Racconto #3

E la chiamano estate

di Muriel Pavoni


Chiara osserva la linea sottile tra cielo e mare. Certe volte si domanda se in Messico l’orizzonte sia uguale. Se laggiù la linea sia identica o più marcata, se anche da quelle parti certe mattine il cielo e il mare si confondano. Varrà la pena intraprendere un viaggio per scoprirlo? Di viaggi ne ha fatti talmente pochi che si contano sulle dita di una mano: tutti in Italia. Volare è qualcosa che si avvicina al più alto concetto d’avventura che possa immaginare.
Le dicono che è strana perché sta tutto il giorno dietro a un paio di occhiali da sole enormi, all’ombra di un cappellone di paglia. È per via della melanina, è genetica dicono. Quando qualcuno vuol farle un complimento le dice che il suo incarnato ricorda il levigato del Canova. Altri commenti, più offensivi, Chiara li dimentica. A lei interessa solo la gentilezza. L’unica cosa che valga la pena trattenere, nel ricordo, è la gentilezza.
Un’estate intera a tentare di catturare la linea scura tra cielo e mare, sotto l’ombrellone, con la protezione totale, il costume intero e talvolta la canottiera. Le pare che quella linea conservi un segreto: il segreto dei bagnini, delle mamme chinate a spalmare creme sulle schiene dei figli, di chi passeggia, di chi aspetta una pallina con la racchetta in mano, di chi schizza qualcuno a poca distanza; un segreto racchiuso in uno scatto dove tutto questo ha una sua magia. La meccanica dei corpi l’ha sempre incuriosita. A sue spese ha imparato che i corpi sono delle macchine destinate alla sofferenza, ma qui, per un breve istante, sembrano destinati al piacere. Quante foto ha sprecato cercando di catturare quel segreto. Le vengono tutte mosse le foto, è sempre troppo impaziente. Allora alza lo sguardo al cielo; è più facile capire una nuvola piuttosto che tutto quell’agitarsi sotto il sole. Le pare più facile contemplare l’Assunzione della vergine, anziché capire quello che ci sta sotto.
È l’ultima estate che passa nella casa di Lido degli Scacchi, è l’ultima volta che asseconda quella specie di coazione a ripetere lo stesso errore. Se lo promette. Non c’è niente di peggio che stare soli al mare. Meglio l’estate alla piscina comunale, a sopportare la lagna di Paolo che parla unicamente del divorzio. Meglio le serate in gelateria con Marta, a cercare di capire il caos che ha in testa; meglio quel niente lì a questo niente affollatissimo.
Se c’è una cosa che odia è vivere sola. Casa sua è pronta – impacchettata sotto metri di cellophane – ogni tanto va a levare le ragnatele, però poi torna a dormire dai suoi, dice che lo fa per abituarsi lentamente al distacco; ma poi quando sente i loro passi lenti lungo il corridoio si convince che vivere con loro è meglio di niente. Anche il rumore di una scorreggia in bagno è meglio di niente.
Ha aspettato invano che Fabio arrivasse.
“Anche se è finita possiamo sempre passare qualche giorno al mare, ho la casa libera e tante stanze da letto” gli aveva detto prima di partire. “Puoi portare chi vuoi con te” aveva poi aggiunto con finto distacco.
“Semmai vengo” aveva risposto Fabio chiudendo il telefono.
E lei aveva pazientato una settimana intera, tra alti e bassi di umore. L’aveva immaginato apparire sulla passerella sfuocato dal sole, coi i bermuda e il sorriso impacciato. Gli avrebbe offerto un tè freddo. Si sarebbero seduti all’ombra a decidere cosa fare per cena. Ma questo non è mai accaduto e Chiara ha scritto lunghissime pagine di diario e non ha vissuto un solo giorno.
Il problema è che a quarant’anni è la stessa ragazza del liceo. Certi giorni le manca il respiro e prova un senso di vertigine. Farebbe a cambio subito con un’altra vita, che fosse una vita normale però. Prenderebbe a prestito pure quella di Paolo, che va in giro con la faccia da funerale, ripetendo a tutti di non voler morire in solitudine. Oppure con quella Marta, che detesta l’abisso di tranquillità in cui è sprofondata. O magari con quella di Alberto che non fa altro che imbarcarsi in storie sbagliate.
Paolo ha preso in affitto un appartamento e ha imparato a fare spesa da solo, però compra il doppio di quel che gli serve. Non ci va in vacanza quest’anno. Vorrebbe andare a San Pietroburgo, ma di una gita organizzata non se ne parla. Non ci pensa proprio vedere l’Ermitage senza qualcuno con cui parlare di Matisse. Se ne va ogni giorno in piscina, legge seduto nella vasca dei bambini con l’espressione abbattuta. Incontra qualche conoscente che gli domanda come va, lui risponde sempre allo stesso modo:
“Malissimo!” con un’espressione tale che certe volte nota le persone cambiare strada prima d’incrociarlo.
Alla sera, al cinema all’aperto, la libertà è sfilare i piedi dalle infradito e appoggiarli sull’erba umida. È il massimo che si è concesso da quando si sono lasciati. Quando lo faceva accanto a sua moglie lei si metteva a strillare. Poi a casa lo costringeva a lavarsi i piedi con l’Amuchina.
Paolo adora l’estate, ma stavolta non vede l’ora che passi. Seduto sul lettino fissa la cima della siepe che si staglia sul cielo attraversato da nuvole veloci. Incontra Marta che gli chiede come sta e lui risponde:
“Malissimo!”.
Marta si è sposata da un mese, hanno fatto due firme in comune e un aperitivo coi parenti. Il giorno dopo le è venuta voglia di partire per l’Africa con una ONG.
“Non lasciatevi” dice Paolo “non vorrai mica morire sola”.
“Allora ti sei pentito di averla lasciata” risponde Marta.
“Io non posso tornare indietro” replica lui “ma tu sei ancora in tempo. Dimentica le inquietudini e quella nausea, la conosco bene. Ricacciala giù, è meglio, è più comodo”.
Anche quando l’argomento di conversazione è completamente esaurito Paolo la tira per le lunghe. Marta pensa che quella per lui è l’unica occasione di dialogo in tutta la giornata e allora sopporta, è tanto brava a farlo.
Marta, quest’estate, in vacanza non ci va. La nuova casa ha prosciugato energie e finanze. In cambio di tutta la fatica però non ha ricevuto nulla: nessun senso di protezione, amore, nessuna sicurezza, nemmeno un po’ di felicità tra le mura domestiche; solo scatoloni chiusi ammassati ovunque, polvere e terra secca nei vasi.
Si gira verso Giulio, lo scuote che è già tardi. Certe mattine si alza pensando ai lampadari, alle tende, all’attacco del frullatore. Mai che sia il cielo, il mare, la brezza, il primo pensiero del mattino. Non si accorge neppure del profilo delle montagne sul cielo. Quando pensavano al loro futuro assieme Marta immaginava il risveglio tra le sue braccia, affacciarsi al terrazzo in primavera e lunghi baci romantici. Ora la sua immaginazione è occupata a capire come fissare lo stendibiancheria. Pensa ai giorni di ferie che stanno per finire. Pensa allo scarico della lavatrice e non sente neanche più il canto della ghiandaia. Almeno Alberto sarà felice, in giro per l’Italia, spera.
Alberto va a Torino ogni venerdì sera. Litiga con Caterina e ritorna a casa al sabato mattina, giurando che è l’ultima volta che questa matta lo costringe a passare la serata a recitare il NAM-MYOHO-RENGE-KYO in un centro buddista.
“Possibile che mi debba fare quattrocento chilometri per passare il venerdì con un manipolo di esaltati? Mai che si possa uscire a cena. Stare soli, noi due”.
“Se mi amassi davvero ti convertiresti alla pratica” gli risponde Caterina distendendo la schiena per far fluire l’energia.
“Ti farebbe bene. Le ansie a cui sottoponi il tuo corpo finiranno per provocarti un tumore!” aggiunge stendendosi a terra e chiudendo gli occhi.
Dopo una notte di discussioni, intervallate da momenti in cui lei si estrania raccogliendosi in meditazione, lui va via sbattendo la porta. Passano la settimana al telefono, si riconciliano, e il venerdì successivo si replica. Alberto a casa si consola con il cibo di sua madre e una modenese con cui va a letto un paio di volte a settimana.
“Non farti ingabbiare da nessuna fidanzata. Cercano tutte la stessa cosa” gli ripete sua madre sedendogli accanto mentre mangia.
Lui – forse per assecondare la madre – se le cerca sempre fuori città, lontane, scomode.
Quanto s’era messo con quella di Lugo, che insisteva per dormire da lui – prima una, poi due notti – a lui era venuto il fuoco di Sant’Antonio. Lei aveva lasciato lo spazzolino nel bicchiere e lui; lui a guardarlo aveva iniziato a grattarsi. Una sera lo aveva buttato via preso da un raptus, e lei s’era arrabbiata. Era iniziata così quella discussione, con un niente, uno spazzolino, per finire sui massimi sistemi. Era stata lei ad andare via sbattendo la porta. Lui non ci aveva neppure provato a fermarla anzi, si era promesso:
Fidanzate a non meno di cento chilometri di distanza, d’ora in poi!
Una gran perdita di tempo quest’estate in cui non si è fatto neppure un giorno di mare e la linea dell’orizzonte l’ha vista solo dal parabrezza. C’è quasi sempre un bel tramonto infuocato sull’autostrada per Torino o verso Modena, qualcosa che abbaglia davvero. Grazie a tutti quei chilometri si è accorto che la bellezza è qualcosa di inaspettato, che può anche sbucare da dietro un cavalcavia e, per qualche istante, di fronte alla bellezza improvvisa, certe volte pensa di prendere la prima uscita a caso e di non andare né a Torino né a Modena, né tantomeno da sua madre. Poi gli viene in mente Chiara, leggermente arrossata dopo due mesi di riviera, Marta con la falsa serenità di chi sta per esplodere, Paolo con la sua paura di morire. In fondo ha voglia di rivederli.
“Finirà anche questa estate” si sente dire e sta subito meglio.
La mail iniziava e finiva così:
“C’è qualcuno in città per una pizza?”.
È stata Chiara a inviarla, in cerca di una scusa per tornare a casa col primo treno. Si erano tutti affrettati ad accettare, felici di passare assieme la sera di ferragosto.

Una luce compatta si spalma sui portici. Le ombre restano attaccate ai profili delle case, spira un vento di caldo che fa soltanto innervosire, non ci fosse sarebbe meglio. Per strada si può guidare a zigzag, anche contromano, e Marta è contenta di questa piccola trasgressione, come se contasse più dell’altra, quella grossa. La testa frigge. Dov’è andato a finire il gioco, il divertimento la complicità? dove sono iniziate le liti, i ripensamenti, le ripicche?
Qualche chilometro più in là la sua valigia sembra esplosa nel caldo soffocante di una stanza d’albergo senza aria condizionata.
“Non so ancora quante notti resterò” aveva annunciato quella mattina alla reception.
S’immaginava Giulio a tentare di collegare fili, indifferente alla sua assenza.
Durante l’ennesima discussione era riuscita, come al solito, a infliggere l’ultimo colpo ferale e lui si era accasciato sulla poltrona, con l’aria preoccupata più che arrabbiata. Lei se n’era andata sbattendo la porta.
Che bella vita m’aspetta, s’era detta attraversando la città nella canicola, trascinando un trolley mezzo vuoto.
La bella vita era ancora da venire, ci contava però, e nel frattempo faceva i calcoli di quanto le sarebbe costato l’albergo. Andare dai suoi era fuori discussione, troppe domande, e quel: “Te l’avevo detto che dovevi sposare Lucio. Lui adesso è ingegnere!”.
Alberto esce dal bar stordito. Si è fatto due grappe e pensa di passare a una birra, gira un po’ attorno alla stazione ed entra nell’unico locale aperto: quello dei cinesi.
“Contorto” gli ha detto. Ma che vadano tutte al diavolo!
Ordina una birra mentre aspetta il treno di Chiara.
Con la vista un po’ annebbiata la nota che esce dalla porta automatica intabarrata e carica di borse. Le va incontro.
“Cosa ci fai con lo spolverino, ci saranno quaranta gradi?”.
“Ho paura di ustionarmi, tu non sai quanto la mia pelle possa irritarsi al sole”.
Le prende due pacchi e le apre la portiera della macchina:
“Fai proprio bene a passare tre mesi al mare, allora”.
“Infatti sono tornata!” dice lei montando sull’auto.
“E non riparti?” domanda lui facendo una sterzata brusca per evitare un marciapiede.
“Non ci penso proprio”.
“Fabio?”.
“Sparito, come tutti i miei ex.”.
“Caterina?” domanda Chiara.
“Mi ha detto che sono contorto e io l’ho lasciata che recitava le preghiere buddiste”.
“Come ogni fine settimana… domani riparti?”.
“Ho chiuso. Marta come sta?”.
“Non ha fatto che lamentarsi per un mese, poi stamattina mi ha chiamata dicendo che l’ha lasciato. Tu sai niente di Paolo, invece?”.
“Ha paura di morire”.
Alberto, improvvisamente, parcheggia con una frenata secca in un posto che si è appena liberato, Chiara lo guarda in tralice, felice che quel tragitto sia terminato.
“Al ritorno vado a piedi” precisa scendendo dalla macchina.
Tutti e quattro sono amici dai tempi del liceo, ma loro due in modo particolare. Molti anni prima erano stati sul punto di baciarsi. Era stato un momento, poi era passato, ma fingevano entrambi che non fosse mai esistito. Tra di loro c’era sempre un misto di frenesia e imbarazzo oltre alla voglia di vedersi per chiacchierare.
C’è aria di festa ovunque quella sera, tranne in quella pizzeria mezza vuota, alla luce di un neon tremolante, con un unico cameriere, per di più, ingrugnito.
Paolo, arrivato in anticipo, muove il braccio per farsi notare, Alberto e Chiara lo salutano, lui di risposta sbuffa indicando l’orologio.
“Marta arriverà come al solito in ritardo!” si lamenta. Ma poco dopo appare lei, di corsa, spettinata e trasandata. Si sorridono sollevati, come se le vacanze fossero ormai un ricordo e si potesse tornare al conforto delle loro abitudini: una pizza al mese, qualche serata al cinema, un teatro ogni tanto.
Come accade tutte le volte che non si vedono da tempo iniziano a parlare confusamente, passandosi sopra con la voce, sbagliano i tempi con la foga di raccontarsi tutto. Appena riprendono fiato esce fuori il discorso di Mauro.
“Quest’anno è l’anniversario dei dieci anni” ricorda Chiara.
“Proprio domani, come passa il tempo. Non vedo sua figlia dal funerale” dice Paolo.
“È grande oramai!” replica Marta.
“L’hai incontrata?” domanda Alberto.
“No, ho trovato una foto su Facebook” risponde Marta.
“Dovremmo organizzare qualcosa con la moglie, è tanto che lo diciamo” conclude Chiara.
Improvvisamente s’insinua qualcosa tra loro: un respiro profondo che condensa il tempo in un attimo perfetto, compiuto. Quella scomparsa, che aveva lasciato troppe domande, è lì a ricordare la fortuna di esserci, a sottolineare la bellezza di masticare pizze gommose, sorseggiando birre ormai calde. In quell’attimo si trovano felici nelle loro vite confuse. Appagati dal quel poco che hanno, eventualmente da quello che avrebbero voluto, da quello che manca; felici delle delusioni, delle sconfitte, di ritrovarsi ancora, di rivedersi imperfetti ma vivi.
Finisce che nessuno fa accenno a quello schifo di estate. Finisce che dopo ore di chiacchiere, passata l’una di notte, ciascuno sente il desiderio di rientrare nella propria vita, che fino a quel momento avrebbe voluto barattare con qualcos’altro.
Marta, dopo cena, torna in albergo a prendere le sue cose.
“Non resto per la notte” dice alla reception.
“C’è una piccola tassa da pagare” la informa il guardiano notturno. Lei paga quasi sollevata e se ne va, sperando di trovare Giulio ancora sveglio, augurandosi che le dia un bacio e le accarezzi i capelli mentre si addormenta.
Alberto, la mattina presto del giorno dopo, prende la macchina e imbocca l’autostrada per Torino. Al primo autogrill si fa un prosecco e pensa che Caterina è davvero bellissima coi capelli sciolti sulla tunica bianca che usa per pregare.
Paolo continuerà ad andare in piscina per alcune buone ragioni: ha fatto l’abbonamento ed è certo di poter incrociare altri due o tre conoscenti a cui non ha ancora raccontato del divorzio. Per San Pietroburgo ci si penserà il prossimo anno, quest’anno vorrebbe chiedere all’impiegata dell’agenzia viaggi di andare a cena fuori.
Chiara, la mattina dopo, prende il treno per il Lido, magari Fabio l’aspetta a casa. E se non ci fosse si farà bastare le mamme e i bambini che gridano, oltre a quel manoscritto che deve consegnare a settembre. Contempla i campi assolati, scorre i fili della luce in cerca di rondini. Delle volte la bellezza si nasconde dietro una serata in pizzeria.
Quella stessa mattina, dieci anni prima, Mauro aveva fatto un bagno al fiume. Assurdo affogare – avevano pensato tutti – per uno che addirittura aveva fatto il sommozzatore. L’avevano trovato sul fondo con un paio di stivali di gomma ai piedi e nessuno, da quel momento in poi, ci aveva capito niente.
“Sai cosa ti dico” aveva concluso Alberto a fine serata insistendo per riaccompagnarla in auto “tutto sommato sono contento”.
Chiara aveva annuito. Lo era pure lei, perché certe sere una pizza fredda e una birra calda sono abbastanza per essere felici.

Autore: Muriel

Nata a Imola, dove forse (spero il più tardi possibile) morirò. Ho una laurea in storia dell'arte ma lavoro nel settore della formazione. Mi piace scrivere e leggere. Ho pubblicato La discarica degli acrobati sbadati (Giraldi 2011), Veduta di pianura con dame (Edizioni La meridiana 2015), Fermata al tramonto con cimitero (Augh! 2017); ho partecipato al romanzo collettivo Il libro delle vergini imprudenti (Navarra 2014); alcuni miei racconti sono apparsi in antologie e riviste, ho scritto due testi per il teatro. Ho un interesse speciale per le autrici e le loro personagge. Di recente ho scoperto di essere sia bibliomane sia bibliofila, abbinata che mi inserisce nel novero delle accumulatrici disordinate di libri e letture. Certe volte m’incuriosisce talmente tanto un’autrice che tendo a immedesimarmi nella sua storia tanto da volerla raccontare. Sarebbe difficile vivere senza le cose belle e inutili che (per me) sono: la letteratura, il cinema, il teatro e le arti visive. Con questo sito vorrei mettere ordine.