu non sai quanto la mia pelle possa irritarsi al sole”.
Le prende due pacchi e le apre la portiera della macchina:
“Fai proprio bene a passare tre mesi al mare, allora”.
“Infatti sono tornata!” dice lei montando sull’auto.
“E non riparti?” domanda lui facendo una sterzata brusca per evitare un marciapiede.
“Non ci penso proprio”.
“Fabio?”.
“Sparito, come tutti i miei ex.”.
“Caterina?” domanda Chiara.
“Mi ha detto che sono contorto e io l’ho lasciata che recitava le preghiere buddiste”.
“Come ogni fine settimana… domani riparti?”.
“Ho chiuso. Marta come sta?”.
“Non ha fatto che lamentarsi per un mese, poi stamattina mi ha chiamata dicendo che l’ha lasciato. Tu sai niente di Paolo, invece?”.
“Ha paura di morire”.
Alberto, improvvisamente, parcheggia con una frenata secca in un posto che si è appena liberato, Chiara lo guarda in tralice, felice che quel tragitto sia terminato.
“Al ritorno vado a piedi” precisa scendendo dalla macchina.
Tutti e quattro sono amici dai tempi del liceo, ma loro due in modo particolare. Molti anni prima erano stati sul punto di baciarsi. Era stato un momento, poi era passato, ma fingevano entrambi che non fosse mai esistito. Tra di loro c’era sempre un misto di frenesia e imbarazzo oltre alla voglia di vedersi per chiacchierare.
C’è aria di festa ovunque quella sera, tranne in quella pizzeria mezza vuota, alla luce di un neon tremolante, con un unico cameriere, per di più, ingrugnito.
Paolo, arrivato in anticipo, muove il braccio per farsi notare, Alberto e Chiara lo salutano, lui di risposta sbuffa indicando l’orologio.
“Marta arriverà come al solito in ritardo!” si lamenta. Ma poco dopo appare lei, di corsa, spettinata e trasandata. Si sorridono sollevati, come se le vacanze fossero ormai un ricordo e si potesse tornare al conforto delle loro abitudini: una pizza al mese, qualche serata al cinema, un teatro ogni tanto.
Come accade tutte le volte che non si vedono da tempo iniziano a parlare confusamente, passandosi sopra con la voce, sbagliano i tempi con la foga di raccontarsi tutto. Appena riprendono fiato esce fuori il discorso di Mauro.
“Quest’anno è l’anniversario dei dieci anni” ricorda Chiara.
“Proprio domani, come passa il tempo. Non vedo sua figlia dal funerale” dice Paolo.
“È grande oramai!” replica Marta.
“L’hai incontrata?” domanda Alberto.
“No, ho trovato una foto su Facebook” risponde Marta.
“Dovremmo organizzare qualcosa con la moglie, è tanto che lo diciamo” conclude Chiara.
Improvvisamente s’insinua qualcosa tra loro: un respiro profondo che condensa il tempo in un attimo perfetto, compiuto. Quella scomparsa, che aveva lasciato troppe domande, è lì a ricordare la fortuna di esserci, a sottolineare la bellezza di masticare pizze gommose, sorseggiando birre ormai calde. In quell’attimo si trovano felici nelle loro vite confuse. Appagati dal quel poco che hanno, eventualmente da quello che avrebbero voluto, da quello che manca; felici delle delusioni, delle sconfitte, di ritrovarsi ancora, di rivedersi imperfetti ma vivi.
Finisce che nessuno fa accenno a quello schifo di estate. Finisce che dopo ore di chiacchiere, passata l’una di notte, ciascuno sente il desiderio di rientrare nella propria vita, che fino a quel momento avrebbe voluto barattare con qualcos’altro.
Marta, dopo cena, torna in albergo a prendere le sue cose.
“Non resto per la notte” dice alla reception.
“C’è una piccola tassa da pagare” la informa il guardiano notturno. Lei paga quasi sollevata e se ne va, sperando di trovare Giulio ancora sveglio, augurandosi che le dia un bacio e le accarezzi i capelli mentre si addormenta.
Alberto, la mattina presto del giorno dopo, prende la macchina e imbocca l’autostrada per Torino. Al primo autogrill si fa un prosecco e pensa che Caterina è davvero bellissima coi capelli sciolti sulla tunica bianca che usa per pregare.
Paolo continuerà ad andare in piscina per alcune buone ragioni: ha fatto l’abbonamento ed è certo di poter incrociare altri due o tre conoscenti a cui non ha ancora raccontato del divorzio. Per San Pietroburgo ci si penserà il prossimo anno, quest’anno vorrebbe chiedere all’impiegata dell’agenzia viaggi di andare a cena fuori.
Chiara, la mattina dopo, prende il treno per il Lido, magari Fabio l’aspetta a casa. E se non ci fosse si farà bastare le mamme e i bambini che gridano, oltre a quel manoscritto che deve consegnare a settembre. Contempla i campi assolati, scorre i fili della luce in cerca di rondini. Delle volte la bellezza si nasconde dietro una serata in pizzeria.
Quella stessa mattina, dieci anni prima, Mauro aveva fatto un bagno al fiume. Assurdo affogare – avevano pensato tutti – per uno che addirittura aveva fatto il sommozzatore. L’avevano trovato sul fondo con un paio di stivali di gomma ai piedi e nessuno, da quel momento in poi, ci aveva capito niente.
“Sai cosa ti dico” aveva concluso Alberto a fine serata insistendo per riaccompagnarla in auto “tutto sommato sono contento”.
Chiara aveva annuito. Lo era pure lei, perché certe sere una pizza fredda e una birra calda sono abbastanza per essere felici.

Samanta Schweblin

Il perturbante quotidiano di Samanta Schweblin

La incontro con il romanzo Kentuki, una sorta di distopia contemporanea in cui impazza un fenomeno planetario costituito da pupazzi elettronici a forma di panda, corvi, draghi, topi, conigli, dotati al loro interno di un software, ruote per spostarsi, sensori e una telecamera.  

Si può scegliere di averne uno che diventa un angelo custode, ma anche una spia che segue ogni nostro movimento. Gli esseri umani che li possiedono sono indissolubilmente legati ai loro Kentuki, oppure Kentuki si può divenire, sentendo e vedendo come uno di loro e in un mondo spietato e crudele si muovono questi pupazzi accanto alle storie dei loro possessori. Nel mondo in cui il Kentuki si diffonde in maniera virale il suo possesso diventa un’esigenza fondamentale, ma poi succede che alcuni lo amino, altri inizino a detestarlo, resta che tutti indistintamente, ne restino schiavi. Il romanzo sembra voler rispondere alla domanda per cui questi pupazzi diventano così insostituibili. Ogni personaggio, infatti, ha un motivo che lo spinge, ognuno una solitudine, una disfunzione, qualcosa che s’inceppa e avere un Kentuki sembra la risposta sbagliata a una giusta domanda di solitudine. La narrazione appare frammentaria, formata da storie indipendenti le une dalle altre che vengono iniziate, sospese e riprese, procedendo in parallelo.

Devo dire che di questo romanzo mi ha colpito più l’idea che per il risultato, mi è parso pervaso di buone intenzioni un po’ sospese; eppure ho deciso di dare una seconda possibilità a quest’autrice, senz’altro originale, e sono passata a Distanza di sicurezza, romanzo breve che aggiunge, alla distopia, il tema del perturbante; è la storia di un passaggio di anime.

La voce narrante è Amanda, una donna che, in un letto di ospedale, vaneggiando, cerca di ricostruire una vicenda, che è quella che coinvolge la vicina di casa Carla e il figlio David, coetaneo di Nina, la figlia di Amanda. David s’infortuna in modo misterioso e la madre, invece di portarlo dal medico, lo porta da una strana “fattucchiera” e da quel momento il bambino si salverà ma assumerà un carattere completamente diverso. I contatti e l’amicizia tra le due famiglie porteranno Amanda a perdere la distanza di sicurezza nei confronti di sua figlia, che definisce in questo modo all’inizio del romanzo: “La chiamo distanza di sicurezza, così definisco la distanza variabile che mi separa da mia figlia, e passo metà del tempo a calcolarla, anche se poi rischio più del dovuto”. Il romanzo, che ha i ritmi del thriller, ruota attorno ai temi della maternità e della contaminazione dell’ambiente in cui viviamo, ma introduce una certa idea di sovrannaturale legata all’impossibilità di governare le nostre vite e alla necessità di affidarsi, di tanto in tanto, al magico. Sicuramente questa lettura mi ha convinta più di Kentuki e altrettanto convincente ho trovato il film omonimo, uscito nel 2021 per la regia di Claudia Llosa, ispirato al romanzo e fedele nella ricostruzione.

Sono allora passata alle novelle, che ritengo la sua forma più congeniale e originale e che attinge alla tradizione di Cortazar, Flannery O’Connor, Lucia Berlin. In particolare Sette case vuote e Uccelli vivi. Però Sette case vuote si smarca dal perturbante per affidarsi a una quotidianità minimalista fatta di gesti consueti e famiglie piccolo borghesi le cui vicende sono legate alle case o, meglio, nelle case vuote resta la traccia di chi le ha abitate. 

Però qui il perturbante lascia il posto alla follia del quotidiano, al proprio essere fuori posto nel mondo, e alla distanza fra il sé e il mondo.

Infine Uccelli vivi torna al perturbante, che è la sua cifra, quella che dà risultati più “felici”. Si potrebbe anche parlare di realismo magico, però contaminato dall’horror e dalla distopia; in particolare rispetto all’inquietante racconto che dà il titolo alla raccolta.

È la stessa Schweblin a scrivere un’illuminante introduzione alla raccolta, dove spiega che i racconti nascono da immagini che le sfilano sotto gli occhi nella quotidianità, o episodi che le vengono raccontati, che spesso scrivendo unisce fatti parecchio distanti, trovando però un incastro nella scrittura, aggiunge che lei stessa scrivendo impara qualcosa di nuovo su quei fatti e conclude dicendo che la prima stesura di un racconto è quasi sempre da abbandonare, ma è una traccia per quello che il racconto vuol dire all’autore. Si giunge poi alla conclusione che scrivere rivela la stranezza del mondo e prima di scrivere questi racconti, tra i primi della sua carriera, non sapeva di essere così tanto interessata all’impensabile, a ciò che improvvisamente accade, alla stranezza della realtà e alle curiosità che assalgono quando si assiste a una scena che ha molti punti da chiarire, ma sono stati i racconti stessi indicarle la sua strada.

Ragazze, donne, altro… discorsi

Archetipi femminili a confronto e modelli alternativi

Da un dialogo con un’amica, scrittrice di romanzi per ragazzi, è nata una riflessione sulla letteratura scritta prevalentemente da autori uomini, questa infatti non sempre offre personaggi femminili che rappresentino la varietà dell’universo della donna.
Tanti caratteri femminili che vivono nei grandi romanzi corrispondono a schemi abbastanza prevedibili, perciò abbiamo voluto cercare altre sfaccettature del mondo femminile letterario e per
farlo abbiamo usato una mappa: Le dee dentro la donna di Jean Bolen.
Bolen, psicoterapista e scrittrice, identifica invece una varietà di universi
femminili, di diversi archetipi, che descrive attraverso le dee della mitologia
greco romana.
Esiste infatti il gruppo delle imperturbabili dee vergini, Diana, Minerva e
Vesta, e il gruppo di dee che invece vivono e si realizzano attraverso la relazione
con gli altri, Giunone, Demetra e Proserpina. Queste ultime sono le più
“maltrattate” dalla società patriarcale, spesso violentate, tradite, rapite, vendute
o devastate dai lutti o dalle perdite delle persone amate.
Da ultimo Bolen analizza la dea Venere che non colloca in nessuno di questi due
gruppi, definendola un archetipo di tipo trasformativo.
Abbiamo, quindi, esplorato romanzi differenti in cerca di personaggi femminili
che riflettano ognuno di questi archetipi, cercando di andare oltre agli stereotipi
conosciuti. L’obiettivo è stato quello da un lato di restituire una
multidimensionalità e uno spessore all’universo femminile letterario, dall’altro
cercare personaggi in cui poterci identificare, in quanto lettrici donne, che
vadano oltre al semplice “come gli uomini vedono/vogliono le donne”.
Per proseguire abbiamo cercato altri modelli rappresentativi nel saggio Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estes che affronta l’archetipo della Donna Selvaggia e le tappe di iniziazione della vita di una donna. Lo fa però in maniera particolare: raccontando delle storie. Alcune sono quelle classiche del folklore o del mito, come il Brutto Anatroccolo o il mito di Demetra, altre appartengono a culture e paesi che non conosciamo e suonano nuove alle nostre orecchie.
Da queste riflessioni nascono le chiacchierate intorno alla letteratura e agli archetipi che riporto sotto, poi sfociate in presentazioni di autrici che propongono modelli alternativi di rappresentazione della donna in letteratura.

Gli archetipi femminili di Clarissa Pinkola Estes

Le raccoglitrici di ossa di Clarissa Pinkola Estes

Le dee dentro la donna, Jean Shinoda Bolen, le vergini invulnerabili.

Le dee dentro la donna, Jean Shinoda Bolen, le dee della vita e della morte, Demetra e Persefone.

Esplorazione dei personaggi femminili de “La notte si avvicina”, una chiacchierata con Loredana Lipperini.

I personaggi femminili nei romanzi di Francesca Capossele.

“Nel mare ci sono i coccodrilli”, raccontare personaggi reali con Fabio Geda.

“Nina sull’argine” di Veronica Galletta, una voce femminile che parla di lavoro e di rinascita.

“Divorzio di velluto” di Jana Karsaiova, discorso sulla separazione, le radici e la lingua che scegliamo ci appartenga.

“Non è al momento raggiungibile”, una chiacchierata con Valentina Farinaccio e la sua portuencer.

“Trema la notta”, incontro con Nadia Terranova.

Annie Ernaux, essere la personaggia delle proprie storie tra fiction e memoria.

“Tornare dal bosco”, la maestra protagonista del romanzo di Maddalena Vaglio Tanet.

Racconti #1

Anatomia di un’amicizia imprevista

di Muriel Pavoni

Striscio le ruote contro il marciapiede, la macchina è per metà sulle strisce pedonali, faccio un paio di manovre e finisco d’incassare ancora di più le gomme. A vent’anni mi credevo una grande pilota, ho fatto decine d’incidenti prima di capire che l’unica soluzione, col mio modo di guidare, fosse di moderare la velocità. Scendo senza controllare se ci sia qualcuno dietro.
“Chiara, sono qui!” La chiamo.
Lei – tutta sua madre con un tocco di zia Bice – mi sorride scoprendo gli incisivi troppo grandi. Andiamo al bar dei giardini, io a piedi, lei spingendo la bicicletta. Per paura del silenzio la tempesto di domande.
“Marta, devo dirti una cosa”, m’interrompe Chiara in tono solenne. Io per un attimo tremo e temo che sia una di quelle notizie che si conficcano nello sterno, qualcosa di irreparabile. Invece è una sciocchezza rispetto a tutto quello che sta per succedere.
“Alberto con Caterina si comporta male.”
Assurdo preoccuparsi di Alberto in un momento così. Lo penso ma non lo dico.
“Sono grandi, se la caveranno”, rispondo ma lei non è convinta. Crede che le relazioni debbano essere oneste. Ci prendiamo un caffè e deve subito scappare.
Le faccio altre domande. Vorrei notizie rassicuranti, vorrei che mi dicesse che si risolve tutto, che fra un mese, un anno, tutto passa. Lei mi risponde rapida, senza guardarmi in faccia evita qualsiasi certezza. Apre la catena e la mette nel cestino.
“So di essere pesante”, aggiungo.
“Apprezzo le domande d’interessamento”, e s’avvolge in quattro giri di sciarpa, s’infila il giubbotto di jeans sopra due strati di maglie, inforca il cappello alla Fidel Castro e così bardata monta in bicicletta. La osservo pedalare un po’ storta nell’aria limpida di maggio. Stringe gli occhi. Ha i denti di fuori quando si gira per attraversare la strada. Lei è così prudente. Siamo così diverse. Ora, con tutte le sue paure, Chiara va incontro all’imponderabile, la guardo e sono io adesso che ho paura. Raccoglie di continuo un lembo di sciarpa che scivola giù. Sparisce inghiottita dai piumini dei pioppi.
Un giorno ho scritto l’elenco delle dieci cose che avrei fatto prima di morire.
‘Mi terrei un libro preso a prestito dalla biblioteca solo per ricevere qualche lettera, anche dopo morta’. Mi viene in mente ora guardando Chiara allontanarsi. Faccio per pagare due caffè, ma il barista ne calcola solo uno. Sono un po’ sorpresa, ma non faccio questioni e torno alla macchina.
Sfilo la multa dal parabrezza e ripenso a due settimane fa, quando ho letto il racconto di Chiara, Amici in paradiso. Gloria, l’amica della protagonista, legge moltissimo, è sempre in ritardo e guida male. Mi sfiora l’idea di essere un personaggio letterario. Essere un personaggio di Chiara è un po’ come esserci davvero nella sua vita. In quella scena, poi, le due protagoniste vanno a comprare un regalo, che non sia un libro, le ammoniscono preoccupate le amiche. Mi convinco di essere proprio io il personaggio in questione e mi ritrovo a guidare sulla corsia opposta.
L’estate scorsa, mentre parlavamo tra noi, in piscina, Elena a un certo punto ha detto, è normale che non conosca nemmeno uno dei libri di cui parlate? Chiara ha risposto sì, perché io e Marta non leggiamo in maniera normale. Sono davvero io quel personaggio che legge tanto e guida male e mi viene da sorridere a pensarci.
La ritrovo nella sala d’aspetto del dentista. Un odore di pulito l’annuncia. Niente creme o profumi, solo sapone, ma intenso. Ho pensato di farti un regalo, oramai siamo amiche, dice porgendomi un pacchetto da scartare. È un libro di poesie di Maddalena Bartolini. Sorrido imbarazzata, non l’avevo calcolata questa amicizia. Prima di uscire dallo studio prende fuori la bottiglia d’acqua dalla borsa, beve un sorso, la chiude e la rimette in un sacchetto di plastica. Esce dalla porta a passo lento. Resta l’odore di sapone.
L’ago penetra nella gengiva, devo pensare ad altro, la bocca anestetizzata, sento solo il rumore del trapano e il sapore del disinfettante, mi sciacquo e ripenso al primo bacio. Lui si era appena messo l’apparecchio e sapeva di colluttorio. Da quella volta ho sempre associato i baci alle cure odontoiatriche.
Chissà quando avrà dato il primo bacio Chiara, chissà quale ricordo le è rimasto. Chissà com’è andata con quel fidanzato di cui mi aveva parlato un paio di volte. L’aveva incontrato a una festa dove nessuno lo conosceva. Alla festa lui se ne stava solo, era stata lei a sedersi accanto e ad attaccare discorso. Non sono mica timida io, ha sempre detto Chiara sorprendendo tutti. Perché il suo essere silenziosa, fosse stata timidezza, sarebbe stato accettabile, ma quando è solamente silenzio diventa inquietante. L’aveva poi invitato per un caffè e lui aveva accettato. Sono stati assieme due anni. È stato lui a lasciarla. Erano seduti su una panchina della stazione di Bologna. Mi sono sempre chiesta che tipo fosse. Quando le presentai Piero lei mi disse, hai proprio intuito tu, hai capito perfettamente i miei gusti in fatto di uomini. L’altro giorno siamo stati per ore al bar a parlare di fede, di religiosità, del senso della vita. Poi lei ha iniziato a detestarlo per quella domanda, il chiederle di restare a dormire, dopo un pomeriggio passato assieme, un bel pomeriggio sì, ma troppo in fretta per non sentirsi offesa. Perché quando uno accelera i tempi non c’è rispetto, non c’è l’intenzione seria.
A me pare incredibile rifiutare un’occasione con uno che ti piace, avevo commentato io.
Tu sei la mia unica amica che non ha la minima intenzione di farsi una famiglia, aveva risposto lei. Io e te, non ci fosse stata questa cosa della scrittura, non ci saremmo mai conosciute, avevamo aggiunto quasi in coro.
Cammino lungo il viale della stazione, ho il passo lento di chi non ha nessuna voglia di arrivare. Mi si è svegliata la gengiva, sento la puntura, il sapore di colluttorio e di sangue, un sapore ferroso. Mi passo la lingua sull’otturazione. Quel dolore mi ricorda che Chiara avrebbe rinunciato a tutto per una famiglia e dei figli.
La ritrovo seduta su una panchina di fronte alle Generali. Mi saluta con quel suo ciao sospeso e incerto, come quando mi tiene al telefono delle ore dicendomi altro rispetto a quello che avrebbe voluto. Lei è una che dice e non dice. Dice la pratica, non la teoria, quella la riduce all’osso.
“Io il figlio di Bianciardi lo capisco”, mi dice, “lui è uno che cerca, che soffre, è un po’ pesante e non ascolta. Perché ha troppo da dire, troppi anni di silenzio, troppi inviti a parlare di suo padre.”
“Certo, con un padre così”, aggiungo io.
“Certi genitori sono un disastro per i figli.”
Sale in fretta sull’autobus e mi lascia con la testa piena di domande.
Riprendo la mia camminata.
Con dei genitori come i nostri, diceva l’altro giorno suo fratello, è stata dura. Mia madre ha tutte le colpe, è una persona fredda, insensibile.
Non abbiamo mai mangiato a tavola coi miei. La mamma non sapeva cucinare, andava in rosticceria. Quando eravamo a tavola, Chiara la governante e io, la mamma ci obbligava a tenere due pile di libri sotto i gomiti, diceva che serviva per la postura. Lei mangiava sprofondata sulla poltrona davanti al televisore. Mio padre, anche se era più sensibile, stava in un mondo tutto suo.
La mamma censurava le pagine delle riviste che considerava scandalose.
Non ci portava mai dal dottore, non voleva che ci scoprissimo di fronte a nessuno. Capitava di rado che venisse il dottore a casa, solo quando avevamo la febbre molto alta. Lei vigilava su tutto, diceva che le medicine non fanno bene. Se il medico le prescriveva Chiara le teneva un po’ in bocca, poi le sputava e le nascondeva sotto il letto.
Mia madre ha colpa di tutto, ripeteva suo fratello scuotendo il capo con gli occhi lucidi.
Sono quasi arrivata sotto l’orologio.
Chiara sta per entrare in biblioteca, la raggiungo con una piccola corsa.
“Cosa dice la biopsia?” Le chiedo.
“C’era una dottoressa molto gentile, che però mi ha detto le stesse cose del radiologo e del chirurgo.
Sono abbattuta, ma vorrei uscire come sempre e fare tutto: i mercoledì sera, il cinema.”
“Continuiamo a fare tutto, continuiamo. Ricordi cosa mi hai scritto sulla dedica del tuo libro?”
“Con questa depressività non mi vien voglia di fare niente.”
“Ma ti devi sforzare”. Osservo i suoi contorni sfuocarsi fino a dissolversi. Resto davanti alla biblioteca a parlare con il cartello che indica l’isola pedonale.
Da quanto tempo Chiara non mi diceva più, Marta, devo dirti una cosa, con quel tono solenne. Negli ultimi tempi le cose le scriveva. Scriveva, hanno trovato delle metastasi al cervello, due noduli al fegato e le ossa, quelle lesioni… Prega per me scriveva, prega un tuo Dio, pregherò qualcosa, ma non so cosa, rispondevo.
Sono quasi arrivata alla camera mortuaria. Quando entro vedo la foto sorridente con le margherite sullo sfondo, vedo i gigli e le rose. È chiusa coi chiodi, mi sembra di sentire il rumore degli avvitatori, una scena che ho visto cinque anni fa, con Agata, e ora ci risiamo. La famiglia ha deciso di non farla vedere a nessuno, forse è meglio così.
Sta male punto, mi aveva scritto Alberto dieci giorni prima. Non avevo voluto capire.
Sono in ospedale, mi mettono in sesto poi torno, mi aveva detto lei. Ancora non volevo capire, è finita aveva aggiunto Alberto e ancora non capivo.
Ho capito grazie ai racconti di Bassani, presi a prestito dalla biblioteca. Quando l’ultimo giorno stavo per prendere il libro dal tavolo dell’ospedale per restituirlo, Chiara, con le pochissime forze rimaste, si era opposta con un lamento e la mano tesa, mugugnando una specie di no. Fu chiarissimo a tutti che quella era una ragione per vivere. A quel punto ho appoggiato il libro sul tavolo.
Me l’ha riportato il fratello qualche giorno dopo il funerale, lo restituiresti alla biblioteca?
Era finita davvero.
Un giorno ho scritto l’elenco delle dieci cose che avrei fatto prima di morire.
‘Mi terrei un libro preso a prestito dalla biblioteca, solo per ricevere qualche lettera, anche dopo morta.’

 

Ritratto di Irene Brin

Voglio fare un viaggio

Vita straordinaria di Irene Brin

Non si piaceva, o meglio non si vedeva, certe volte si giudicava bruttissima, per questo motivo, forse, si mascherava.

Il solo ritratto che le piacesse gliel’aveva fatto Avedon: una figura a mezzo busto con le spalle nude e la faccia mangiata dalla luce, aveva un’aria monumentale, per niente realistica, austera.

Si era fatta fare un ritratto da Campigli – mentre l’amica e “collega” Palma Bucarelli aveva scelto Carlo Levi – entrambi furono esposti a una mostra in via Frattina che raccoglieva ottanta ritratti di personaggi della mondanità romana, erano gli anni ’60 e loro due erano le donne più in vista di Roma, entrambe avevano compreso il grande potere dell’immagine.
In molti dicono che il quadro di Campigli fosse il ritratto che più le assomigliasse. È un dipinto dal sapore elegante e arcaico, nel tipico stile archeologico che caratterizza il pittore, dove Irene appare come una figura antica con le spalle ad anfora e la vita stretta, strettissima; ma è lo sguardo, liquido e trasognato, a catturare l’attenzione, lo sguardo di Irene era soltanto miope e forse quella era l’interpretazione più poetica che se ne potesse dare. Si ostinava a costringere i suoi occhi a sforzi continui, obbligandosi a guardare in basso per non cadere e scambiando le persone sottoponendole, perciò, a continue frustrazioni.

Odiava l’idea di portare gli occhiali, per questo sposava le teorie di Huxley, suggeritore del metodo di Bates, per cui sotto le due diottrie nessuno fosse autorizzato a portare le lenti; dalle tre diottrie in giù riteneva sufficiente fare ginnastica e un poco di attenzione, così per la maggior parte del tempo strizzava le palpebre, quando non cedeva a occhiali eccentrici con strass lustrini e forme bizzarre. Finalmente, quando queste furono disponibili, si convertì alle lenti a contatto, si dice fosse la prima donna in Italia a portarle, ma Irene era sempre un passo avanti.
Irene? Già questo era uno dei suoi tanti nome de plume, il principale. Il suo vero nome era Maria Vittoria Rossi, ma in famiglia la chiamavano Mariù.
Vicenda complessa quella dei suoi tanti pseudonimi.
Affermerà in età adulta:
“Io non mi chiamo né Irene né Brin, anche se così figuro in contratti, elenchi telefonici, discorsi familiari. Sono nomi inventati da Longanesi. Io sono un’invenzione di Longanesi…”
Il suo esordio per “Omnibus” era stato con un articolo dal titolo “Sera al Florida” inviato prima a Longanesi, il quale aveva risposto con un telegramma:
“articolo bellissimo, trovato nome…” E così nasce Irene Brin, siamo nel 1938, Maria Vittoria ha 27 anni, ma prima era stata: Marlene (con cui esordisce come giornalista per non esporre il padre ufficiale), Giorgiana e Morella (alter ego che con lei condivide la miopia), poi Oriane (come la duchessa dei Guermantes), Maria Del Corso, Madame d’O e tanti altri fino ad arrivare a Contessa Clara, firma della corrispondenza coi lettori della “Settimana Incom”, vero e proprio alter ego di Irene, dispensatrice di consigli di buon vivere e buone maniere, redattrice di un manuale di Galeteo. Per la Contessa, Irene s’inventò una vera e propria biografia: una vecchissima nobildonna mitteleuropea, perciò testimone della Storia.
Ma non le piaceva solo cambiar nome, le piaceva travestirsi, cambiare colore di capelli, pure la corporatura variava: ingrassava e dimagriva continuamente. Tendeva a Ingrassare, per cui era sempre a dieta, volendosi vedere solo magrissima. Tra tutti i piaceri aveva rinunciato a quello del cibo. Mangiava pochissimo: il suo pranzo poteva essere un bicchiere di champagne e un cucchiaio di risotto, magari al blu di metilene, per aggiungere un tocco di colore bizzarro e insolito, ma anche per le sue proprietà riducenti nel peso corporeo. Inoltre, una volta l’anno si faceva fare una puntura per accelerare il metabolismo.
Credeva fermamente nella ginnastica, tanto che tra i suoi consigli c’erano pure esercizi da fare a casa.
Si trasformava lasciando intatte quelle due o tre caratteristiche che la contraddistinguevano: non portava mai scarpe chiuse, ma sandali aperti sul davanti, con il tallone scoperto, una sorta di pantofole coi tacchi alti che le davano un’andatura traballante e aggraziata, portava calze sottili anche d’inverno e prediligeva abiti dai colori chiari di seta e chiffon. Difficilmente usciva senza cappello. Si dice che la sua collaborazione con “Harper’s Bazar” sia iniziata quando Diane Vreeland, futura capo redattrice di Vogue, incontrandola in giro per New York, le ha chiesto dove avesse acquistato il cappello e il tailleur che indossava.
Giornalista, scrittrice, traduttrice, gallerista, maestra di buon vivere e di buone maniere, viaggiatrice, instancabile lo era sicuramente, ipersensibile pure, alla continua ricerca di sé, sempre tesa a un miglioramento personale di sicuro; ma felice chi può dirlo?
Del resto nessuno sano di mente si definirebbe tale.
Di sicuro sapeva riempirsi la vita di tutte le occupazioni che amava e se questa non è felicità, ci si avvicina con un certo grado di approssimazione. Aveva molte conoscenze e qualche buona amicizia, come quelle con Indro Montanelli e Lucia Rodocanachi. Fu amicizia pure quella con Gasparo del Corso, il loro matrimonio fu, più che altro, una particolare e profonda amicizia. Si erano conosciuti al Gran ballo della Cavalleria (lui era ufficiale), lei era andata per volere della madre – di cui alcuni dicevano fosse un clone – che non mancava alcuna occasione mondana in cui mostrare la figlia. Quella sera Irene indossava un abito chiaro di lustrini foderato di rosso, Gasparo ne era rimasto subito colpito. Pochi e brevi incontri avevano preceduto il matrimonio. Si sposano nel 1937, rimanendo assieme tutta la vita: più complici, o meglio soci, che amanti. Per molti anni lui, obbligato a frequenti missioni militari, è un marito fantasma. La loro unione viene spesso definita anticonvenzionale, lui è omosessuale, lei lo scopre presto, ma questo non incrina un sodalizio che, negli anni della galleria della Margherita prima, e dell’Obelisco poi, diventa via via principalmente professionale. Lei, per allontanare le voci, aveva usato la sua arma più affilata: la penna. Scriveva articoli sull’importanza del matrimonio per la donna, quando avevano aperto la galleria aveva riservato a Gaspero un ruolo di primo piano, infine in un articolo autobiografico racconta di aborto che sarebbe avvenuto nel 1951, al terzo mese di gravidanza, di cui però non c’è alcuna prova. Scrive, in questo un pezzo, che aveva lasciato che tutti ignorassero la vicenda e non aveva fatto storie, sbrigando la faccenda come una formalità, come tutte le donne dovrebbero fare in certi casi. Insomma con la scusa di invitare le donne a comportarsi “da uomini” aveva mandato un messaggio sul suo matrimonio.
Educata a casa – si pensa per evitare la cultura fascista impartita nella scuola dopo la marcia su Roma – dalla madre, donna coltissima di origini ebraiche, leggeva un libro al giorno e parlava fluentemente quattro lingue. Leggeva e rileggeva Proust, Musil, la memorialistica francese del 700; era colta insomma, eppure la sua carriera inizia parlando di “cani schiacciati”, come venivano chiamati nel gergo all’epoca gli articoli di costume, argomento che nessuno, per snobismo, voleva trattare. Non che Irene non fosse snob, lo era eccome, infatti aveva accettato di parlare di “cani schiacciati” per avere la libertà di usare la sua lingua dotta, condita con citazioni colte e ironia pungente, erano questi gli ingredienti delle sue “brinate”, brevi stoccate di costume che raccontano una società e un mondo oramai estinto.
Collaborò con moltissimi quotidiani: “Il Lavoro” di Genova, “Il tempo”, “Il Popolo d’Italia”, “Il Fronte” e “Il Giornale del soldato”, “La Stampa”, “Il Messaggero”, “Il Mattino”, “Il Giornale d’Italia”, “Il corriere d’informazione”, “Il corriere della sera”, e riviste e settimanali come “Omnibus”, “L’Europeo”, “Harper’s bazar”, distinguendosi per l’osservazione acuta dei fenomeni di costume e l’approccio colto, irriverente, ironico e coraggioso.
Ha scritto anche alcuni volumi tra cui Olga e Belgrado (1943) Usi e Costumi (1944) Le visite (1944) e il romanzo incompleto e pubblicato postumo Le perle di Jutta.
Con la firma di Contessa Clara (1959) che certe volte compariva assieme a quella di Irene Brin, nello stesso che numero dei quotidiani, ha scritto Il Galateo (1959) e I segreti del successo (1954).

Tutto questo l’ha fatto senza aver mai avuto una scrivania.

C’è una foto che la ritrae seduta a letto con le gambe stese sotto le coperte, appoggiata a una pesante testiera ornata da colonne tortili, ingioiellata, in sottoveste coi capelli raccolti fintamente scomposti, il rossetto rosso e la posa da diva, dietro a una macchina da scrivere appoggiata su un tavolino da colazione.

Sapeva, più di tutto, di dover apparire, inoltre capiva la necessità di viaggiare. Compì decine d viaggi all’estero ogni anno per raccontare sfilate, mostre, cinema, teatro, portò l’Italia all’estero, è inventrice del made in Italy. Chiamata a ricoprire il ruolo di Rome Editor di “Harper’s Bazar” ha fatto conoscere e apprezzare lo stile italiano oltreoceano.
Forse per il suo doppio ruolo di gallerista presso la galleria dell’Obelisco, da lei fondata assieme al marito, e giornalista di moda e costume, intuisce per prima il connubio arte e moda facendo frequenti servizi fotografici con le modelle in posa di fronte alle opere in galleria, e organizzando sfilate presso importanti musei pubblici.
Verso la fine degli anni ’50 non c’è sfilata di moda che inizi senza di lei. Erano tre le editors di “Harper’s Bazar”, assieme a lei c’erano Carmel Snow e Nancy White. Irene indossava un cappello a tese large, spesso di Chanel, Fabiani o Simonetta. Restava a testa bassa per lungo tempo, ispezionando con sguardo miope il pavimento per non cadere, poi sollevava la testa e alzava il dito, le due accanto iniziavano a scrivere e con loro tutta la stampa americana, quel dito era il là della moda, da lì poteva cominciare tutto.
Odiava gli occhiali, la sciatteria, la cialtroneria, farsi fotografare, l’ignoranza, l’inattività. Non stava mani senza far nulla, se a letto scriveva, nella vasca da bagno leggeva. Amava muoversi e viaggiare. Infatti, chiamata dall’editore Immordino (1967) a scegliere un anno particolare della sua vita per raccontarlo in un saggio, collana che avrebbe dovuto raccogliere varie firme del giornalismo ma che poi naufragò, lei scelse il 1952, sicuramente l’anno più frenetico della sua vita.
In quell’anno è da poco Editor di “Harper’s Bazar” di cui racconta il frenetico lavoro di redazione e i viaggi che compie. A New York incontra Elena Rubinstein, in quell’anno espone la prima personale di Alberto Burri alla Galleria de L’Obelisco con “Neri e Muffe”, che risulta un flop, inoltre organizza la prima – celebratissima – sfilata di moda nella Sala Bianca di Palazzo Pitti. Sempre quell’anno si trova a passeggiare per Roma con Jean Genet, incontra Salvador Dalì in piazza Barberini, va a curiosare nei backstage dei concorsi di bellezza, dove trova una giovanissima Sofia Loren; e poi il dietro le quinte di Vacanze Romane, girato proprio quell’anno a Roma. Il ’52 è anche l’anno dell’aborto, vero o presunto.
“Le unghie erano sempre corte a forza di scrivere a macchina. Ma ora avevo imparato a fare tante cose. Ed improvvisamente la mia vita, così strettamente mescolata all’esplosione italiana, mi sembrò calda e umana. Valeva la pena viverla” scrive.
E dopo una vita così piena, nel ’68 un intervento chirurgico la costringe a interrompere tutto, soprattutto le sfilate. L’anno successivo è costretta a letto, l’unica attività che non cessa è la scrittura. Nel ’69 insiste per andare a Strasburgo a una mostra di Sergej Djagilev a cui aveva collaborato l’Obelisco; è un viaggio terribile, pieno di soste, lei è allo stremo. Arrivati a Sasso di Bordighera, nella casa di famiglia frequentata per le vacanze, muore in otto giorni, e mentre sta per morire parla di partire con un’amica americana: Virginia Campbell. Voglio fare un viaggio, dice e poi muore.

Racconti #2

Quaglia Universal Market

di Muriel Pavoni

L’attraversavano una ferrovia dismessa e una superstrada superaffollata. I suoi abitanti erano come scolpiti sulle panchine della grande piazza-parcheggio, cuore pulsante della città di Quaglia.
Da qualsiasi luogo si partisse la strada era un tragitto interminabile, forse un espediente per preparare lo stato d’animo dell’avventore, affinché potesse, fin dai primi momenti, assaporare quel senso di desolazione che lo avrebbe colto alle porte del paese. Ci sono teorie, udite al bar di Adolfo dopo il terzo grappino, in cui si narra che a Quaglia ci si arrivasse non per vie ufficiali, ma sotto l’effetto di droghe pesanti, e che la strada non fosse altro che una lunga, monotona, allucinazione…
E siccome l’ironia è una dote rara, che a volte cresce nel deserto, la Las Vegas della Valboccia, la chiamavano, per via di una curiosa similitudine tra le due città, entrambe poste al centro di uno sconfinato nulla.

Il soprannome fu coniato da un cittadino che in gioventù intraprese un viaggio organizzato in America. Dal suo spaesamento nacquero acrobatici parallelismi tra il nuovo mondo e Quaglia. Ma, al posto del deserto, tutt’intorno al paese c’era un ampio patchwork di poderi e orticelli che in ogni stagione, tra fitti banchi di nebbia, che sprigionava un intenso bouquet di fertilizzanti di origine squisitamente chimica.
La caserma dei carabinieri, un ufficio postale, due bar concorrenti, una trattoria con due coperti, il panettiere, una tabaccheria/mini-market/bigiotteria, la chiesa, il campetto, questo si narra fosse il magro inventario di Quaglia.
In compenso, sull’onda della speculazione edilizia, nei primi anni ’90, si aprì un enorme cantiere alla “periferia” della città che avrebbe generato un colossale condominio in stile “Unité d’Habitation”. Alle volte i figli dei quagliesi andavano a studiare all’estero e ahimè diventavano architetti.
Di cinema, teatri, musei, degenerazioni in voga nei capoluoghi di provincia, neanche a parlarne! Certe perversioni non hanno mai toccato i cittadini di Quaglia.
Le attività predilette dai quagliesi erano le chiacchiere in piazza. Purtroppo, data la monotonia del paese e la mancanza d’immaginazione dei suoi abitanti, si era sempre a corto di argomenti. Sovrano tra tutti svettava il torneo di biliardo, seguito a ruota dalle litigate dei frequentatori del bar; ma, a volte, tra due amici in vena di confidenze, si sentiva parlare del Tropical…

Negli anni Ottanta, su iniziativa di un audace imprenditore di nome Jerry, la vecchia autofficina sulla superstrada fu adibita, alla bell’e meglio, a discopub. La metamorfosi si realizzò tappezzando le pareti del capannone di poster dalle vedute caraibiche: ecco fatto il “Tropical club”, locale da ballo riservato agli amanti delle emozioni forti. Il Tropical, in sostanza, divenne un night per vecchi bavosi. Non di rado, entrando nel locale, capitava di venire adescati da sguardi guerci e sorrisi ornati da una bella peluria, erano professioniste a buon mercato quelle che offriva Jerry, ma non mancavano certo di estimatori.
Il Tropical club rimase sulla breccia un paio d’anni, con il benestare della popolazione maschile, che non escludeva il parroco e un buon numero di uomini sposati. Arrivarono presto le denunce e furono molte. Tante da farlo chiudere. La felicità di alcuni induce all’invidia e, si sa, a volte la giustizia, ma soprattutto le mogli tradite, non tiene conto dei bisogni dell’uomo.
Per evitare nuovi fastidi, il comune votò un provvedimento, tutt’ora in vigore, che impediva di aprire locali e qualsiasi forma di intrattenimento in città e in tutta la pianura circostante. Il provvedimento aveva una postilla che vietava di rinnovare o ammodernare locali già esistenti, per sicurezza.
Queste ultime iniziative contribuirono, definitivamente, a conferire al paese un aspetto fuori dal tempo. Passeggiando tra le due vie principali, da cui partivano reticolati perlopiù residenziali, si aveva l’impressione di vagabondare in un plastico. Le strade: sempre deserte. Il bar proponeva il liquore strega come ultima novità. Le abitazioni, unità mono famigliari con cortiletto munito di magnolia e nani da giardino, erano tutte delle stesse dimensioni e alla medesima distanza, anche il colore, un’intensa sfumatura di giallo che andava dal canarino all’ocra, le accomunava.
Come il cane finisce per assomigliare al padrone, o viceversa, così le città finiscono per assomigliare ai loro abitanti. Il fatto è che non si sa se sia stato per via dell’humus, la nebbia, l’aria salmastra a influenzare i quagliesi. Oppure il loro carattere spigoloso, gretto, indolente a dare alla città quell’aria stantia. Non c’è dubbio che i quagliesi, essendo spilorci, senza altri svaghi oltre alla tirchieria stessa, gente che attribuiva al denaro proprietà sovrannaturali, l’unica qualità che avevano fosse un vago talento per il business.
A volte basta un fiuto ben allenato e spirito d’osservazione per intuire, entrati in un luogo sconosciuto, la natura dei suoi abitanti. Così come Jerry non aveva voluto tener conto che il danno arrecato al paese poteva avere un prezzo che avrebbe assicurato alla sua attività vita eterna; altri, forestieri, ci arrivarono subito a capire che quel buco di anime morte, attraversato dalla superstrada e dalla ferrovia, poteva essere una miniera d’oro.
La proposta non tardò a venire. Fu il Cav. Per. Ind. Baiocchi, a intravedere l’affare. Il Baiocchi aveva fatto una fortuna con i supermercati Universal Market. Riciclando denaro non proprio pulito, aveva fondato la più grossa catena di centri commerciali. La sua formula innovativa si basava sul concetto di universo dello shopping. I suoi centri commerciali erano comunità autosufficienti fondate sul consumismo, con tutto il necessario per vivere senza uscire dai confini stessi: appartamenti, asili, scuole, negozi di ogni genere, ristoranti, bar, palestre. Questi centri avevano l’aspetto di anfiteatri futuristi, costituiti da varie unità confinanti, collegate tra di loro da viottoli e piazze ornate da fontane e giardini. Tutto rigorosamente artificiale.
L’idea era di fare piazza pulita del paese e sostituirlo con uno Universal Market, o meglio Quaglia Universal Market. L’imprenditore propose di fare una piccola modifica al nome della città per renderlo più accattivante. Il tutto si sarebbe svolto senza arrecare fastidi alla cittadinanza, che nel nuovo complesso avrebbe trovato nuovi, confortevoli, appartamenti e tutto il necessario per vivere.
Il cavaliere presentò il progetto al comune, corredato da una bella mazzetta. I pareri furono tutti favorevoli. Bastò aggiungere una nuova postilla al provvedimento con cui avevano fatto chiudere il Tropical, in modo da escludere dalle restrizioni i centri commerciali e, in particolare, gli Universal market.
Non fu difficile convincere i quagliesi. Si organizzò un meeting in cui furono illustrati, attraverso slides, tutti i vantaggi del nuovo progetto. Ci sarebbero stati: lavoro per tutti e luoghi sicuri per i giochi dei bambini, i quali avrebbero ricevuto la migliore educazione nelle Universal schools, fino ad arrivare al Universal campus, specializzato in marketing.
In fretta e furia l’accordo fu preso, giusto il tempo di far sloggiare la cittadinanza, che avrebbe soggiornato in un Resort alle Canarie durante i lavori del cantiere.
Via alle ruspe, decine di camion trasportarono i resti della città verso la superstrada. In poco tempo sul selciato si fece un enorme spianata di cemento, sulla quale venne eretto, a forza di prefabbricati, il Quaglia Universal market. In ultimo venne affissa l’insegna luminescente all’ingresso e i cartelli colorati sulla superstrada e alla stazione, con scritto: “Benvenuti”, in tutte le lingue. L’unico edificio che resistette all’urto delle ruspe fu l’“Unité d’Habitation”, già in perfetto stile Universal: cubico, enorme, spersonalizzante, divenne l’albergo per ospitare i fanatici del turismo commerciale.
Presto i quagliesi tornarono alla normalità. Come formiche si insediarono nei loculi del residence, farcirono gli armadi di vestiti e le dispense di provviste, pronti il mattino seguente, a prendere servizio nei vari negozi della loro nuova città-mercato.
Nel riassetto organizzativo furono previsti premi produzione e Jerry, grazie alle sue doti imprenditoriali, fu promosso Marketing Manager. Con il budget fornitogli dal Baiocchi, sguinzagliò giovani donne, che avevano il compito di vestirsi appena il minimo indispensabile, tra le corsie del centro commerciale. Si dimostrò una certa generosità con le vecchie dipendenti del Tropical, che furono impiegate come guardiane ai gabinetti. In certi giorni in cui la fila si faceva lunga, le guardiane stesse raccontavano la storia della loro, personalissima, Atlantide. E a tutti coloro che credevano fosse una leggenda, dicevano invece che è esistita, ma non è stata sommersa dalle acque, bensì demolita dalle ruspe.