Tina Modotti, l’opera

Una fotografa e nient’altro

Il manuale di storia della fotografia Beaumont Newhall (edizione 1984, un po’ datata, ma un vero classico) dedica a Eduard Weston circa cinque pagine tra parte critico-biografica e tavole fotografiche, addirittura viene citato il figlio Brett (come naturale erede artistico) col quale inizia a fotografare in Messico. Dalla vicenda umana e artistica di Weston, tenuto conto della citazione del figlio Brett, si esclude completamente il sodalizio artistico e affettivo con Tina Modotti che non viene nemmeno menzionata come sua compagna di vita. Eppure a fotografare, in Messico e non solo, erano tre.

L’opera di Weston, attingendo alla tradizione pittorica, è connotata dalla ripresa di corpi e vegetali nel dettaglio, fino a sembrare maestosi paesaggi. La sua è una fotografia quasi neoplastica, formalista fino all’astrattismo, ha una connotazione molto precisa che volendo può rappresentare un unicum nel suo genere, ma resta comunque marginale l’apporto di Weston nel più ampio panorama della storia della fotografia, mentre invece lo slancio di Tina Modotti, che pure pratica il suo apprendistato presso di lui e si sviluppa in pochissimi anni, appare oggi molto più originale nella combinazione tra simmetria e reportage, nella capacità di armonizzare forma e contenuto Tina Modotti ci parla ancora oggi; mentre Weston risulta un po’ sorpassato e il suo messaggio più debole. Inconcepibile il motivo per cui ai due non sia riservato, per lo meno, lo stesso spazio nella storiografia ufficiale.

La bella mostra monografica allestita a Palazzo Roverella (Rovigo), Tina Modotti, l’opera, ha il potere magico di proiettarci nella poetica di Modotti e lo fa indugiando pochissimo sulla vita, ma invece concentrandosi molto sull’opera, come suggerisce il titolo.

Per troppo tempo Modotti è stata descritta come personalità inquieta, dalla vita burrascosa, mai come fotografa di talento. In questo senso non fa eccezione la mostra di Rovigo che parte da Modotti modella, diva del cinema muto, moglie di Robo (il pittore Roubaix de l’Abrie Richey), ritratta da Weston in alcuni scatti affascinanti. Ma ben presto si fa strada l’artista che cerca di uscire dal ruolo di musa per diventare creatrice. Appena entra nella società artistica californiana di inizio secolo, inizia a domandarsi come contribuire ai movimenti di avanguardia che si stanno formando. Inizia sfruttando il suo talento di sarta ideando abiti stravaganti per Robo, che da parte sua la ritrae, poi grazie all’incontro con Weston e al loro viaggio in Messico s’interessa al mondo della fotografia, la sua prima macchina è una vecchia Korona, poi passerà a una Graflex (la stessa del maestro).

C’è da dire che in quegli anni, i primi anni ’20 nel novecento, la fotografia è una tecnica relativamente giovane. Le fotografe quindi non devono scavalcare muri insormontabili come quelli della pittura o della letteratura, è più facile che in altri campi provare a farne un mestiere. Tina, anzi Tinissima come la chiamava affettuosamente la madre, sembra seriamente intenzionata a provarci. S’immerge assieme a Weston nella vita rivoluzionaria del paese, conoscono e frequentano Diego Rivera, Xavier Guerrero, Frida Kahlo, abbracciano il movimento rivoluzionario. In questi anni Tina subisce una trasformazione, se inizialmente nel suo apprendistato fotografico ricalca la lezione di Weston (ne sono testimonianza le fotografie che ritraggono le calle dalle consistenze rugose, i bicchieri, i fili della luce che disegnano geometrie in cielo), pian piano sviluppa la sua personale poetica; pur lasciando intatta la dimensione geometrica, perviene a risultati originali grazie al suo gusto per la sperimentazione. Tina, anche nei suoi soggetti più formali, racconta un tormento, un’urgenza espressiva che è estranea al maestro. Si trasforma pure fisicamente, indossa abiti comodi per muoversi liberamente, abbandona il trucco, si pettina i capelli raccolti sulla nuca, non è una pettinatura alla moda, ma è la sua pettinatura.

Quello che considero il fulcro dell’opera (e della mostra) è il reportage sulle donne dell’istmo di Tehuantepec che restituisce un universo matriarcale fatto di donne/divinità, che dominano il paesaggio con il loro sguardo fiero e il loro incedere ieratico; si mostrano e si scherniscono, sono al centro di tutto, popolano un mondo al femminile dove gli uomini sono assenti e dove le donne, sebbene ritratte al lavoro, mantengono una compostezza tipica della statuaria classica, degli idoli votivi. Questo reportage arriva in seguito a un incarico ottenuto assieme a Weston per documentare l’etnografia messicana, dove i risultati di Modotti, che riesce a entrare nei luoghi sacri e a dialogare con le persone, sono nettamente più intimi e suggestivi degli scatti del compagno.

Ma è la politica a farsi strada, sempre più insistentemente, nella sua vita, fino a sottomettere l’arte alla causa rivoluzionaria.

Registra assiduamente la miseria, esaltando la rabbia, l’ingiustizia, la desolazione, l’insensatezza del lavoro e l’importanza della protesta organizzata. Il suo occhio tende sempre più all’oggettività e sono le persone a diventare il suo soggetto preferito, assieme alle mani, espressione del duro lavoro dei proletari.

È lei stessa ad affermare, in occasione della sua prima mostra personale:

“Ogni volta che si usano le parole arte a artista in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sgradevole sensazione dovuta al cattivo impegno che si fa di questi termini. Mi considero una fotografa e nient’altro. Se le mie fotografie si differenziano da quelle generalmente prodotte si deve al fatto che io cerco di realizzare non dell’arte ma soltanto delle buone fotografie, senza ricorrere a manipolazioni o artefizi di sorta. Mentre la maggior parte dei fotografi continua a cercare effetti artistici o imita gli strumenti che appartengono all’espressione grafica. Da ciò ne risulta un prodotto ibrido, che non distingue l’opera nella caratteristica più significativa che le compete: la qualità fotografica”.

La sua scelta di indipendenza la porta ad allontanarsi sempre di più dalla California in favore del Messico; la relazione con Weston finisce, ma resteranno sempre in contatto. Diventa la “fotografa ufficiale” dei muralisti messicani come Orozco e Rivera, quest’ultimo la ritrarrà nuda effige della Terra Vergine presso la Scuola dell’Agricoltura a Chapingo e impegnata nella distribuzione delle armi, in un murales, presso il ministero dell’educazione a città del Messico.

Il suo impegno culmina con l’iscrizione al partito comunista e con la collaborazione con El Machete (storica testata espressione di artisti e scrittori rivoluzionari e organo ufficiale del partito), per cui realizza, tra le tante, l’immagine (costruita) del giovane che legge e dei contadini, anch’essi immersi nella lettura del quotidiano, immagini con intento pedagogico, che descrivono una classe operaia colta e consapevole, dove la cura compositiva e la passione si fondono. La scelta estetica è quella di socializzare la creatività e distruggere l’individualismo borghese, perché la sua fotografia, ora più che mai, diventa ideologia, asserzione soggettiva; alle volte il messaggio può apparire naif ma è coerente con la spontaneità del popolo messicano, che sa raccontare come nessun altro, prendendo coraggiosamente le distanze dal pittorialismo dei colleghi uomini.

In quegli anni Tina realizza anche moltissimi ritratti, fotografie di artisti, attori, intellettuali che le garantiscono qualche necessario guadagno e, seppure queste opere siano realizzate al solo scopo di sostentarsi, non perde la grazia dello sguardo e l’acume dell’occhio: delicato con i deboli e spietato coi forti; come nei confronti dell’amica e critica Anita Brenner, con cui ha un rapporto ambivalente, che ritrae di profilo accentuandone il naso aquilino, o dal basso sottolineandone le gambe gonfie.

La sua prima personale viene inaugurata il 3 dicembre 1929 presso la Biblioteca Nazionale di Città del Messico, l’allestimento di Palazzo Roverella comprende circa 30 delle 50 opere esposte, scatti che rappresentano il suo manifesto artistico, un universo che oscilla tra geometria formale e passione politica: due mondi apparentemente inconciliabili che qui convergono. Nella foto per la stampa Tina viene ripresa di fronte all’allestimento, ma copre volutamente una foto: quella di Antonio Mella che era stato suo compagno per un brevissimo periodo, assassinato con due colpi di pistola all’uscita della redazione di El Machete. La foto lo ritrae da morto, lei sembra volerlo coprire per pudore, mentre in cima all’allestimento svetta un suo bel profilo in vita, come se fosse il nume tutelare della sua intera opera.

Nel 1930, quando oramai la militanza di Tina è conclamata, viene ingiustamente accusata di aver partecipato all’attentato al presidente del Messico, fugge quindi in Germania. A Berlino svolge il meticoloso lavoro di archivista per la propaganda del partito comunista e intraprende frequenti viaggi in Polonia, Ungheria, Romania per il pronto soccorso. Questo lavoro ripetitivo e soffocante ha il potere di annichilire la sua vena creativa.

Si trasferirà poi a Parigi e in Spagna per partecipare alla guerra civile, in questi anni il suo compagno è Vittorio Vidali, un agente del comunismo internazionale con una sfilza di nomi inventati e altrettanti passaporti.

Sono gli anni in cui abbandonerà definitivamente la fotografia. Il lavoro della militante non si sposa con la libertà creativa e il passaggio alla Leica, necessario per la praticità e i continui spostamenti, non sarà felice per l’arte di Tina, i pochi scatti caratterizzati da un lieve slancio grottesco, sono lontani dalla forza di quelli messicani.

Muore in un taxi, in una notte di inizio gennaio del ’42, di ritorno da una cena, le cause restano sconosciute, si parla di un attacco cardiaco. Non viene svolta alcuna autopsia, ma per le delicate condizioni politiche dell’epoca, Tina Modotti è soltanto un personaggio scomodo da eliminare.

Muore a 45 anni, ancora giovane ma invecchiata anzitempo. Tina, in pochissimi anni di attività, dal ’23 al ’30, sviluppa un linguaggio eclettico e complesso, composto da immagini nitide e precise, da cui emerge  un’apparente semplicità compositiva capace di veicolare un messaggio diretto e appassionato giocato sull’ellissi e non sull’accumulo. Tina Modotti, è evidente scorrendo le opere esposte, ha segnato la storia della fotografia in maniera molto più profonda di molti suoi  colleghi maschi: uno su tutti il compagno e maestro Edward Weston.

Grazia Deledda a Cervia

Se fosse Grazia...

“Io invece sono in due persone. Una è Grazia Deledda che si è educata da sé, che vive con la testa fra le nuvole azzurre e che è gentile con tutti coloro che si contentano di conoscerla superficialmente. L’altra è Grazietta, piccola, caparbia e selvaggia come tutti i suoi parenti, che fa tutto a modo suo che soprattutto non soffre più l’ironia quando si parla delle sue passioni.”
Se fosse il personaggio femminile di uno dei suoi romanzi, Graziedda sarebbe Nina, giovane sposa in viaggio di nozze, infarcita di ideali romantici, ne “Il paese del vento”. Dopo l’incipit, quasi stucchevole, accade un fatto che scatena nella protagonista un senso di repulsione per il marito e per la loro casa di villeggiatura: “effetto del vento erano lo scompiglio e il mormorio ostile coi quali ci accolsero i salici e i pioppi intorno alla casetta, che vi si rifugiava in mezzo grigia, chiusa; e mi parve, anche essa, inospitale e quasi arcigna.”
Nina incontra Gabriele, un amore di gioventù, in cui alcuni riconoscono Stanis Manca, amore non ricambiato di una giovanissima Deledda. Lui, malato di tisi e oramai in fin di vita, mette in crisi il matrimonio. Da qui Il romanzo procede tumultuoso sotto i cieli stellati e gli arenili della bella e ventosa Cervia. Ecco svelata la meta del viaggio di nozze: Cervia che in queste pagine diventa ambientazione letteraria, e assume i connotati di un luogo peccaminoso e sensuale.
“il sole tutto nostro, il cielo, il mare e la terra creati solo per noi: coppie di farfalle d’oro venivano dalla brughiera e ci seguivano come attirate da un comune effluvio d’amore.”
Così si susseguono immagini vibranti di una terra che, come in tutta l’opera narrativa “deleddiana”, partecipa dei tormenti dei suoi abitanti.
Nel 1919 Grazia, quella giudiziosa, scrive all’amico “principiante” Marino Moretti:
“Vorrei conoscere l’Adriatico, vorrei una casa da quelle parti”. Un anno dopo riesce ad abbandonare l’affollata Viareggio per stabilire le sue lunghe vacanze estive – da giugno a settembre – nella ridente Cervia.
Era stato un collega di Palmiro, suo marito, a descriverle per la prima volta la città, sempre lui aveva consigliato alla scrittrice di appoggiarsi a Lina Sacchetti, maestra cervese.
Ai nostri occhi, inquinati dalle spiagge caraibiche della Sardegna, riesce difficile immaginare che la scelta di una sarda, in materia di vacanze, possa orientarsi sulla Romagna. Ma oggi per ritrovare quella Cervia, ultima tra tutte a organizzarsi come stazione balneare, bisogna lavorare di fantasia:
“La spiaggia è in pendio, con una sabbia finissima e mobile, che il vento ammucchia in vere dune. Bisogna parecchio faticare per raggiungere la striscia solida lambita dalle onde chiare come acqua di fiume. Eccoci, tra mare e terra; fiorito di vele rosse il primo, l’altra di croco e ranuncoli. Dopo la zona dorata dell’arenile, si vedevano spesso gruppi di alberi, quasi tutti pioppi e platani, e in mezzo a essi piccole graziose ville con finestre chiuse. Nella spiaggia si notavano solo le impronte di piccole zampe di uccelli che pareva fossero scesi a bagnarsi al mare, ogni tanto io mi piegavo a raccogliere qualche conchiglia che pareva un fiorellino pietrificato.”
La sarda per raggiungere la Romagna impiega dodici ore di treno e tre cambi. Vive a Roma oramai da vent’anni e una vacanza in Sardegna le pare inconcepibile. Tant’è vero che del suo luogo d’origine lascerà testimonianze desolate di terre aride chiuse tra i monti, impestate dalla grettezza delle persone: piccoli proprietari terrieri, pastori, servi, braccianti, banditi che si danno alla macchia in seguito a disastri economici e delitti d’onore.
George Perec catalogava gli elementi del paesaggio, nel tentativo di far sopravvivere qualcosa che è destinato a mutare. I luoghi cambiano, lo sapeva Grazia, lo sanno bene gli scrittori che, a volte, scrivono per strappare qualche briciola al vuoto.
A questo punto sgombriamo lo sguardo dalle file di ombrelloni, togliamo i pedalò, dimentichiamo i racchettoni, le motonavi, ripopoliamo qualche ettaro di pini marittimi e scopriamo la bella e ventosa Cervia del 1920, il paese di Bengodi con la sabbia dorata e gentile, l’acqua trasparente, la vegetazione che arriva fino all’arenile, i pioppi, i salici, la pineta dantesca, le barche con le vele rattoppate, schierate lungo il molo, i pescatori scalzi che riempiono le ceste di sogliole, cefali, triglie e gamberi, ceste luccicanti, messe all’asta in mezzo a una calca di uomini e donne che si slanciano in punta di piedi per adocchiare il pezzo migliore. Così appare Cervia al maestro in pensione nel romanzo “Fuga in Egitto”. Rimane subito colpito dalla stazione col tetto rosso e dal fascino esotico del viale erboso slanciato verso la città. A lui, che viene dalla Sardegna, balena l’idea di essere approdato in un luogo selvaggio. Nota l’immobilità delle vigne, i cespugli, le file di pioppi, il mare in lontananza e un cielo chiaro “di una tristezza indicibile”.
E poi il centro cittadino:
“una piccola piazza selciata di sassolini di spiaggia, con a destra la chiesa e a sinistra il palazzo nero del comune, nel mezzo una fontana senz’acqua e sopra un quadrato di cielo simmetrico e intenso come un soffitto turchino.”
E ancora il mare:
“la spiaggia era completamente deserta… verso la palizzata del molo che appariva come un ponte tra la terra e il mare… a destra dove la linea delle sabbie finisce in uno svaporare azzurro che pare che si perda nella lontana montagna all’orizzonte… una dopo l’altra furono schierate lungo il molo con le vele fiammeggianti… come tatuate di mille rattoppi.”

Se fosse il personaggio maschile di uno dei suoi romanzi, Grazia, la più botanica degli scrittori, la prima donna italiana ad avventurarsi nelle montagne sarde con una guida del Touring, chissà quale sarebbe, di certo nessuno di quelli fragili e irrisolti nascosti tra le pagine suoi romanzi. La piccola sarda, pallida, bruna, un po’ spagnola, un po’ araba, un po’ latina, la donna che riesce a rimanere seduta immobile, in silenzio, per ore, giorni; la stessa che si toglierà quattro anni dai risvolti di copertina e si aggiungerà sei centimetri, per poi affermare, con falsa ironia, di essere alta solo sei palmi e qualche centimetro, sa bene dove vuole arrivare ed è perfettamente conscia dei propri mezzi. Giovanissima, nel 1890, scrive:
“Avrò fra poco vent’anni, a trenta voglio aver raggiunto il mio scopo radioso, qual è quello di creare da me sola una letteratura completamente ed esclusivamente sarda.”
Grazia attingeva alla quotidianità e regalava alle case e alle persone una sorta di immortalità non sempre desiderata, come nel caso della famiglia Nieddu di Galtellì, in Sardegna, ovvero le Pintor di “Canne al vento”. Il paese arrivò a odiarla per aver gettato il disonore su una famiglia tanto rispettabile. Il destino di Cervia fu inverso, il paese e i suoi abitanti, molti dei quali, come Trucolo (stagnaro stralunato protagonista di storie dal sapore rarefatto), si sentirono onorati di essere rappresentati nelle sue novelle, fino a riconoscerle la cittadinanza onoraria subito dopo il conferimento del Nobel.
Nelle sue quindici estati cervesi Grazia assiste alla metamorfosi di un villaggio di pescatori in stazione balneare. Gli spazi sono fragili, cambiano, come il primo stabilimento: un edificio mobile, che viene montato e poi smontato alla fine ogni estate. Siamo solo nel 1882. Molto più tardi, nei suoi soggiorni, invece, lei disporrà di un capanno sul mare tutto suo, alla cui ombra siederà ogni giorno, con una mano sulla borsa di paglia, i grandi capelli bianchi raccolti e gli occhi neri fermi a osservare i riflessi sull’acqua. Il capanno verrà costruito all’inizio della stagione e quando sarà il momento di tornare ci penserà il mare, con la prima mareggiata, a smontare gli assi.
Passate le prime estati di quiete, Grazia lamenterà delusa l’avvento del turismo, lo spazio selvaggio della sua Cervia verrà addomesticato da un’umanità mondana e rumorosa, radunata attorno al lussuoso Grand Hotel.
La prima casa, Villa Igea, la procura Lina Sacchetti, che diventerà una buona amica, è sul molo, diventa subito ambientazione letteraria, è la casa di Antonio, figlio presso il quale si trasferisce Giuseppe, maestro in pensione nel romanzo “Fuga in Egitto”:
“due grandi terrazze a colonnine si sporgevano sulla facciata della villa e sotto quella del primo piano un piccolo portico, col pavimento stuccato e le colonne rivestite di rose rampicanti, circondava il portoncino d’ingresso.”
In seguito si stabilisce sulla litoranea vicino a viale Dei Mille, per poi approdare definitivamente alla “Caravella”, su viale Cristoforo Colombo, una “piccola casa che ha le ali in mare”, acquistata, si dice, coi proventi del Nobel:
“una casetta color biscotto, con le persiane di menta glaciale verde, che pare sbocciata dalla sabbia per l’opera magica di una fata e per la mia esclusiva consolazione.”
Diventa quest’ultima il luogo letterario prediletto delle narrazioni ambientate a Cervia, di volta in volta è la casa del viaggio di nozze, il posto in cui ritrovare il figlio dopo aver abbandonato il paese natio, luogo dell’incontro segreto con un amante, una nuova casa per cambiare vita, un nuovo inizio.
All’epoca, attraversando il vialetto erboso, si vedeva il mare, ora c’è una fila di edifici di cemento tra la casetta, unica cosa rimasta immutata, e la litoranea, le vigne e le tamerici sono svanite e quella strada ora, così tanto diversa, per ironia della sorte si chiama lungomare Grazia Deledda.
Marino Moretti diceva che il lido di Cervia, con i suoi pini e con i suoi venti, faceva salmastre le ultime storie di Grazia Deledda, Lina Sacchetti sosteneva che la produzione cervese della scrittrice toccasse l’animo dei personaggi, spogliandoli del superfluo.
Concordo con Lina, per quanto possa contare il mio parere. “Il segreto dell’uomo solitario”, “La vigna sul mare” e gli altri racconti e romanzi cervesi già citati, rappresentano una svolta nella produzione della scrittrice, che esce dal regionalismo sardo, si stacca definitivamente dai feuilleton, per iniziare a praticare una narrativa intimista, dove resta centrale il paesaggio, ma le storie sono scarnificate, ridotte a suggestioni; dove i silenzi, i conflitti interni e i ritratti di personaggi, hanno la meglio sulle trame. Immutabile, invece, è il rapporto tra il vento e il destino umano, ma in Romagna, questo vento, si guadagna un nome: il garbino.
E adesso immaginiamo Grazia uscire dal suo studio, sullo sfondo s’intravede uno scrittoio in stile liberty e un divano austero dall’aspetto scomodo. I suoi piccoli sandali misura trentadue attraversano il salotto con le poltroncine in vimini, indossa un completo a pantaloni e sale sulla macchina di Isotta Gervasi alla volta di Cesenatico. Vanno a trovare l’amico Marino (Moretti) col quale nel 1913 era iniziato un fitto epistolario, interrotto da lei sin dai primi anni di villeggiatura in Romagna, perché oramai era venuto il tempo delle piccole confidenze orali. Panzini arriva in bicicletta da Bellaria con un seguito di fanciulle ridenti, li raggiunge Antonio Beltramelli, dinamico, ricco, mondano, viene dalle parti di Forlì, Antonio Baldini, arriva da Santarcangelo. Si radunano nel giardinetto oppure nelle “stanze leggiadre di mobili antichi e quadri moderni”, “le discussioni d’arte appanneranno i vetri”. Filippo De Pisis è lì ad attenderli, i quadri che dialogano con l’arredo del ‘600 sono i suoi. Graziedda non accenna mai a quello che sta scrivendo, non parla dei suoi progetti letterari, preferisce delle Janas, fate del folklore sardo, dei suoi primordi d’artista. Ribadisce scherzosamente la sua ignoranza, si è fermata alla quarta elementare, seppur ripetuta due volte, è madrelingua sarda, l’italiano l’ha imparato da sé. Discute con l’accademico Panzini, sono in disaccordo su Ungaretti che lei, divertita, dice di apprezzare. Il letterato, furibondo, dissente. Eppure sono tutti concordi nel ritenere lei, l’ignorante sarda, una scrittrice di razza, una mano felice. Diversi erano i giudizi lapidari, Pirandello e dell’Aleramo che la definiranno: una scrittrice per lettori di bocca buona.
Così, tra simposi di letterati, passeggiate solitarie, scrittura nel pomeriggio, lettere al figlio Sardus, passano le estati cervesi. E Palmiro, il funzionario governativo, amante della musica e dei ricevimenti, che posto avrà avuto?
Resta il tarlo legato alla parodia operata da Pirandello nel romanzo “Suo marito” che ritrae Giustino Boggiolo, marito della famosa Silvia Roncella, autrice del best seller La casa dei nani, come un arrampicatore sociale, interessato unicamente ad amministrare le fortune letterarie della moglie, inopportuno in società, ottuso, vanitoso. Eppure c’è lui a Roma accanto alla moglie Grazia nell’agosto del ‘36, gli altri sono tutti a Cervia, lei non vuole che si rovinino le vacanze, mentre muore.

Autoritratto di Cristina Campo

Mi pento di tutto quello che ho scritto

Sono nata a Bologna il 28 aprile del 1923 in una famiglia di scienziati e musicisti, mia madre era musicista (sorella dell’ortopedico Putti), mio padre compositore e insegnante al conservatorio. Ho passato l’infanzia in una casa nel parco dell’ospedale Rizzoli di Bologna, la mia era una famiglia colta e musicale. Non ho mai frequentato la scuola, sono stata educata a casa, perché sono nata con una malformazione cardiaca. Per tutta la vita ho convissuto con la malattia, sempre costretta al riposo ho letto di tutto, qualsiasi libro mi si dava da leggere, lo leggevo.
Avevo cinque anni che ci siamo trasferiti a Firenze, mio padre era stato incaricato della direzione del conservatorio Cherubini.
In quegli anni c’era la guerra e i bombardamenti. La mia prima amica è stata Anna Cavallotti, stavamo sempre assieme. Quando avevamo quindici anni si giocava a darsi dei nomi falsi, io ero Cristina. Anna è morta sotto i bombardamenti, il mio dolore fu immenso: una ferita che non si è mai più rimarginata. Da quei giorni il nome Cristina non mi ha mai più abbandonata, come ricordo di quei giochi e di quell’amicizia eterna.
Quando stavo a Firenze avevo già letto la bibbia, le fiabe europee e quelle delle “Mille e una notte”, oltre a tutti i classici in lingua originale. Le mie amicizie più profonde sono iniziate lì: Margherita Pieracci, Gianfranco e Piero Draghi. A Firenze ho iniziato a scrivere poesie, anche se, a eccezione del mio rapporto con Leone Traverso, ho vissuto sempre isolata rispetto all’ambiente culturale dell’epoca.
Il mio primo amore letterario è stato Hugo Von Hofmannsthal. A Firenze ho scoperto pure Simone Weil, è stato Gianfranco Draghi a portarmi “La pesantezza e la grazia”; allo stesso tempo iniziavo a leggere Emily Dickinson, da qui è partita la mia idea, un progetto che avrò a cuore per tutta la vita ma che non metterò mai in pratica: il libro delle ottanta poetesse, un’antologia di poesia di sole autrici donne, che propongo all’editore Casini, il manoscritto non l’ho mai portato a compimento, molte traduzioni sono mie, ero a buon punto ma poi mi sono persa.
Ho vissuto a Roma intorno agli anni ’60 e ’70, perché mio padre è diventato direttore del conservatorio di Santa Cecilia. Roma mi spaventava, ma lì ho conosciuto tutti gli intellettuali della mia epoca, pur non frequentando i salotti.
A Roma Bobi Bazlen mi ha portato dal professor Ernst Bernhard, foriero della dottrina junghiana in Italia, frequentato pure da Natalia Ginzburg e Amelia Rosselli, un uomo silenzioso, cechoviano, che mi ha liberata da una opprimente claustrofobia consigliandomi di leggere il “Libro di Giobbe”.
Diverse sono le traduzioni a cui ho lavorato. Sono uscite le mie traduzioni di Williams, John Donne, Simone Weil. Non ho mai smesso di tradurre, ho lavorato per molti anni al progetto pensato con Zolla, quello della traduzione dei mistici dell’occidente.
I miei sono morti a distanza di un anno l’uno dall’altra: tra il Natale del ’64 e il giugno del ’65. Dopo la loro morte sono andata a vivere nell’Aventino, perché io a quel punto non avevo più famiglia, stavo tra Sant’Anselmo e l’Aventino, andavo a seguire le liturgie latine e il Russicum.
A un certo punto sono arrivata a contestare il concilio vaticano II, in favore della liturgia classica, del rito in latino, perché ho sempre pensato che si dovesse partire dalle radici, e la caduta del latino nella liturgia per me è stato uno sfregio della bellezza. Penso ci sia una circolarità nei saperi e questa ha la sua base nella liturgia, o meglio in tutte le liturgie e queste vadano lasciate intatte.
La fiaba la associo al misticismo.
Belinda sostituisce il padre come ostaggio presso il mostro e resiste ai corteggiamenti del mostro stesso. Resistendo, resta di lei l’anima nuda che arriva a comprendere il bene del mostro e alla fine lo vuole così com’è: lo accetta. “Lo sposerei brutto com’è”, dice verso la fine. A quel punto il trasformarsi del mostro in un uomo bellissimo è quel di più, che vien dato a chi ha accettato il regno di Dio.
Belinda il mostro è per me la dimostrazione fiabesca del pensiero mistico.
L’amore per la liturgia l’ho sempre condiviso con Elemir Zolla che è stato il mio ultimo e più importante compagno.
Per tutta la vita ho avuto crisi cardiache e probabilmente morirò per una di queste, magari leggermente più minacciosa della altre, so che sarà lui ad assistermi, anche se negli ultimi anni abbiamo avuto diversi dissapori.
Se devo riassumere il mio pensiero: credo che la bellezza sia salvifica e questa idea mi ha accompagnata da tutta la vita. Di ogni parola inutile ci verrà chiesto conto, per questo mi pento di tutto quel che ho pubblicato. La scrittura per me è l’assoluto, l’equilibrio tra necessità e grazia.
Le mie letture, quasi esclusivamente poetiche, iniziano profane e diventano via via sempre più sacre. Del resto per me la poesia è la forma più alta.
Mi importa molto della poesia e ancora di più la fonte metafisica della poesia.
Poesia è l’arte di caricare ogni parola del suo massimo significato. La poesia è precisa, non può essere generica.
La perfezione è saper durare, è quiete, immobilità, chiarezza, impassibilità, la perfezione è una cosa che resta.
Ho sempre conversato coi morti più dei vivi, mi abituavo perché sapevo che avrei avuto vita breve. La mia preferita, con cui ho avuto lunghe chiacchierate, è stata Gaspara Stampa.
La parola per me è una cosa terribile, un filo elettrico scoperto, col verbo non si scherza, la parola scritta può far male, ma può anche dar adito a fraintendimenti, alle volte esser citati crea immagini diverse da sé, pensieri che non si erano pensati. La parola però può anche essere preziosa, può fare molta strada, possiamo dire immense sciocchezze di cui ci pentiremo oppure possiamo formare anime giovani. Ho sempre avuto una gran paura della parola, ma pure una grandissima fiducia nelle sue possibilità.
Per diverso tempo ho studiato le liturgie entrando in un mondo bellissimo, tutta l’arte, il mito, la fiaba vengono da lì. Sono bellissimi gli strumenti musicali liturgici, gli armeni hanno i cembali, i senegalesi hanno i tamburi e tutti questi strumenti servono per aprire i cinque i sensi, compresi i profumi. Si usano erbe che bollono per giorni e notti, candele e fiori, i sensi vengono portati via nello splendore del soprannaturale.
Non mi sono mai posta il problema per cui vivo, ma mi son sempre detta che è un miracolo, come quando me ne sto nell’acqua come un’alga, oppure quando guardo gli animali e il mare.
Che bello, e che cosa spaventosa essere stati creati! Ma la domanda più atroce è cosa devi fare dal momento che sei qui? La risposta sarebbe: scrivere, ma avendo questa grande responsabilità dovrei scrivere pochissimo solo per testimoniare la bellezza e poi amare alcune persone, potendo moltissime. Eppure ci sono cose che si sa di non riuscire ad amare, le cose che sono veramente brutte per progetto. Ci sono quartieri di Roma che danno testimonianza di menti alterate, edifici fatti a casaccio, pensati da una mente sconvolta.
Quella in cui viviamo non ha più niente dei caratteri della civiltà, che è una cosa che si trasmette con amore, questa sottospecie di civiltà invece dovrebbe essere distrutta con furore. Non credo nell’educazione di tutti, ma nel lavoro su se stessi. Il cosmo si modifica a ogni modificazione interna. Come mai un paese schiacciato come la Russia ha così tanti poeti? Io sento che le cose si svolgono su un altro piano dove ci sono giocatori che non vediamo, le cose si svolgono sull’invisibile. Bisogna ricordare che abbiamo un’anima e un’anima può tutto.
Ora che ho compiuto cent’anni posso dire che ho scritto poco ma avrei voluto scrivere ancora meno.
Più di tutto mi spiace aver pubblicato; ho scritto molti inediti e, se stessi per morire, li butterei via per paura di un’edizione postuma.
Ma purtroppo i miei manoscritti sono stati trovati, quasi tutto è stato dato alle stampe.

 

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Io non sono un’artista

l'esperienza umana di Letizia Battaglia

Letizia Battaglia non è un’artista, è una fotografa di denuncia; della fotografia ama il potere legato alla testimonianza e allo svelamento. Letizia è un’attivista, ci tiene a precisarlo nel suo memoir “Mi prendo il mondo”, uscito nel 2020, dove si racconta, e dove la narrazione di sé diventa storia sociale, di lotta. La sua però è anche la storia delle donne tutte, della loro emancipazione.

Eppure i suoi scatti non sono privi di una certa estetizzazione dell’immagine, perché malgrado la fretta (talvolta) e le imprecisioni tecniche, c’è sempre un’attenzione alla composizione e agli aspetti metanarrativi che elevano e complicano il livello di lettura dell’opera.

Letizia Battaglia inizia la sua carriera di fotografa a quarant’anni, prima ha fatto quello che normalmente spetta alle donne: la moglie e la madre.

Passa l’infanzia a Trieste, sotto i bombardamenti, dove il padre aveva traferito la famiglia perché aveva trovato impiego nelle navi da crociera. A Trieste Letizia sperimenta la libertà. Dopo la guerra tornano a Palermo, e il legame con questa città non si spezzerà mai, diventando qualcosa di viscerale, innato e necessario, oltre che doloroso e conflittuale, ma comunque indissolubile. Durante la sua vita si sposterà spesso ma a Palermo tornerà sempre.

Il suo primo matrimonio avviene a 16 anni, addirittura a seguito di una “fuitina”. Sposa un uomo che la vuole tenere a casa, che non vuole che studi, che sia indipendente e a 19 anni hanno già due figlie. Dopo qualche anno di questa vita Letizia sprofonda nella depressione e, dopo un percorso di psicanalisi – fatto decisamente insolito per quegli anni –, riesce a prendere il coraggio di lasciare il marito per mettersi col fotoreporter Santi Caleca. Nel 1970 divorzia e si mette col giovane fotografo palermitano, lui ha dieci anni in meno.

Il divorzio per lei è anche la rinascita. Già nel 1969 si era presentata a “L’Ora” di Palermo e aveva chiesto di poter collaborare: prima come giornalista (anche Santi collaborava con il giornale), poi come fotografa. Nel ’69 scatta la prima foto, un giorno d’estate in cui tutti i giornalisti sono in vacanza, si fa prestare una Leica e gira per le strade di Palermo. Fotografa Enza Montoro, una prostituta dalle bellissime mani bianche, a casa sua; aveva la fama di essere amante dei mafiosi, le avevano ammazzato una collega. Letizia s’innamora subito di questa donna devastata.

Sul finire dell’estate arriva tra le sue mani una piccola Minolta che cambia la sua vita. Però, al rientro dei giornalisti, al giornale non c’è più posto per lei, allora con Santi si sposta a Milano per mandare a “L’Ora” pezzi riguardanti siciliani famosi. In seguito inizia a collaborare con “Le Ore”, giornale erotico a cui collaboravano già molti intellettuali, e in seguito per varie riviste. A Milano e si è sentita a casa, indipendente dall’ex marito, autonoma economicamente.

Nel 1972 fotografa Pasolini, al Circolo Turati, le foto le regalerà al centro studi di Casarsa.

Nel 1974, subito dopo lo stupro, fotografa Franca Rame alla palazzina liberty. Poi torna a Palermo e da lì si sviluppa la sua poetica. Con Santi mette in piedi un’agenzia fotografica, ma lui abbandona presto l’impegno e lei si ritrova sola nel periodo più cupo e violento della storia della città: l’arrivo dei corleonesi e l’inizio di una vera e propria guerra civile.

 

Verso la fine degli anni ’80 viene licenziata dal giornale che attraversava una grave crisi, da lì a poco avrebbe chiuso.

Poco dopo inizia la sua storia con Franco Zecchin, più giovane di lei di  diciotto anni, mentre Letizia, a quarant’anni, è già nonna. Stanno insieme fino a dopo le stragi e il periodo del loro sodalizio è il più caldo. Si recano nei luoghi del delitto a scattare fotografie e la macchina è la loro arma. Fotografano, dal primo all’ultimo, i morti ammazzati da cosa nostra, si trovano in un vero e proprio scenario di guerra ma, trattandosi di guerra mafiosa, le loro fotografie riprendono il fatto quando è già avvenuto. Letizia, in quanto donna, viene spesso bloccata, allontanata dalla scenda del crimine, addirittura presa a calci, è un agente di polizia a spianarle la strada, poi caduto pure lui nelle mani della mafia. Il suo modo di fotografare è diretto, senza sotterfugi, vuole che il soggetto, se è vivo, la possa vedere, se è morto lo tratta con rispetto e delicatezza, pur non risparmiando nulla alla tragicità dell’evento. Il suo modo di fotografare è forse impreciso, non tiene conto dell’esposizione, dell’apertura del diaframma, con l’esposimetro in mano è impacciata, la sua fotografia è solo istinto e, come diceva Cartier Bresson, è a la sauvette: fatta in un secondo per cogliere il momento rivelatore, la sua fotografia contiene la vita che scorre.

Tra le tante foto, scatta quella di Andreotti con il mafioso Nico Salvo; è il 7 giugno del 1979 sono all’hotel Zagarella di Palermo, in occasione di una festa in onore di Andreotti, questa fotografia ha rivelato i contatti di Andreotti con la mafia, i negativi sono stati sequestrati dalla polizia e mai più restituiti, a Letizia resteranno solo alcune stampe.

Con Zecchin entra nella Real Casa dei Matti di Palermo, presso la quale scatta foto con grande riservatezza e rispetto, per aprire l’ospedale alla città. Nel 1985 riceve il premio Eugene Smith a New York, il più importante premio per la fotografia sociale, e succede che viene celebrata prima all’estero che in Italia.

A Palermo si impegna anche in politica, con Leoluca Orlando, ma ben presto capisce che questo impegno implica moltissime frustrazioni.

Le stragi di Capaci e via D’Amelio sono le sue foto mancate, quelle che bruciano di più e per le quali si colpevolizzerà per tutta la vita. Dopo Capaci si reca in ospedale sperando di trovare Falcone ancora  vivo e invece è già morto, mentre di fronte a via D’Amelio resta paralizzata. Dopo il 1992 cambia tutto, è la sconfitta, finisce anche la storia con Franco. Nel 1994 iniziano i viaggi, deve metabolizzare il fallimento delle lotte antimafia, inizia a fare fotografie di viaggi e donne nude in pose naturali, ha bisogno di bello, deve rompere il legame con il sangue e il dolore. Negli anni 2000, tornando a Palermo, come a voler esorcizzare il passato, nasce l’idea di sovrapporre alle immagini drammatiche di morti ammazzati quelle più recenti di donne nude. Nascono così le sue rielaborazioni.

I suoi maestri sono Gabriele Basilico, Mary Ellen Mark, Diane Arbus, Joseph Koudelka, attraverso il loro lavoro ha compreso e messo a punto la sua idea di fotografia. Sembrano distanti, apparentemente, gli uni dagli altri, eppure, guardando questi maestri, trovo molto dello spirito di Letizia Battaglia, anzi sembra che in lei abiti una sintesi tra queste distinte anime.

Ho incontrato Letizia Battaglia (purtroppo mai di persona) attraverso due mostre: quella curata da Francesca Alfano Miglietti a Palazzo Reale (Milano 2019) e quella più recente (2023) alle Terme di Caracalla di Roma. L’una documentata, attenta dal punto di vista storiografico, precisa; l’altra emotiva, visivamente folgorante, e di grande impatto. Penso che non ci sia un modo giusto di raccontarla e penso che Letizia sia tutte e due le cose: fotografa per caso e artista. Si trova a fare questo mestiere da un giorno all’altro, ma la macchina fotografica non la abbandona mai più. Pur sentendosi per tutta la vita principiante, pur ammettendo di non conoscere la tecnica, asseconda il suo istinto che invece ha qualcosa di soprannaturale e incarna l’essenza dell’arte.

Joyce Lussu, vita di una sibilla

La sibilla Silvia Ballestra, Laterza 2022

Come definire La Sibilla, libro sulla vita di Joyce Lussu, scritto da Silvia Ballestra, uscito nel 2022 e entrato nella dozzina dello Strega 2023?
L’idea che mi son fatta è difficile da inquadrare: una biografia e neppure troppo romanzata (la vita di Joyce è già un romanzo), una scrittura documentata e attenta, che proviene dal cuore, dall’affetto di un’autrice che vuole, con generosità, rendere omaggio a una maestra, che stima e ama profondamente; un ritratto intimo, pieno di un affetto lucido e ragionato, dove i sentimenti emergono dai fatti, dove non si scende quasi mai nel melodramma, tranne nei pochi passaggi sulle ultime pagine che risultano però necessari e catartici.
Ballestra, Joyce Lussu, l’ha studiata, conosciuta e amata; ci si è immedesimata, l’ha introiettata e ha dovuto far passare del tempo prima di raccontarla, si apprende, per sua stessa ammissione, nella postfazione del romanzo, che esce a distanza di anni dalla morte della scrittrice e attivista. C’è pure lei, Silvia Ballestra, che si racconta in relazione alla Sibilla, ma solo marginalmente e sulla base degli incontri avvenuti con Joyce, restando sempre un passo indietro, in punta di piedi di fronte a Joyce e al suo carico di carisma, umanità, pensiero e avventura.

La storia della vita di Joyce Lussu, oltre a essere avvincente, lambisce quasi per intero la storia Italiana del 900, di cui lei è attrice protagonista, con tutti gli strumenti di cui dispone, col suo sguardo: femminile e marginale, che le consente di fare tutto quello che possono gli uomini e anche molto di più.
Discendente dalla quella stirpe di inglesi trasferitasi nelle Marche nell’800, Joyce Salvadori vien su in una famiglia aperta (il padre Guglielmo Salvadori è professore di sociologia, la madre Cynthia, scrittrice), di classe benestante, ma che rompe, per divergenza di vedute, con le rispettive famiglie d’origine. È un ambiente stimolante e amorevole, quello in cui cresce. La sua infanzia è caratterizzata da una totale adesione alle idee, ai metodi educativi dei genitori e da una totale assenza di conflitto nei loro confronti; mentre lo scontro è con i nonni feudatari vecchio stampo, vicini alle idee fasciste. I genitori di Joyce si smarcano subito da quell’ambiente e iniziano a viaggiare per l’Europa, sfuggendo dallo squadrismo che stava facendo irruzione nel paese. Il padre, professore, preoccupato per il dilagante clima di terrore, accetta un incarico in Svizzera. Qui Joyce frequenta una scuola sperimentale improntata sul pacifismo. Grazie ai genitori, e ai frequenti viaggi, parla correttamente inglese, francese, tedesco. In quegli anni ha già iniziato a comporre poesie, che sottopone a Croce, amico di Willy. Col filosofo, che apprezza i suoi scritti, lei intratterrà negli anni un rapporto burrascoso e stimolante. Dopo la licenza ginnasiale Joyce si trasferisce a Heidelberg per frequentare filosofia, facoltà dalla quale si ritirerà dopo l’arrivo di Hitler in città. Con questo primo atto di ribellione finisce anche la prima fase della sua vita; perché quel che risulta chiaro è che Joyce, come questo libro, non è classificabile, lei non è una, ma tante donne e non ha vissuto una vita ma molte vite.
Nel 1933 incontra Emilio Lussu a Ginevra, il punto comune è Giustizia e libertà, il movimento antifascista a cui aderiscono i Salvadori e lui stesso, che è amico di famiglia. Ma c’è un primo matrimonio, nel ’34, nella vita di Joyce, di cui restano pochissime tracce. Si tratta di Aldo Belluigi un proprietario terriero (amico del fratello Max) con cui va a vivere in Africa, però quasi subito si rende conto di aver fatto uno sbaglio e il matrimonio viene annullato. Quando lei torna in Europa e sbarca a Marsiglia lì c’è Emilio: è amore a prima vista e così inizia la loro avventura, quella narrata in Fronti e frontiere, che li porta a viaggiare da clandestini per l’Europa occupata dai nazisti. Questa è la terza vita. Con Emilio costituirà una coppia solida, basata su progetti comuni. Si sposteranno a Roma, subito dopo la liberazione, lei è incinta e le cose vengono fatte in fretta, affinché il padre lo possa riconoscere il figlio.
Poi ci sono gli anni della ricostruzione, il dopoguerra, e un’altra vita per Joyce. La coppia va a vivere prima in Sardegna poi a Roma, lei pubblica i primi romanzi. Lussu diventa un uomo politico importante, viene eletto in Parlamento; ma Joyce non accetta di essere solo la moglie del ministro e così intraprende un’attività politica fatta dal basso, nei movimenti per le donne e per la pace; poi successivamente inizia a interessarsi alle politiche post coloniali e a tradurre poeti come Nazim Hikmet e Agostinho Neto. Segue l’impegno nel tribunale Russel, e molto altro.
Nel ’75 muore Emilio e per lei si apre un’altra vita ancora, che parte con infinita tristezza. Torna a vivere nelle Marche, fa ricerche sulla sibilla appenninica, figura femminile attaccata alla terra, di cui però lascerà un’interpretazione originale rispetto alla maga della leggenda. Ne parlerà come di una donna saggia pacifica e attenta all’ambiente, non una che incanta e seduce, ma una che costruisce.
“Essere donna l’ho sempre considerato un fatto positivo, un vantaggio, una sfida gioiosa e aggressiva. Qualcuno dice che le donne sono inferiori agli uomini, che non possono fare questo o quello? Ah sì? Vi faccio vedere io! Che cosa c’è da invidiare agli uomini? Tutto quello che fanno, lo posso fare anche io. E in più, so fare anche un figlio!”. Questa è Joyce, ci racconta Sibilla Ballestra citando questa sua frase nelle ultime pagine del libro, e a noi sembra una donna moderna, una che ci piacerebbe conoscere e con cui avremmo voglia di chiacchierare per lungo tempo, proprio come è capitato a Silvia.

Leggere Annie Ernaux

“Scrivo per vendicare la mia razza di lavoratori senza terra e di donne senza speranza”, questo si ripromette una giovane Ernaux, senza però sapere come fare. Poi succede tutto: la vita, due figli, un matrimonio, l’insegnamento (lavorare in scuole in cui i ragazzi vengono dal suo ambiente), la morte di un padre. Tutto questo dà concretezza alla sua voglia di scrivere e configura l’urgenza: tuffarsi nella memoria rimossa e mettere in luce la sua gente, scrivere per comprendere le ragioni, dentro e fuori, che l’hanno allontanata dalle sue origini. Si accorge, grazie al vissuto, di voler raccontare la lacerazione sociale, la condizione della donna in un contesto di divieti, il corpo le sue regole. Capisce che prima di dar forma alla sua ambizione aveva bisogno di vivere. Così, nel ’74, esce il primo libro Gli armadi vuoti — tradotto in Italia da Romana Petri — dopodiché usciranno tutti gli altri (in Italia per la casa editrice L’Orma e da lì in poi il traduttore sarà sempre Lorenzo Flabbi, con cui stringerà un sodalizio che ha molto a che fare con l’intimità e la particolarità del suo stile).
Partire dalla memoria per intessere il racconto della sua gente, ritagliare un posto nella letteratura dedicato a loro: quella che lei chiama la sua “razza”, gente di fatica, uomini avvezzi a morire presto, diventa un atto politico e forse rivoluzionario.
Ernaux è un’entomologa della memoria, una scandagliatrice di ricordi dai fondali dell’esperienza; un’accumulatrice di reperti privati; una scrittrice ossessionata dalla ricomposizione di sé, che non accetta che la sua storia la racconti qualcun altro. Capacissima di far coincidere pubblico e privato: parlando di sé e della sua famiglia, racconta la storia di un’epoca, di un popolo, di una generazione.
Gli anni inizia così: “Tutte le immagini scompariranno”, e procede per un’accumulazione di fatti pubblici ed eventi privati accostati gli uni agli altri, come istantanee che si inseguono, da un lato per recuperare il tempo perduto e dall’altro per tentare di ricostruire una biografia che è interiore, frammentata e inevitabilmente incompleta, perché ha la chiarezza che l’impresa è impossibile. Una donna è il tentativo, alla morte della madre, di ricostruirne la figura, come emblema della donna del novecento che, partendo da origini rurali, riesce ad avere un piccolo riscatto personale. Nelle ultime pagine del romanzo scrive:
“Questa non è una biografia, né un romanzo, naturalmente, forse qualcosa tra la letteratura, la sociologia e la storia.”, poi aggiunge che voleva che sua madre, nata in una posizione marginale del mondo, diventasse Storia.

La morte del padre diventa occasione per confrontarsi con lui, stavolta, stimolo per raccontare nuovamente l’ascesa di un contadino che diventa commerciante e che si vergogna della figlia che non l’aiuta in negozio (Il posto). La vergogna è protagonista di un altro romanzo, appunto: La vergona; dove partendo da un fatto avvenuto nel 1952, in cui da bambina assiste di nascosto a un litigio dei genitori, nasce lo stimolo di analizzare cosa, in quell’anno, cambia nel suo vissuto; ed è proprio la vergogna, raccontata attraverso alcuni episodi incentrati sul perbenismo provinciale, a entrare per la prima volta nella sua vita e a non abbandonarla più. A un certo punto del romanzo scrive:
“La vergogna era ormai il mio stile di vita. Di fatto non la percepivo neanche più, mi era entrata sottopelle”.
L’evento racconta di una studentessa ventitreenne rimasta incinta involontariamente nel 1963, quando l’aborto in Francia era illegale. Il romanzo si snoda attorno ai giorni di angoscia, spesi nel tentativo di liberarsi di quello che per lei è soltanto un problema; in un contesto ostile e insensibile che non fa altro che ostacolarla e bollarla come ragazza “facile”.

Ne L’altra figlia, partendo da una chiacchiera della madre con un’amica, la protagonista apprende di aver avuto una sorella, morta prima che nascesse. Anche questo romanzo è inizialmente ambientato in un cimitero per dipanarsi attraverso un’esperienza intima dolorosissima, dove per la prima volta Ernaux usa il tu, per riferirsi alla sorella scomparsa.
La donna gelata racconta delle donne della famiglia dell’autrice, che non sono donne vaporose e fragili come quelle narrate in letteratura. Quelle che conosce lei, fin da piccola, sono donne potenti che non hanno bisogno di protezione; donne che imprecano, hanno modi brutali, non cucinano e non puliscono la casa. Questa constatazione allude a un curioso senso di un femminismo primordiale e insinua il dubbio su come la protagonista, avendo avuto questi esempi sotto gli occhi, finisca per cadere nel ruolo stereotipato della madre e moglie a tempo pieno, frustrata e senza tempo per scrivere.
Memorie di ragazza è la storia di una ragazza che per la prima volta nell’estate del ’58 si allontana da casa per fare l’educatrice, il racconto si sviluppa come un’inchiesta, per accumulazione di dettagli, tanto che, nella lettura, la distanza da questa ragazza risulta impressionante. La prima esperienza fuori casa sarà tutt’altro che avvincente, infatti l’estate del ’58 rappresenterà un’iniziazione feroce, da cui prendere le distanze per sopravvivere; infatti l’autrice stessa afferma sin dall’inizio:
“ho voluto dimenticarla anch’io quella ragazza…”.
Insomma Ernaux è una scrittrice stratificata e complessa, che indaga il personale con crudeltà e precisione fino a portarlo a galla in un’esperienza universale, che però tende a essere semplificata e banalizzata.

A ridosso dell’annuncio del Nobel leggo sui social, ad opera di uno scrittore italiano mediamente famoso:
“Il Nobel per la Letteratura ad Annie Ernaux è come dare il Pallone d’Oro a Darmian o l’Oscar a Stefano Accorsi”.
E aggiunge:
“Ma Rushdie, McCarthy, Kundera, no?”.
Di lei si dice che sia una scrittrice ombelicale, autobiografica e così via… Questo è il genere di commenti che, sempre più spesso, si leggono.
Invece la sua è una scrittura precisa e oceanica al tempo stesso; ti trascina in una specie di andirivieni emotivo e quando sembra farti approdare al nucleo originario è in quel momento lei ti porta via. Leggere Ernaux è una vertigine, e un precipitare. Leggere Ernaux è, inoltre, stare nel tempo e nella politica. I fatti personali sono quelli da si cui parte, è vero, ma affrontati in un modo talmente preciso e distaccato, da dare l’impressione che la vita di cui si parla sia quella di qualcun altro che non sia l’autrice, portandoti a pensare che la vita di cui si parla sia la tua di lettrice, e questo lo sanno fare solo i grandi autori.

 

Tornare dal bosco

Tornare dal bosco – Maddalena Vaglio Tanet

Siamo nel 1970, l’ambiente quello del biellese, una città piccola ci si conosce tutti, nelle vicinanza c’è il bosco e la montagna; un luogo fondamentalmente rurale, 

segnato dalla presenza del lanificio, unico inserto industriale che si va a inserire in un contesto ancora distante dal progresso, sullo sfondo una Torino chimerica che attira e respinge i personaggi che popolano il romanzo: famiglie dimesse che vivono nel miraggio di qualcosa di meglio, confortate ma anche confinate in provincia e in fondo tese verso il miglioramento sociale. Silvia fa la maestra, ha 42 anni, una mattina esce di casa, prende il giornale e invece di andare a lavorare va nel bosco e qui la narrazione, piuttosto realistica nel complesso, inizia a sconfinare nella fiaba. Nel giornale c’è la notizia del suicidio di una sua allieva, Giovanna. Silvia è una donna venuta su in un convento di suore, “che non ha mai avuto un rapporto né con un uomo né con sé stessa, se si escludeva qualche goffaggine rara e inconcludente”, attaccata al suo lavoro, che sente come una missione.
Il richiamo del bosco è dovuto al dolore per la scomparsa della ragazza ma anche per la propria solitudine, nel bosco la vita viene intrappolata in un limbo allucinatorio tra la vita e la morte, fatto di ricordi e di momenti di ritorno alla realtà, il bosco accoglie le sue inquietudini.
Entrare nel bosco, per Silvia, può sembrare un atto di annullamento, ma può essere anche la scelta dell’eremita, quell’astrarsi dal mondo per raccogliere i pensieri, allontanarsi da tutto per vedere meglio.
E, appunto, alla notizia della scomparsa di Giovanna, alunna un po’ precoce e un po’ “svogliata” (morta suicida gettandosi dalla finestra direttamente nel torrente), Silvia sente che la sua missione è fallita, perché aveva colto un pericolo per Giovanna, in lei aveva visto un equilibrio instabile e aveva tentato di porvi rimedio, ma evidentemente aveva fallito. Perciò caduta in questo vortice della sconfitta, camminando si ritrova nel bosco, sola senza nulla, in un ritorno alla natura che è quasi un tentato suicidio e un rifugio nell’inedia. A un certo punto Silvia, nel bosco, trova un capano e ci resta per giorni. La vita di Giovanna e quella di Silvia prendono in qualche modo una strada simile, inspiegabilmente entrambe scompaiono, e loro famiglie restano sospese, una nel lutto l’altra nell’affanno della ricerca. Qui interviene la figura di Martino, bambino che vive solo con la madre, proviene da una famiglia trasferitasi da Torino, il padre continua a lavorare in città e torna da loro solo durante fine settimana. Martino nel bosco trova Silvia, la soccorre con tenacia e pian piano prepara il suo rientro nel mondo. È grazie a Martino, al suo riserbo, e alla sua delicatezza che Silvia si salva. Martino, più che altro, ricorda a Silvia l’urgenza della vita.
Oltre a questi tre protagonisti, durante la narrazione, sfila una galleria di personaggi che ruota attorno alla maestra: gli alunni, i conoscenti, la famiglia; un romanzo corale che ricorda i racconti di Fenoglio e Natalia Ginzburg de Le voci della sera, La strada che va in città, Tutti i nostri ieri, storie di persone che vivono una condizione limitata ma anche grandi ambizioni che li portano a sentirsi stretti nel loro mondo, come se i due eventi tragici avessero scatenato le forze sopite di un mondo che pareva immobile, mettendo in luce desideri e rapporti tra passato e presente dei personaggi le cui vite intrecciate e isolate si mescolano e si complicano.
Da Martino che è arrabbiato con i suoi per il trasferimento, a Giovanna, che non si ritrova nel corpo che cambia, a Giulia, nipote di Silvia, angosciata dalla sua sparizione, arriviamo a Suor Annangela, cara amica di Silvia, che non si dà pace per le due sparizioni.
Anselmo, in cugino di Silvia e la moglie Luisa con la nonna Gemma sono tutti alla forsennata ricerca.
E infine la famiglia di Martino con il padre assente e la madre che lavora al maglificio e che non sa cosa vuole e Gianni, lontano cugino amico di Lea e martino, che lavora al maglificio ma in fondo è un intellettuale.
Le loro vite compongono un quadro fatto di fragilità e pensieri sottili, di difficile aderenza alla realtà; di imperfezioni e difetti con cui ciascuno convive.
Sono le voci dei ragazzi, così verosimili, a cui è affidato il compito di guardare la realtà da una prospettiva nuova. Le voci dei bambini sono credibili, ovvero i bambini parlano come bambini, non come falsi adulti, conservano la loro qualità innata: uno sguardo che riconduce tutto a una logica schiacciante, a rivedere i paradigmi del mondo con una nuova lucidità, ad adottare prospettiva insolita e profonda, saper porre le domande giuste, essere diretti, avere un modo lieve e onesto di affrontare tutte le questioni. E allora viene spontaneo ripensare ad alcuni romanzi di Marina Jarre, soprattutto Negli occhi di una ragazza.
La scrittura de Tornare dal bosco con il bosco condivide la dimensione materiale e primordiale, concreta, è una scrittura che si fa con la polvere, presenta un mondo dove la psicologia è assente, o meglio trapela ma non impera. I personaggi sono fatti di gesti, sguardi, azioni, da cui traspare, lievemente la loro psicologia, che li guida con inconsapevolezza verso i loro desideri, che nemmeno loro stessi sanno spiegarsi, è un mondo antico questo, ci troviamo compiutamente nella fiaba che fa del bosco elemento non di paura, ma di trasformazione.

Carson McCullers

Il cuore solitario di una scrittrice del sud

Nel 1934 Lula Carson è una ragazzina che viene da Columbus, una cittadina della Georgia, e che a soli 17 anni si reca a New York con alcuni risparmi, incoraggiata dalla madre a perseguire il suo talento artistico, per iscriversi al conservatorio ma i soldi li perde e decide di restare a New York ugualmente, dove vive presso un’amica, facendo lavori saltuari per pagarsi le lezioni di scrittura alla Columbia University. A un certo punto però si ammala di febbre reumatoide e deve tornare a casa.
Nel ’37 sposa Reeves McCullers (bisessuale) e si trasferiscono nel nord Carolina, il marito è agente di commercio. Dopo poco si spostano ancora più a sud, dove per lei la vita di New York è solo un ricordo. Il clima torrido, il torpore intellettuale, la grande depressione, la fanno sprofondare nella depressione. Inizia a scrivere il suo primo romanzo, che doveva intitolarsi “Il muto” ma diventa “Il cuore è un cacciatore solitario”. La casa editrice le concede un grosso anticipo, il romanzo esce nel ’40 e ha un successo clamoroso, la coppia può permettersi di tornare a New York. A questo punto lei è una star, esordiente a 23 anni, entra da protagonista nell’ambiente culturale. Stringe grande amicizia con George Davies, direttore letterario di Harper’s bazar a cui Carson fa leggere il manoscritto “Riflessi in un occhio d’oro”, storia che le era stata raccontata dal marito. Il libro viene prima pubblicato in due parti su Harper’s. Lei e il marito divorziano per poi risposarsi successivamente, il loro sarà un rapporto che non ha nulla di intimo.

Carson McCullers fotografata da Richard Avedon

A New York è una donna a spezzarle il cuore: Annemarie Schwarzenbach, giornalista, scrittrice, fotografa di grande fascino, a cui lei aveva dedicato il romanzo “Riflessi in un occhio d’oro”.
Nel 1946 esce “Invito a nozze” il cui adattamento teatrale la rende davvero famosa.
Negli anni ’50 sulla scia di Vacanze romane, va a vivere per un periodo a Roma, dove incontra Irene Brin che tradurrà i suoi romanzi, e che l’apprezzerà moltissimo come scrittrice.
Nei suoi romanzi Carson parte dalla violenza e dal groviglio dei rimossi della provincia americana, collocandosi tra la schiera di autori del gotico sudista: Falkner, Welty, O’connor ma con una caratteristica di maggiore tenerezza. La Mik de “Il cuore è un cacciatore solitario” e l’orfana Frankie di “Invito a nozze” sono sicuramente ispirate a lei, insoddisfatta, non sa dove collocarsi alla continua ricerca del suo posto nel mondo.

“Il cuore è un cacciatore solitario”
Primo romanzo scritto e pubblicato.
La storia di un paese e i suoi personaggi, i due muti, all’origine, John Singer e il greco, che finisce in clinica psichiatrica, Singer (gioielliere) rimane solo e, per la sua qualità di saper ascoltare e dare conforto, la stanza in cui vive è punto di riferimento per vari personaggi: Biff il mite proprietario del bar, che vuole un figlio, Mick ragazza talentuosa e con moltissima voglia di vivere (alter ego dell’autrice), il dottor Copeland (in lotta per la causa dei neri) medico di colore che non si capisce come ce l’abbia fatta e la sua famiglia che lo evita perché lui è troppo esigente e intransigente, e infine Blount balordo cercatore d’oro. Il romanzo ci presenta una galleria di personaggi che sono un gruppo di perdenti, segnati da eventi di cruda tragicità e legami indissolubili che portano inevitabilmente alla disfatta.

“Invito a nozze”
Frankie è una ragazzina orfana di madre, ha dodici anni, è un metro e settanta, grande e grossa (alter ego dell’autrice), vive in una cittadina del sud e viene invitata al matrimonio del fratello, il padre è sempre al lavoro e lei passa le sue giornate in cucina con Sadie, cuoca nera, e John Henry West, il cugino, si raccontano i loro pasti lenti, le chiacchierate, la noia e il torpore delle cittadine di provincia. Frankie è un po’ gelosa del fratello, ma spera che andando in un’altra città al suo matrimonio, poi la coppia la tenga con sé e pian piano questa speranza diventa ossessione, tanto che per tutto il romanzo non fa altro che parlarne e si convince che la sua questo avverrà, salvo poi la delusione finale tornando a casa in autobus, dove tutte le sue aspettative legate alla festa verranno deluse.
Tutto il romanzo è teso verso l’aspettativa e la sua vita è una non vita proiettata verso un futuro idilliaco che non si concretizzerà mai. Potrebbe considerarsi un romanzo di formazione, ma è nella staticità e nell’assenza di prospettive che si gioca la formazione di Frankie, che sembra l’alter ego (oltre che dell’autrice) di una delle protagoniste de Il cuore è un cacciatore solitario.


“La ballata del caffè triste”
Il primo racconto, che dà il nome alla raccolta, narra di una strana amicizia tra la proprietaria di un bar, Miss Amelia e un gobbo, suo cugino. La donna si sposa con un uomo innamorato ma instabile e brusco, lei lo tratta malissimo, tanto da sollevare le sue ire e tra i due si instaura una guerra tremenda.
Wunderkind, è la storia di una bambina prodigio, una pianista, che perde ispirazione e voglia di suonare, fino all’esasperazione.
Madame Zilensky e il re di Finlandia è La storia di una misteriosa ed efficiente insegnante di musica che viene assunta presso una scuola e si presenta coi suoi tre figli biondi, lei passa giorno e notte sugli spartiti, ma racconta al preside incredibili avventure di viaggio, tra cui di aver incontrato il re di Finlandia, a quel punto si instilla il dubbio sulle sue storie…
Il forestiero è la storia di un uomo che da Parigi torna negli Stati Uniti in occasione della morte del padre, incontra la ex moglie con la famiglia e si riaccende, forse, la fiamma.
Dilemma domestico è la storia di un marito e sua moglie alcolizzata, lei fa scenate davanti ai bambini lui si occupa di tutto e, nonostante il vizio di lei, non riesce a smettere di amarla.
Un albero una pietra una nuvola, è la storia di un ubriaco che racconta a un ragazzo la sua teoria sull’amore, ovvero che prima di amare una donna bisogna amare tutto il resto, appunto alberi pietre etc…

La sua è una scrittura evocativa, piena di immagini e atmosfere. I suoi personaggi sono spesso dei disperati, degli insoddisfatti, degli irregolari, a volte, troppo trasgressivi per essere accolti benevolmente dalla società dell’epoca, per questo la famiglia della Carson venne minacciata dal Ku Klux Clan, per questo il romanzo “Riflessi in un occhio d’oro” viene riscoperto trent’anni dopo grazie al film di John Huston.
Muore nel ’67, col corpo devastato dalle malattie.

Racconto #3

E la chiamano estate

di Muriel Pavoni


Chiara osserva la linea sottile tra cielo e mare. Certe volte si domanda se in Messico l’orizzonte sia uguale. Se laggiù la linea sia identica o più marcata, se anche da quelle parti certe mattine il cielo e il mare si confondano. Varrà la pena intraprendere un viaggio per scoprirlo? Di viaggi ne ha fatti talmente pochi che si contano sulle dita di una mano: tutti in Italia. Volare è qualcosa che si avvicina al più alto concetto d’avventura che possa immaginare.
Le dicono che è strana perché sta tutto il giorno dietro a un paio di occhiali da sole enormi, all’ombra di un cappellone di paglia. È per via della melanina, è genetica dicono. Quando qualcuno vuol farle un complimento le dice che il suo incarnato ricorda il levigato del Canova. Altri commenti, più offensivi, Chiara li dimentica. A lei interessa solo la gentilezza. L’unica cosa che valga la pena trattenere, nel ricordo, è la gentilezza.
Un’estate intera a tentare di catturare la linea scura tra cielo e mare, sotto l’ombrellone, con la protezione totale, il costume intero e talvolta la canottiera. Le pare che quella linea conservi un segreto: il segreto dei bagnini, delle mamme chinate a spalmare creme sulle schiene dei figli, di chi passeggia, di chi aspetta una pallina con la racchetta in mano, di chi schizza qualcuno a poca distanza; un segreto racchiuso in uno scatto dove tutto questo ha una sua magia. La meccanica dei corpi l’ha sempre incuriosita. A sue spese ha imparato che i corpi sono delle macchine destinate alla sofferenza, ma qui, per un breve istante, sembrano destinati al piacere. Quante foto ha sprecato cercando di catturare quel segreto. Le vengono tutte mosse le foto, è sempre troppo impaziente. Allora alza lo sguardo al cielo; è più facile capire una nuvola piuttosto che tutto quell’agitarsi sotto il sole. Le pare più facile contemplare l’Assunzione della vergine, anziché capire quello che ci sta sotto.
È l’ultima estate che passa nella casa di Lido degli Scacchi, è l’ultima volta che asseconda quella specie di coazione a ripetere lo stesso errore. Se lo promette. Non c’è niente di peggio che stare soli al mare. Meglio l’estate alla piscina comunale, a sopportare la lagna di Paolo che parla unicamente del divorzio. Meglio le serate in gelateria con Marta, a cercare di capire il caos che ha in testa; meglio quel niente lì a questo niente affollatissimo.
Se c’è una cosa che odia è vivere sola. Casa sua è pronta – impacchettata sotto metri di cellophane – ogni tanto va a levare le ragnatele, però poi torna a dormire dai suoi, dice che lo fa per abituarsi lentamente al distacco; ma poi quando sente i loro passi lenti lungo il corridoio si convince che vivere con loro è meglio di niente. Anche il rumore di una scorreggia in bagno è meglio di niente.
Ha aspettato invano che Fabio arrivasse.
“Anche se è finita possiamo sempre passare qualche giorno al mare, ho la casa libera e tante stanze da letto” gli aveva detto prima di partire. “Puoi portare chi vuoi con te” aveva poi aggiunto con finto distacco.
“Semmai vengo” aveva risposto Fabio chiudendo il telefono.
E lei aveva pazientato una settimana intera, tra alti e bassi di umore. L’aveva immaginato apparire sulla passerella sfuocato dal sole, coi i bermuda e il sorriso impacciato. Gli avrebbe offerto un tè freddo. Si sarebbero seduti all’ombra a decidere cosa fare per cena. Ma questo non è mai accaduto e Chiara ha scritto lunghissime pagine di diario e non ha vissuto un solo giorno.
Il problema è che a quarant’anni è la stessa ragazza del liceo. Certi giorni le manca il respiro e prova un senso di vertigine. Farebbe a cambio subito con un’altra vita, che fosse una vita normale però. Prenderebbe a prestito pure quella di Paolo, che va in giro con la faccia da funerale, ripetendo a tutti di non voler morire in solitudine. Oppure con quella Marta, che detesta l’abisso di tranquillità in cui è sprofondata. O magari con quella di Alberto che non fa altro che imbarcarsi in storie sbagliate.
Paolo ha preso in affitto un appartamento e ha imparato a fare spesa da solo, però compra il doppio di quel che gli serve. Non ci va in vacanza quest’anno. Vorrebbe andare a San Pietroburgo, ma di una gita organizzata non se ne parla. Non ci pensa proprio vedere l’Ermitage senza qualcuno con cui parlare di Matisse. Se ne va ogni giorno in piscina, legge seduto nella vasca dei bambini con l’espressione abbattuta. Incontra qualche conoscente che gli domanda come va, lui risponde sempre allo stesso modo:
“Malissimo!” con un’espressione tale che certe volte nota le persone cambiare strada prima d’incrociarlo.
Alla sera, al cinema all’aperto, la libertà è sfilare i piedi dalle infradito e appoggiarli sull’erba umida. È il massimo che si è concesso da quando si sono lasciati. Quando lo faceva accanto a sua moglie lei si metteva a strillare. Poi a casa lo costringeva a lavarsi i piedi con l’Amuchina.
Paolo adora l’estate, ma stavolta non vede l’ora che passi. Seduto sul lettino fissa la cima della siepe che si staglia sul cielo attraversato da nuvole veloci. Incontra Marta che gli chiede come sta e lui risponde:
“Malissimo!”.
Marta si è sposata da un mese, hanno fatto due firme in comune e un aperitivo coi parenti. Il giorno dopo le è venuta voglia di partire per l’Africa con una ONG.
“Non lasciatevi” dice Paolo “non vorrai mica morire sola”.
“Allora ti sei pentito di averla lasciata” risponde Marta.
“Io non posso tornare indietro” replica lui “ma tu sei ancora in tempo. Dimentica le inquietudini e quella nausea, la conosco bene. Ricacciala giù, è meglio, è più comodo”.
Anche quando l’argomento di conversazione è completamente esaurito Paolo la tira per le lunghe. Marta pensa che quella per lui è l’unica occasione di dialogo in tutta la giornata e allora sopporta, è tanto brava a farlo.
Marta, quest’estate, in vacanza non ci va. La nuova casa ha prosciugato energie e finanze. In cambio di tutta la fatica però non ha ricevuto nulla: nessun senso di protezione, amore, nessuna sicurezza, nemmeno un po’ di felicità tra le mura domestiche; solo scatoloni chiusi ammassati ovunque, polvere e terra secca nei vasi.
Si gira verso Giulio, lo scuote che è già tardi. Certe mattine si alza pensando ai lampadari, alle tende, all’attacco del frullatore. Mai che sia il cielo, il mare, la brezza, il primo pensiero del mattino. Non si accorge neppure del profilo delle montagne sul cielo. Quando pensavano al loro futuro assieme Marta immaginava il risveglio tra le sue braccia, affacciarsi al terrazzo in primavera e lunghi baci romantici. Ora la sua immaginazione è occupata a capire come fissare lo stendibiancheria. Pensa ai giorni di ferie che stanno per finire. Pensa allo scarico della lavatrice e non sente neanche più il canto della ghiandaia. Almeno Alberto sarà felice, in giro per l’Italia, spera.
Alberto va a Torino ogni venerdì sera. Litiga con Caterina e ritorna a casa al sabato mattina, giurando che è l’ultima volta che questa matta lo costringe a passare la serata a recitare il NAM-MYOHO-RENGE-KYO in un centro buddista.
“Possibile che mi debba fare quattrocento chilometri per passare il venerdì con un manipolo di esaltati? Mai che si possa uscire a cena. Stare soli, noi due”.
“Se mi amassi davvero ti convertiresti alla pratica” gli risponde Caterina distendendo la schiena per far fluire l’energia.
“Ti farebbe bene. Le ansie a cui sottoponi il tuo corpo finiranno per provocarti un tumore!” aggiunge stendendosi a terra e chiudendo gli occhi.
Dopo una notte di discussioni, intervallate da momenti in cui lei si estrania raccogliendosi in meditazione, lui va via sbattendo la porta. Passano la settimana al telefono, si riconciliano, e il venerdì successivo si replica. Alberto a casa si consola con il cibo di sua madre e una modenese con cui va a letto un paio di volte a settimana.
“Non farti ingabbiare da nessuna fidanzata. Cercano tutte la stessa cosa” gli ripete sua madre sedendogli accanto mentre mangia.
Lui – forse per assecondare la madre – se le cerca sempre fuori città, lontane, scomode.
Quanto s’era messo con quella di Lugo, che insisteva per dormire da lui – prima una, poi due notti – a lui era venuto il fuoco di Sant’Antonio. Lei aveva lasciato lo spazzolino nel bicchiere e lui; lui a guardarlo aveva iniziato a grattarsi. Una sera lo aveva buttato via preso da un raptus, e lei s’era arrabbiata. Era iniziata così quella discussione, con un niente, uno spazzolino, per finire sui massimi sistemi. Era stata lei ad andare via sbattendo la porta. Lui non ci aveva neppure provato a fermarla anzi, si era promesso:
Fidanzate a non meno di cento chilometri di distanza, d’ora in poi!
Una gran perdita di tempo quest’estate in cui non si è fatto neppure un giorno di mare e la linea dell’orizzonte l’ha vista solo dal parabrezza. C’è quasi sempre un bel tramonto infuocato sull’autostrada per Torino o verso Modena, qualcosa che abbaglia davvero. Grazie a tutti quei chilometri si è accorto che la bellezza è qualcosa di inaspettato, che può anche sbucare da dietro un cavalcavia e, per qualche istante, di fronte alla bellezza improvvisa, certe volte pensa di prendere la prima uscita a caso e di non andare né a Torino né a Modena, né tantomeno da sua madre. Poi gli viene in mente Chiara, leggermente arrossata dopo due mesi di riviera, Marta con la falsa serenità di chi sta per esplodere, Paolo con la sua paura di morire. In fondo ha voglia di rivederli.
“Finirà anche questa estate” si sente dire e sta subito meglio.
La mail iniziava e finiva così:
“C’è qualcuno in città per una pizza?”.
È stata Chiara a inviarla, in cerca di una scusa per tornare a casa col primo treno. Si erano tutti affrettati ad accettare, felici di passare assieme la sera di ferragosto.

Una luce compatta si spalma sui portici. Le ombre restano attaccate ai profili delle case, spira un vento di caldo che fa soltanto innervosire, non ci fosse sarebbe meglio. Per strada si può guidare a zigzag, anche contromano, e Marta è contenta di questa piccola trasgressione, come se contasse più dell’altra, quella grossa. La testa frigge. Dov’è andato a finire il gioco, il divertimento la complicità? dove sono iniziate le liti, i ripensamenti, le ripicche?
Qualche chilometro più in là la sua valigia sembra esplosa nel caldo soffocante di una stanza d’albergo senza aria condizionata.
“Non so ancora quante notti resterò” aveva annunciato quella mattina alla reception.
S’immaginava Giulio a tentare di collegare fili, indifferente alla sua assenza.
Durante l’ennesima discussione era riuscita, come al solito, a infliggere l’ultimo colpo ferale e lui si era accasciato sulla poltrona, con l’aria preoccupata più che arrabbiata. Lei se n’era andata sbattendo la porta.
Che bella vita m’aspetta, s’era detta attraversando la città nella canicola, trascinando un trolley mezzo vuoto.
La bella vita era ancora da venire, ci contava però, e nel frattempo faceva i calcoli di quanto le sarebbe costato l’albergo. Andare dai suoi era fuori discussione, troppe domande, e quel: “Te l’avevo detto che dovevi sposare Lucio. Lui adesso è ingegnere!”.
Alberto esce dal bar stordito. Si è fatto due grappe e pensa di passare a una birra, gira un po’ attorno alla stazione ed entra nell’unico locale aperto: quello dei cinesi.
“Contorto” gli ha detto. Ma che vadano tutte al diavolo!
Ordina una birra mentre aspetta il treno di Chiara.
Con la vista un po’ annebbiata la nota che esce dalla porta automatica intabarrata e carica di borse. Le va incontro.
“Cosa ci fai con lo spolverino, ci saranno quaranta gradi?”.
“Ho paura di ustionarmi, tu non sai quanto la mia pelle possa irritarsi al sole”.
Le prende due pacchi e le apre la portiera della macchina:
“Fai proprio bene a passare tre mesi al mare, allora”.
“Infatti sono tornata!” dice lei montando sull’auto.
“E non riparti?” domanda lui facendo una sterzata brusca per evitare un marciapiede.
“Non ci penso proprio”.
“Fabio?”.
“Sparito, come tutti i miei ex.”.
“Caterina?” domanda Chiara.
“Mi ha detto che sono contorto e io l’ho lasciata che recitava le preghiere buddiste”.
“Come ogni fine settimana… domani riparti?”.
“Ho chiuso. Marta come sta?”.
“Non ha fatto che lamentarsi per un mese, poi stamattina mi ha chiamata dicendo che l’ha lasciato. Tu sai niente di Paolo, invece?”.
“Ha paura di morire”.
Alberto, improvvisamente, parcheggia con una frenata secca in un posto che si è appena liberato, Chiara lo guarda in tralice, felice che quel tragitto sia terminato.
“Al ritorno vado a piedi” precisa scendendo dalla macchina.
Tutti e quattro sono amici dai tempi del liceo, ma loro due in modo particolare. Molti anni prima erano stati sul punto di baciarsi. Era stato un momento, poi era passato, ma fingevano entrambi che non fosse mai esistito. Tra di loro c’era sempre un misto di frenesia e imbarazzo oltre alla voglia di vedersi per chiacchierare.
C’è aria di festa ovunque quella sera, tranne in quella pizzeria mezza vuota, alla luce di un neon tremolante, con un unico cameriere, per di più, ingrugnito.
Paolo, arrivato in anticipo, muove il braccio per farsi notare, Alberto e Chiara lo salutano, lui di risposta sbuffa indicando l’orologio.
“Marta arriverà come al solito in ritardo!” si lamenta. Ma poco dopo appare lei, di corsa, spettinata e trasandata. Si sorridono sollevati, come se le vacanze fossero ormai un ricordo e si potesse tornare al conforto delle loro abitudini: una pizza al mese, qualche serata al cinema, un teatro ogni tanto.
Come accade tutte le volte che non si vedono da tempo iniziano a parlare confusamente, passandosi sopra con la voce, sbagliano i tempi con la foga di raccontarsi tutto. Appena riprendono fiato esce fuori il discorso di Mauro.
“Quest’anno è l’anniversario dei dieci anni” ricorda Chiara.
“Proprio domani, come passa il tempo. Non vedo sua figlia dal funerale” dice Paolo.
“È grande oramai!” replica Marta.
“L’hai incontrata?” domanda Alberto.
“No, ho trovato una foto su Facebook” risponde Marta.
“Dovremmo organizzare qualcosa con la moglie, è tanto che lo diciamo” conclude Chiara.
Improvvisamente s’insinua qualcosa tra loro: un respiro profondo che condensa il tempo in un attimo perfetto, compiuto. Quella scomparsa, che aveva lasciato troppe domande, è lì a ricordare la fortuna di esserci, a sottolineare la bellezza di masticare pizze gommose, sorseggiando birre ormai calde. In quell’attimo si trovano felici nelle loro vite confuse. Appagati dal quel poco che hanno, eventualmente da quello che avrebbero voluto, da quello che manca; felici delle delusioni, delle sconfitte, di ritrovarsi ancora, di rivedersi imperfetti ma vivi.
Finisce che nessuno fa accenno a quello schifo di estate. Finisce che dopo ore di chiacchiere, passata l’una di notte, ciascuno sente il desiderio di rientrare nella propria vita, che fino a quel momento avrebbe voluto barattare con qualcos’altro.
Marta, dopo cena, torna in albergo a prendere le sue cose.
“Non resto per la notte” dice alla reception.
“C’è una piccola tassa da pagare” la informa il guardiano notturno. Lei paga quasi sollevata e se ne va, sperando di trovare Giulio ancora sveglio, augurandosi che le dia un bacio e le accarezzi i capelli mentre si addormenta.
Alberto, la mattina presto del giorno dopo, prende la macchina e imbocca l’autostrada per Torino. Al primo autogrill si fa un prosecco e pensa che Caterina è davvero bellissima coi capelli sciolti sulla tunica bianca che usa per pregare.
Paolo continuerà ad andare in piscina per alcune buone ragioni: ha fatto l’abbonamento ed è certo di poter incrociare altri due o tre conoscenti a cui non ha ancora raccontato del divorzio. Per San Pietroburgo ci si penserà il prossimo anno, quest’anno vorrebbe chiedere all’impiegata dell’agenzia viaggi di andare a cena fuori.
Chiara, la mattina dopo, prende il treno per il Lido, magari Fabio l’aspetta a casa. E se non ci fosse si farà bastare le mamme e i bambini che gridano, oltre a quel manoscritto che deve consegnare a settembre. Contempla i campi assolati, scorre i fili della luce in cerca di rondini. Delle volte la bellezza si nasconde dietro una serata in pizzeria.
Quella stessa mattina, dieci anni prima, Mauro aveva fatto un bagno al fiume. Assurdo affogare – avevano pensato tutti – per uno che addirittura aveva fatto il sommozzatore. L’avevano trovato sul fondo con un paio di stivali di gomma ai piedi e nessuno, da quel momento in poi, ci aveva capito niente.
“Sai cosa ti dico” aveva concluso Alberto a fine serata insistendo per riaccompagnarla in auto “tutto sommato sono contento”.
Chiara aveva annuito. Lo era pure lei, perché certe sere una pizza fredda e una birra calda sono abbastanza per essere felici.

Samanta Schweblin

Il perturbante quotidiano di Samanta Schweblin

La incontro con il romanzo Kentuki, una sorta di distopia contemporanea in cui impazza un fenomeno planetario costituito da pupazzi elettronici a forma di panda, corvi, draghi, topi, conigli, dotati al loro interno di un software, ruote per spostarsi, sensori e una telecamera.  

Si può scegliere di averne uno che diventa un angelo custode, ma anche una spia che segue ogni nostro movimento. Gli esseri umani che li possiedono sono indissolubilmente legati ai loro Kentuki, oppure Kentuki si può divenire, sentendo e vedendo come uno di loro e in un mondo spietato e crudele si muovono questi pupazzi accanto alle storie dei loro possessori. Nel mondo in cui il Kentuki si diffonde in maniera virale il suo possesso diventa un’esigenza fondamentale, ma poi succede che alcuni lo amino, altri inizino a detestarlo, resta che tutti indistintamente, ne restino schiavi. Il romanzo sembra voler rispondere alla domanda per cui questi pupazzi diventano così insostituibili. Ogni personaggio, infatti, ha un motivo che lo spinge, ognuno una solitudine, una disfunzione, qualcosa che s’inceppa e avere un Kentuki sembra la risposta sbagliata a una giusta domanda di solitudine. La narrazione appare frammentaria, formata da storie indipendenti le une dalle altre che vengono iniziate, sospese e riprese, procedendo in parallelo.

Devo dire che di questo romanzo mi ha colpito più l’idea che per il risultato, mi è parso pervaso di buone intenzioni un po’ sospese; eppure ho deciso di dare una seconda possibilità a quest’autrice, senz’altro originale, e sono passata a Distanza di sicurezza, romanzo breve che aggiunge, alla distopia, il tema del perturbante; è la storia di un passaggio di anime.

La voce narrante è Amanda, una donna che, in un letto di ospedale, vaneggiando, cerca di ricostruire una vicenda, che è quella che coinvolge la vicina di casa Carla e il figlio David, coetaneo di Nina, la figlia di Amanda. David s’infortuna in modo misterioso e la madre, invece di portarlo dal medico, lo porta da una strana “fattucchiera” e da quel momento il bambino si salverà ma assumerà un carattere completamente diverso. I contatti e l’amicizia tra le due famiglie porteranno Amanda a perdere la distanza di sicurezza nei confronti di sua figlia, che definisce in questo modo all’inizio del romanzo: “La chiamo distanza di sicurezza, così definisco la distanza variabile che mi separa da mia figlia, e passo metà del tempo a calcolarla, anche se poi rischio più del dovuto”. Il romanzo, che ha i ritmi del thriller, ruota attorno ai temi della maternità e della contaminazione dell’ambiente in cui viviamo, ma introduce una certa idea di sovrannaturale legata all’impossibilità di governare le nostre vite e alla necessità di affidarsi, di tanto in tanto, al magico. Sicuramente questa lettura mi ha convinta più di Kentuki e altrettanto convincente ho trovato il film omonimo, uscito nel 2021 per la regia di Claudia Llosa, ispirato al romanzo e fedele nella ricostruzione.

Sono allora passata alle novelle, che ritengo la sua forma più congeniale e originale e che attinge alla tradizione di Cortazar, Flannery O’Connor, Lucia Berlin. In particolare Sette case vuote e Uccelli vivi. Però Sette case vuote si smarca dal perturbante per affidarsi a una quotidianità minimalista fatta di gesti consueti e famiglie piccolo borghesi le cui vicende sono legate alle case o, meglio, nelle case vuote resta la traccia di chi le ha abitate. 

Però qui il perturbante lascia il posto alla follia del quotidiano, al proprio essere fuori posto nel mondo, e alla distanza fra il sé e il mondo.

Infine Uccelli vivi torna al perturbante, che è la sua cifra, quella che dà risultati più “felici”. Si potrebbe anche parlare di realismo magico, però contaminato dall’horror e dalla distopia; in particolare rispetto all’inquietante racconto che dà il titolo alla raccolta.

È la stessa Schweblin a scrivere un’illuminante introduzione alla raccolta, dove spiega che i racconti nascono da immagini che le sfilano sotto gli occhi nella quotidianità, o episodi che le vengono raccontati, che spesso scrivendo unisce fatti parecchio distanti, trovando però un incastro nella scrittura, aggiunge che lei stessa scrivendo impara qualcosa di nuovo su quei fatti e conclude dicendo che la prima stesura di un racconto è quasi sempre da abbandonare, ma è una traccia per quello che il racconto vuol dire all’autore. Si giunge poi alla conclusione che scrivere rivela la stranezza del mondo e prima di scrivere questi racconti, tra i primi della sua carriera, non sapeva di essere così tanto interessata all’impensabile, a ciò che improvvisamente accade, alla stranezza della realtà e alle curiosità che assalgono quando si assiste a una scena che ha molti punti da chiarire, ma sono stati i racconti stessi indicarle la sua strada.