Racconto #3

E la chiamano estate

di Muriel Pavoni


Chiara osserva la linea sottile tra cielo e mare. Certe volte si domanda se in Messico l’orizzonte sia uguale. Se laggiù la linea sia identica o più marcata, se anche da quelle parti certe mattine il cielo e il mare si confondano. Varrà la pena intraprendere un viaggio per scoprirlo? Di viaggi ne ha fatti talmente pochi che si contano sulle dita di una mano: tutti in Italia. Volare è qualcosa che si avvicina al più alto concetto d’avventura che possa immaginare.
Le dicono che è strana perché sta tutto il giorno dietro a un paio di occhiali da sole enormi, all’ombra di un cappellone di paglia. È per via della melanina, è genetica dicono. Quando qualcuno vuol farle un complimento le dice che il suo incarnato ricorda il levigato del Canova. Altri commenti, più offensivi, Chiara li dimentica. A lei interessa solo la gentilezza. L’unica cosa che valga la pena trattenere, nel ricordo, è la gentilezza.
Un’estate intera a tentare di catturare la linea scura tra cielo e mare, sotto l’ombrellone, con la protezione totale, il costume intero e talvolta la canottiera. Le pare che quella linea conservi un segreto: il segreto dei bagnini, delle mamme chinate a spalmare creme sulle schiene dei figli, di chi passeggia, di chi aspetta una pallina con la racchetta in mano, di chi schizza qualcuno a poca distanza; un segreto racchiuso in uno scatto dove tutto questo ha una sua magia. La meccanica dei corpi l’ha sempre incuriosita. A sue spese ha imparato che i corpi sono delle macchine destinate alla sofferenza, ma qui, per un breve istante, sembrano destinati al piacere. Quante foto ha sprecato cercando di catturare quel segreto. Le vengono tutte mosse le foto, è sempre troppo impaziente. Allora alza lo sguardo al cielo; è più facile capire una nuvola piuttosto che tutto quell’agitarsi sotto il sole. Le pare più facile contemplare l’Assunzione della vergine, anziché capire quello che ci sta sotto.
È l’ultima estate che passa nella casa di Lido degli Scacchi, è l’ultima volta che asseconda quella specie di coazione a ripetere lo stesso errore. Se lo promette. Non c’è niente di peggio che stare soli al mare. Meglio l’estate alla piscina comunale, a sopportare la lagna di Paolo che parla unicamente del divorzio. Meglio le serate in gelateria con Marta, a cercare di capire il caos che ha in testa; meglio quel niente lì a questo niente affollatissimo.
Se c’è una cosa che odia è vivere sola. Casa sua è pronta – impacchettata sotto metri di cellophane – ogni tanto va a levare le ragnatele, però poi torna a dormire dai suoi, dice che lo fa per abituarsi lentamente al distacco; ma poi quando sente i loro passi lenti lungo il corridoio si convince che vivere con loro è meglio di niente. Anche il rumore di una scorreggia in bagno è meglio di niente.
Ha aspettato invano che Fabio arrivasse.
“Anche se è finita possiamo sempre passare qualche giorno al mare, ho la casa libera e tante stanze da letto” gli aveva detto prima di partire. “Puoi portare chi vuoi con te” aveva poi aggiunto con finto distacco.
“Semmai vengo” aveva risposto Fabio chiudendo il telefono.
E lei aveva pazientato una settimana intera, tra alti e bassi di umore. L’aveva immaginato apparire sulla passerella sfuocato dal sole, coi i bermuda e il sorriso impacciato. Gli avrebbe offerto un tè freddo. Si sarebbero seduti all’ombra a decidere cosa fare per cena. Ma questo non è mai accaduto e Chiara ha scritto lunghissime pagine di diario e non ha vissuto un solo giorno.
Il problema è che a quarant’anni è la stessa ragazza del liceo. Certi giorni le manca il respiro e prova un senso di vertigine. Farebbe a cambio subito con un’altra vita, che fosse una vita normale però. Prenderebbe a prestito pure quella di Paolo, che va in giro con la faccia da funerale, ripetendo a tutti di non voler morire in solitudine. Oppure con quella Marta, che detesta l’abisso di tranquillità in cui è sprofondata. O magari con quella di Alberto che non fa altro che imbarcarsi in storie sbagliate.
Paolo ha preso in affitto un appartamento e ha imparato a fare spesa da solo, però compra il doppio di quel che gli serve. Non ci va in vacanza quest’anno. Vorrebbe andare a San Pietroburgo, ma di una gita organizzata non se ne parla. Non ci pensa proprio vedere l’Ermitage senza qualcuno con cui parlare di Matisse. Se ne va ogni giorno in piscina, legge seduto nella vasca dei bambini con l’espressione abbattuta. Incontra qualche conoscente che gli domanda come va, lui risponde sempre allo stesso modo:
“Malissimo!” con un’espressione tale che certe volte nota le persone cambiare strada prima d’incrociarlo.
Alla sera, al cinema all’aperto, la libertà è sfilare i piedi dalle infradito e appoggiarli sull’erba umida. È il massimo che si è concesso da quando si sono lasciati. Quando lo faceva accanto a sua moglie lei si metteva a strillare. Poi a casa lo costringeva a lavarsi i piedi con l’Amuchina.
Paolo adora l’estate, ma stavolta non vede l’ora che passi. Seduto sul lettino fissa la cima della siepe che si staglia sul cielo attraversato da nuvole veloci. Incontra Marta che gli chiede come sta e lui risponde:
“Malissimo!”.
Marta si è sposata da un mese, hanno fatto due firme in comune e un aperitivo coi parenti. Il giorno dopo le è venuta voglia di partire per l’Africa con una ONG.
“Non lasciatevi” dice Paolo “non vorrai mica morire sola”.
“Allora ti sei pentito di averla lasciata” risponde Marta.
“Io non posso tornare indietro” replica lui “ma tu sei ancora in tempo. Dimentica le inquietudini e quella nausea, la conosco bene. Ricacciala giù, è meglio, è più comodo”.
Anche quando l’argomento di conversazione è completamente esaurito Paolo la tira per le lunghe. Marta pensa che quella per lui è l’unica occasione di dialogo in tutta la giornata e allora sopporta, è tanto brava a farlo.
Marta, quest’estate, in vacanza non ci va. La nuova casa ha prosciugato energie e finanze. In cambio di tutta la fatica però non ha ricevuto nulla: nessun senso di protezione, amore, nessuna sicurezza, nemmeno un po’ di felicità tra le mura domestiche; solo scatoloni chiusi ammassati ovunque, polvere e terra secca nei vasi.
Si gira verso Giulio, lo scuote che è già tardi. Certe mattine si alza pensando ai lampadari, alle tende, all’attacco del frullatore. Mai che sia il cielo, il mare, la brezza, il primo pensiero del mattino. Non si accorge neppure del profilo delle montagne sul cielo. Quando pensavano al loro futuro assieme Marta immaginava il risveglio tra le sue braccia, affacciarsi al terrazzo in primavera e lunghi baci romantici. Ora la sua immaginazione è occupata a capire come fissare lo stendibiancheria. Pensa ai giorni di ferie che stanno per finire. Pensa allo scarico della lavatrice e non sente neanche più il canto della ghiandaia. Almeno Alberto sarà felice, in giro per l’Italia, spera.
Alberto va a Torino ogni venerdì sera. Litiga con Caterina e ritorna a casa al sabato mattina, giurando che è l’ultima volta che questa matta lo costringe a passare la serata a recitare il NAM-MYOHO-RENGE-KYO in un centro buddista.
“Possibile che mi debba fare quattrocento chilometri per passare il venerdì con un manipolo di esaltati? Mai che si possa uscire a cena. Stare soli, noi due”.
“Se mi amassi davvero ti convertiresti alla pratica” gli risponde Caterina distendendo la schiena per far fluire l’energia.
“Ti farebbe bene. Le ansie a cui sottoponi il tuo corpo finiranno per provocarti un tumore!” aggiunge stendendosi a terra e chiudendo gli occhi.
Dopo una notte di discussioni, intervallate da momenti in cui lei si estrania raccogliendosi in meditazione, lui va via sbattendo la porta. Passano la settimana al telefono, si riconciliano, e il venerdì successivo si replica. Alberto a casa si consola con il cibo di sua madre e una modenese con cui va a letto un paio di volte a settimana.
“Non farti ingabbiare da nessuna fidanzata. Cercano tutte la stessa cosa” gli ripete sua madre sedendogli accanto mentre mangia.
Lui – forse per assecondare la madre – se le cerca sempre fuori città, lontane, scomode.
Quanto s’era messo con quella di Lugo, che insisteva per dormire da lui – prima una, poi due notti – a lui era venuto il fuoco di Sant’Antonio. Lei aveva lasciato lo spazzolino nel bicchiere e lui; lui a guardarlo aveva iniziato a grattarsi. Una sera lo aveva buttato via preso da un raptus, e lei s’era arrabbiata. Era iniziata così quella discussione, con un niente, uno spazzolino, per finire sui massimi sistemi. Era stata lei ad andare via sbattendo la porta. Lui non ci aveva neppure provato a fermarla anzi, si era promesso:
Fidanzate a non meno di cento chilometri di distanza, d’ora in poi!
Una gran perdita di tempo quest’estate in cui non si è fatto neppure un giorno di mare e la linea dell’orizzonte l’ha vista solo dal parabrezza. C’è quasi sempre un bel tramonto infuocato sull’autostrada per Torino o verso Modena, qualcosa che abbaglia davvero. Grazie a tutti quei chilometri si è accorto che la bellezza è qualcosa di inaspettato, che può anche sbucare da dietro un cavalcavia e, per qualche istante, di fronte alla bellezza improvvisa, certe volte pensa di prendere la prima uscita a caso e di non andare né a Torino né a Modena, né tantomeno da sua madre. Poi gli viene in mente Chiara, leggermente arrossata dopo due mesi di riviera, Marta con la falsa serenità di chi sta per esplodere, Paolo con la sua paura di morire. In fondo ha voglia di rivederli.
“Finirà anche questa estate” si sente dire e sta subito meglio.
La mail iniziava e finiva così:
“C’è qualcuno in città per una pizza?”.
È stata Chiara a inviarla, in cerca di una scusa per tornare a casa col primo treno. Si erano tutti affrettati ad accettare, felici di passare assieme la sera di ferragosto.

Una luce compatta si spalma sui portici. Le ombre restano attaccate ai profili delle case, spira un vento di caldo che fa soltanto innervosire, non ci fosse sarebbe meglio. Per strada si può guidare a zigzag, anche contromano, e Marta è contenta di questa piccola trasgressione, come se contasse più dell’altra, quella grossa. La testa frigge. Dov’è andato a finire il gioco, il divertimento la complicità? dove sono iniziate le liti, i ripensamenti, le ripicche?
Qualche chilometro più in là la sua valigia sembra esplosa nel caldo soffocante di una stanza d’albergo senza aria condizionata.
“Non so ancora quante notti resterò” aveva annunciato quella mattina alla reception.
S’immaginava Giulio a tentare di collegare fili, indifferente alla sua assenza.
Durante l’ennesima discussione era riuscita, come al solito, a infliggere l’ultimo colpo ferale e lui si era accasciato sulla poltrona, con l’aria preoccupata più che arrabbiata. Lei se n’era andata sbattendo la porta.
Che bella vita m’aspetta, s’era detta attraversando la città nella canicola, trascinando un trolley mezzo vuoto.
La bella vita era ancora da venire, ci contava però, e nel frattempo faceva i calcoli di quanto le sarebbe costato l’albergo. Andare dai suoi era fuori discussione, troppe domande, e quel: “Te l’avevo detto che dovevi sposare Lucio. Lui adesso è ingegnere!”.
Alberto esce dal bar stordito. Si è fatto due grappe e pensa di passare a una birra, gira un po’ attorno alla stazione ed entra nell’unico locale aperto: quello dei cinesi.
“Contorto” gli ha detto. Ma che vadano tutte al diavolo!
Ordina una birra mentre aspetta il treno di Chiara.
Con la vista un po’ annebbiata la nota che esce dalla porta automatica intabarrata e carica di borse. Le va incontro.
“Cosa ci fai con lo spolverino, ci saranno quaranta gradi?”.
“Ho paura di ustionarmi, tu non sai quanto la mia pelle possa irritarsi al sole”.
Le prende due pacchi e le apre la portiera della macchina:
“Fai proprio bene a passare tre mesi al mare, allora”.
“Infatti sono tornata!” dice lei montando sull’auto.
“E non riparti?” domanda lui facendo una sterzata brusca per evitare un marciapiede.
“Non ci penso proprio”.
“Fabio?”.
“Sparito, come tutti i miei ex.”.
“Caterina?” domanda Chiara.
“Mi ha detto che sono contorto e io l’ho lasciata che recitava le preghiere buddiste”.
“Come ogni fine settimana… domani riparti?”.
“Ho chiuso. Marta come sta?”.
“Non ha fatto che lamentarsi per un mese, poi stamattina mi ha chiamata dicendo che l’ha lasciato. Tu sai niente di Paolo, invece?”.
“Ha paura di morire”.
Alberto, improvvisamente, parcheggia con una frenata secca in un posto che si è appena liberato, Chiara lo guarda in tralice, felice che quel tragitto sia terminato.
“Al ritorno vado a piedi” precisa scendendo dalla macchina.
Tutti e quattro sono amici dai tempi del liceo, ma loro due in modo particolare. Molti anni prima erano stati sul punto di baciarsi. Era stato un momento, poi era passato, ma fingevano entrambi che non fosse mai esistito. Tra di loro c’era sempre un misto di frenesia e imbarazzo oltre alla voglia di vedersi per chiacchierare.
C’è aria di festa ovunque quella sera, tranne in quella pizzeria mezza vuota, alla luce di un neon tremolante, con un unico cameriere, per di più, ingrugnito.
Paolo, arrivato in anticipo, muove il braccio per farsi notare, Alberto e Chiara lo salutano, lui di risposta sbuffa indicando l’orologio.
“Marta arriverà come al solito in ritardo!” si lamenta. Ma poco dopo appare lei, di corsa, spettinata e trasandata. Si sorridono sollevati, come se le vacanze fossero ormai un ricordo e si potesse tornare al conforto delle loro abitudini: una pizza al mese, qualche serata al cinema, un teatro ogni tanto.
Come accade tutte le volte che non si vedono da tempo iniziano a parlare confusamente, passandosi sopra con la voce, sbagliano i tempi con la foga di raccontarsi tutto. Appena riprendono fiato esce fuori il discorso di Mauro.
“Quest’anno è l’anniversario dei dieci anni” ricorda Chiara.
“Proprio domani, come passa il tempo. Non vedo sua figlia dal funerale” dice Paolo.
“È grande oramai!” replica Marta.
“L’hai incontrata?” domanda Alberto.
“No, ho trovato una foto su Facebook” risponde Marta.
“Dovremmo organizzare qualcosa con la moglie, è tanto che lo diciamo” conclude Chiara.
Improvvisamente s’insinua qualcosa tra loro: un respiro profondo che condensa il tempo in un attimo perfetto, compiuto. Quella scomparsa, che aveva lasciato troppe domande, è lì a ricordare la fortuna di esserci, a sottolineare la bellezza di masticare pizze gommose, sorseggiando birre ormai calde. In quell’attimo si trovano felici nelle loro vite confuse. Appagati dal quel poco che hanno, eventualmente da quello che avrebbero voluto, da quello che manca; felici delle delusioni, delle sconfitte, di ritrovarsi ancora, di rivedersi imperfetti ma vivi.
Finisce che nessuno fa accenno a quello schifo di estate. Finisce che dopo ore di chiacchiere, passata l’una di notte, ciascuno sente il desiderio di rientrare nella propria vita, che fino a quel momento avrebbe voluto barattare con qualcos’altro.
Marta, dopo cena, torna in albergo a prendere le sue cose.
“Non resto per la notte” dice alla reception.
“C’è una piccola tassa da pagare” la informa il guardiano notturno. Lei paga quasi sollevata e se ne va, sperando di trovare Giulio ancora sveglio, augurandosi che le dia un bacio e le accarezzi i capelli mentre si addormenta.
Alberto, la mattina presto del giorno dopo, prende la macchina e imbocca l’autostrada per Torino. Al primo autogrill si fa un prosecco e pensa che Caterina è davvero bellissima coi capelli sciolti sulla tunica bianca che usa per pregare.
Paolo continuerà ad andare in piscina per alcune buone ragioni: ha fatto l’abbonamento ed è certo di poter incrociare altri due o tre conoscenti a cui non ha ancora raccontato del divorzio. Per San Pietroburgo ci si penserà il prossimo anno, quest’anno vorrebbe chiedere all’impiegata dell’agenzia viaggi di andare a cena fuori.
Chiara, la mattina dopo, prende il treno per il Lido, magari Fabio l’aspetta a casa. E se non ci fosse si farà bastare le mamme e i bambini che gridano, oltre a quel manoscritto che deve consegnare a settembre. Contempla i campi assolati, scorre i fili della luce in cerca di rondini. Delle volte la bellezza si nasconde dietro una serata in pizzeria.
Quella stessa mattina, dieci anni prima, Mauro aveva fatto un bagno al fiume. Assurdo affogare – avevano pensato tutti – per uno che addirittura aveva fatto il sommozzatore. L’avevano trovato sul fondo con un paio di stivali di gomma ai piedi e nessuno, da quel momento in poi, ci aveva capito niente.
“Sai cosa ti dico” aveva concluso Alberto a fine serata insistendo per riaccompagnarla in auto “tutto sommato sono contento”.
Chiara aveva annuito. Lo era pure lei, perché certe sere una pizza fredda e una birra calda sono abbastanza per essere felici.

Racconti #1

Anatomia di un’amicizia imprevista

di Muriel Pavoni

Striscio le ruote contro il marciapiede, la macchina è per metà sulle strisce pedonali, faccio un paio di manovre e finisco d’incassare ancora di più le gomme. A vent’anni mi credevo una grande pilota, ho fatto decine d’incidenti prima di capire che l’unica soluzione, col mio modo di guidare, fosse di moderare la velocità. Scendo senza controllare se ci sia qualcuno dietro.
“Chiara, sono qui!” La chiamo.
Lei – tutta sua madre con un tocco di zia Bice – mi sorride scoprendo gli incisivi troppo grandi. Andiamo al bar dei giardini, io a piedi, lei spingendo la bicicletta. Per paura del silenzio la tempesto di domande.
“Marta, devo dirti una cosa”, m’interrompe Chiara in tono solenne. Io per un attimo tremo e temo che sia una di quelle notizie che si conficcano nello sterno, qualcosa di irreparabile. Invece è una sciocchezza rispetto a tutto quello che sta per succedere.
“Alberto con Caterina si comporta male.”
Assurdo preoccuparsi di Alberto in un momento così. Lo penso ma non lo dico.
“Sono grandi, se la caveranno”, rispondo ma lei non è convinta. Crede che le relazioni debbano essere oneste. Ci prendiamo un caffè e deve subito scappare.
Le faccio altre domande. Vorrei notizie rassicuranti, vorrei che mi dicesse che si risolve tutto, che fra un mese, un anno, tutto passa. Lei mi risponde rapida, senza guardarmi in faccia evita qualsiasi certezza. Apre la catena e la mette nel cestino.
“So di essere pesante”, aggiungo.
“Apprezzo le domande d’interessamento”, e s’avvolge in quattro giri di sciarpa, s’infila il giubbotto di jeans sopra due strati di maglie, inforca il cappello alla Fidel Castro e così bardata monta in bicicletta. La osservo pedalare un po’ storta nell’aria limpida di maggio. Stringe gli occhi. Ha i denti di fuori quando si gira per attraversare la strada. Lei è così prudente. Siamo così diverse. Ora, con tutte le sue paure, Chiara va incontro all’imponderabile, la guardo e sono io adesso che ho paura. Raccoglie di continuo un lembo di sciarpa che scivola giù. Sparisce inghiottita dai piumini dei pioppi.
Un giorno ho scritto l’elenco delle dieci cose che avrei fatto prima di morire.
‘Mi terrei un libro preso a prestito dalla biblioteca solo per ricevere qualche lettera, anche dopo morta’. Mi viene in mente ora guardando Chiara allontanarsi. Faccio per pagare due caffè, ma il barista ne calcola solo uno. Sono un po’ sorpresa, ma non faccio questioni e torno alla macchina.
Sfilo la multa dal parabrezza e ripenso a due settimane fa, quando ho letto il racconto di Chiara, Amici in paradiso. Gloria, l’amica della protagonista, legge moltissimo, è sempre in ritardo e guida male. Mi sfiora l’idea di essere un personaggio letterario. Essere un personaggio di Chiara è un po’ come esserci davvero nella sua vita. In quella scena, poi, le due protagoniste vanno a comprare un regalo, che non sia un libro, le ammoniscono preoccupate le amiche. Mi convinco di essere proprio io il personaggio in questione e mi ritrovo a guidare sulla corsia opposta.
L’estate scorsa, mentre parlavamo tra noi, in piscina, Elena a un certo punto ha detto, è normale che non conosca nemmeno uno dei libri di cui parlate? Chiara ha risposto sì, perché io e Marta non leggiamo in maniera normale. Sono davvero io quel personaggio che legge tanto e guida male e mi viene da sorridere a pensarci.
La ritrovo nella sala d’aspetto del dentista. Un odore di pulito l’annuncia. Niente creme o profumi, solo sapone, ma intenso. Ho pensato di farti un regalo, oramai siamo amiche, dice porgendomi un pacchetto da scartare. È un libro di poesie di Maddalena Bartolini. Sorrido imbarazzata, non l’avevo calcolata questa amicizia. Prima di uscire dallo studio prende fuori la bottiglia d’acqua dalla borsa, beve un sorso, la chiude e la rimette in un sacchetto di plastica. Esce dalla porta a passo lento. Resta l’odore di sapone.
L’ago penetra nella gengiva, devo pensare ad altro, la bocca anestetizzata, sento solo il rumore del trapano e il sapore del disinfettante, mi sciacquo e ripenso al primo bacio. Lui si era appena messo l’apparecchio e sapeva di colluttorio. Da quella volta ho sempre associato i baci alle cure odontoiatriche.
Chissà quando avrà dato il primo bacio Chiara, chissà quale ricordo le è rimasto. Chissà com’è andata con quel fidanzato di cui mi aveva parlato un paio di volte. L’aveva incontrato a una festa dove nessuno lo conosceva. Alla festa lui se ne stava solo, era stata lei a sedersi accanto e ad attaccare discorso. Non sono mica timida io, ha sempre detto Chiara sorprendendo tutti. Perché il suo essere silenziosa, fosse stata timidezza, sarebbe stato accettabile, ma quando è solamente silenzio diventa inquietante. L’aveva poi invitato per un caffè e lui aveva accettato. Sono stati assieme due anni. È stato lui a lasciarla. Erano seduti su una panchina della stazione di Bologna. Mi sono sempre chiesta che tipo fosse. Quando le presentai Piero lei mi disse, hai proprio intuito tu, hai capito perfettamente i miei gusti in fatto di uomini. L’altro giorno siamo stati per ore al bar a parlare di fede, di religiosità, del senso della vita. Poi lei ha iniziato a detestarlo per quella domanda, il chiederle di restare a dormire, dopo un pomeriggio passato assieme, un bel pomeriggio sì, ma troppo in fretta per non sentirsi offesa. Perché quando uno accelera i tempi non c’è rispetto, non c’è l’intenzione seria.
A me pare incredibile rifiutare un’occasione con uno che ti piace, avevo commentato io.
Tu sei la mia unica amica che non ha la minima intenzione di farsi una famiglia, aveva risposto lei. Io e te, non ci fosse stata questa cosa della scrittura, non ci saremmo mai conosciute, avevamo aggiunto quasi in coro.
Cammino lungo il viale della stazione, ho il passo lento di chi non ha nessuna voglia di arrivare. Mi si è svegliata la gengiva, sento la puntura, il sapore di colluttorio e di sangue, un sapore ferroso. Mi passo la lingua sull’otturazione. Quel dolore mi ricorda che Chiara avrebbe rinunciato a tutto per una famiglia e dei figli.
La ritrovo seduta su una panchina di fronte alle Generali. Mi saluta con quel suo ciao sospeso e incerto, come quando mi tiene al telefono delle ore dicendomi altro rispetto a quello che avrebbe voluto. Lei è una che dice e non dice. Dice la pratica, non la teoria, quella la riduce all’osso.
“Io il figlio di Bianciardi lo capisco”, mi dice, “lui è uno che cerca, che soffre, è un po’ pesante e non ascolta. Perché ha troppo da dire, troppi anni di silenzio, troppi inviti a parlare di suo padre.”
“Certo, con un padre così”, aggiungo io.
“Certi genitori sono un disastro per i figli.”
Sale in fretta sull’autobus e mi lascia con la testa piena di domande.
Riprendo la mia camminata.
Con dei genitori come i nostri, diceva l’altro giorno suo fratello, è stata dura. Mia madre ha tutte le colpe, è una persona fredda, insensibile.
Non abbiamo mai mangiato a tavola coi miei. La mamma non sapeva cucinare, andava in rosticceria. Quando eravamo a tavola, Chiara la governante e io, la mamma ci obbligava a tenere due pile di libri sotto i gomiti, diceva che serviva per la postura. Lei mangiava sprofondata sulla poltrona davanti al televisore. Mio padre, anche se era più sensibile, stava in un mondo tutto suo.
La mamma censurava le pagine delle riviste che considerava scandalose.
Non ci portava mai dal dottore, non voleva che ci scoprissimo di fronte a nessuno. Capitava di rado che venisse il dottore a casa, solo quando avevamo la febbre molto alta. Lei vigilava su tutto, diceva che le medicine non fanno bene. Se il medico le prescriveva Chiara le teneva un po’ in bocca, poi le sputava e le nascondeva sotto il letto.
Mia madre ha colpa di tutto, ripeteva suo fratello scuotendo il capo con gli occhi lucidi.
Sono quasi arrivata sotto l’orologio.
Chiara sta per entrare in biblioteca, la raggiungo con una piccola corsa.
“Cosa dice la biopsia?” Le chiedo.
“C’era una dottoressa molto gentile, che però mi ha detto le stesse cose del radiologo e del chirurgo.
Sono abbattuta, ma vorrei uscire come sempre e fare tutto: i mercoledì sera, il cinema.”
“Continuiamo a fare tutto, continuiamo. Ricordi cosa mi hai scritto sulla dedica del tuo libro?”
“Con questa depressività non mi vien voglia di fare niente.”
“Ma ti devi sforzare”. Osservo i suoi contorni sfuocarsi fino a dissolversi. Resto davanti alla biblioteca a parlare con il cartello che indica l’isola pedonale.
Da quanto tempo Chiara non mi diceva più, Marta, devo dirti una cosa, con quel tono solenne. Negli ultimi tempi le cose le scriveva. Scriveva, hanno trovato delle metastasi al cervello, due noduli al fegato e le ossa, quelle lesioni… Prega per me scriveva, prega un tuo Dio, pregherò qualcosa, ma non so cosa, rispondevo.
Sono quasi arrivata alla camera mortuaria. Quando entro vedo la foto sorridente con le margherite sullo sfondo, vedo i gigli e le rose. È chiusa coi chiodi, mi sembra di sentire il rumore degli avvitatori, una scena che ho visto cinque anni fa, con Agata, e ora ci risiamo. La famiglia ha deciso di non farla vedere a nessuno, forse è meglio così.
Sta male punto, mi aveva scritto Alberto dieci giorni prima. Non avevo voluto capire.
Sono in ospedale, mi mettono in sesto poi torno, mi aveva detto lei. Ancora non volevo capire, è finita aveva aggiunto Alberto e ancora non capivo.
Ho capito grazie ai racconti di Bassani, presi a prestito dalla biblioteca. Quando l’ultimo giorno stavo per prendere il libro dal tavolo dell’ospedale per restituirlo, Chiara, con le pochissime forze rimaste, si era opposta con un lamento e la mano tesa, mugugnando una specie di no. Fu chiarissimo a tutti che quella era una ragione per vivere. A quel punto ho appoggiato il libro sul tavolo.
Me l’ha riportato il fratello qualche giorno dopo il funerale, lo restituiresti alla biblioteca?
Era finita davvero.
Un giorno ho scritto l’elenco delle dieci cose che avrei fatto prima di morire.
‘Mi terrei un libro preso a prestito dalla biblioteca, solo per ricevere qualche lettera, anche dopo morta.’

 

Racconti #2

Quaglia Universal Market

di Muriel Pavoni

L’attraversavano una ferrovia dismessa e una superstrada superaffollata. I suoi abitanti erano come scolpiti sulle panchine della grande piazza-parcheggio, cuore pulsante della città di Quaglia.
Da qualsiasi luogo si partisse la strada era un tragitto interminabile, forse un espediente per preparare lo stato d’animo dell’avventore, affinché potesse, fin dai primi momenti, assaporare quel senso di desolazione che lo avrebbe colto alle porte del paese. Ci sono teorie, udite al bar di Adolfo dopo il terzo grappino, in cui si narra che a Quaglia ci si arrivasse non per vie ufficiali, ma sotto l’effetto di droghe pesanti, e che la strada non fosse altro che una lunga, monotona, allucinazione…
E siccome l’ironia è una dote rara, che a volte cresce nel deserto, la Las Vegas della Valboccia, la chiamavano, per via di una curiosa similitudine tra le due città, entrambe poste al centro di uno sconfinato nulla.

Il soprannome fu coniato da un cittadino che in gioventù intraprese un viaggio organizzato in America. Dal suo spaesamento nacquero acrobatici parallelismi tra il nuovo mondo e Quaglia. Ma, al posto del deserto, tutt’intorno al paese c’era un ampio patchwork di poderi e orticelli che in ogni stagione, tra fitti banchi di nebbia, che sprigionava un intenso bouquet di fertilizzanti di origine squisitamente chimica.
La caserma dei carabinieri, un ufficio postale, due bar concorrenti, una trattoria con due coperti, il panettiere, una tabaccheria/mini-market/bigiotteria, la chiesa, il campetto, questo si narra fosse il magro inventario di Quaglia.
In compenso, sull’onda della speculazione edilizia, nei primi anni ’90, si aprì un enorme cantiere alla “periferia” della città che avrebbe generato un colossale condominio in stile “Unité d’Habitation”. Alle volte i figli dei quagliesi andavano a studiare all’estero e ahimè diventavano architetti.
Di cinema, teatri, musei, degenerazioni in voga nei capoluoghi di provincia, neanche a parlarne! Certe perversioni non hanno mai toccato i cittadini di Quaglia.
Le attività predilette dai quagliesi erano le chiacchiere in piazza. Purtroppo, data la monotonia del paese e la mancanza d’immaginazione dei suoi abitanti, si era sempre a corto di argomenti. Sovrano tra tutti svettava il torneo di biliardo, seguito a ruota dalle litigate dei frequentatori del bar; ma, a volte, tra due amici in vena di confidenze, si sentiva parlare del Tropical…

Negli anni Ottanta, su iniziativa di un audace imprenditore di nome Jerry, la vecchia autofficina sulla superstrada fu adibita, alla bell’e meglio, a discopub. La metamorfosi si realizzò tappezzando le pareti del capannone di poster dalle vedute caraibiche: ecco fatto il “Tropical club”, locale da ballo riservato agli amanti delle emozioni forti. Il Tropical, in sostanza, divenne un night per vecchi bavosi. Non di rado, entrando nel locale, capitava di venire adescati da sguardi guerci e sorrisi ornati da una bella peluria, erano professioniste a buon mercato quelle che offriva Jerry, ma non mancavano certo di estimatori.
Il Tropical club rimase sulla breccia un paio d’anni, con il benestare della popolazione maschile, che non escludeva il parroco e un buon numero di uomini sposati. Arrivarono presto le denunce e furono molte. Tante da farlo chiudere. La felicità di alcuni induce all’invidia e, si sa, a volte la giustizia, ma soprattutto le mogli tradite, non tiene conto dei bisogni dell’uomo.
Per evitare nuovi fastidi, il comune votò un provvedimento, tutt’ora in vigore, che impediva di aprire locali e qualsiasi forma di intrattenimento in città e in tutta la pianura circostante. Il provvedimento aveva una postilla che vietava di rinnovare o ammodernare locali già esistenti, per sicurezza.
Queste ultime iniziative contribuirono, definitivamente, a conferire al paese un aspetto fuori dal tempo. Passeggiando tra le due vie principali, da cui partivano reticolati perlopiù residenziali, si aveva l’impressione di vagabondare in un plastico. Le strade: sempre deserte. Il bar proponeva il liquore strega come ultima novità. Le abitazioni, unità mono famigliari con cortiletto munito di magnolia e nani da giardino, erano tutte delle stesse dimensioni e alla medesima distanza, anche il colore, un’intensa sfumatura di giallo che andava dal canarino all’ocra, le accomunava.
Come il cane finisce per assomigliare al padrone, o viceversa, così le città finiscono per assomigliare ai loro abitanti. Il fatto è che non si sa se sia stato per via dell’humus, la nebbia, l’aria salmastra a influenzare i quagliesi. Oppure il loro carattere spigoloso, gretto, indolente a dare alla città quell’aria stantia. Non c’è dubbio che i quagliesi, essendo spilorci, senza altri svaghi oltre alla tirchieria stessa, gente che attribuiva al denaro proprietà sovrannaturali, l’unica qualità che avevano fosse un vago talento per il business.
A volte basta un fiuto ben allenato e spirito d’osservazione per intuire, entrati in un luogo sconosciuto, la natura dei suoi abitanti. Così come Jerry non aveva voluto tener conto che il danno arrecato al paese poteva avere un prezzo che avrebbe assicurato alla sua attività vita eterna; altri, forestieri, ci arrivarono subito a capire che quel buco di anime morte, attraversato dalla superstrada e dalla ferrovia, poteva essere una miniera d’oro.
La proposta non tardò a venire. Fu il Cav. Per. Ind. Baiocchi, a intravedere l’affare. Il Baiocchi aveva fatto una fortuna con i supermercati Universal Market. Riciclando denaro non proprio pulito, aveva fondato la più grossa catena di centri commerciali. La sua formula innovativa si basava sul concetto di universo dello shopping. I suoi centri commerciali erano comunità autosufficienti fondate sul consumismo, con tutto il necessario per vivere senza uscire dai confini stessi: appartamenti, asili, scuole, negozi di ogni genere, ristoranti, bar, palestre. Questi centri avevano l’aspetto di anfiteatri futuristi, costituiti da varie unità confinanti, collegate tra di loro da viottoli e piazze ornate da fontane e giardini. Tutto rigorosamente artificiale.
L’idea era di fare piazza pulita del paese e sostituirlo con uno Universal Market, o meglio Quaglia Universal Market. L’imprenditore propose di fare una piccola modifica al nome della città per renderlo più accattivante. Il tutto si sarebbe svolto senza arrecare fastidi alla cittadinanza, che nel nuovo complesso avrebbe trovato nuovi, confortevoli, appartamenti e tutto il necessario per vivere.
Il cavaliere presentò il progetto al comune, corredato da una bella mazzetta. I pareri furono tutti favorevoli. Bastò aggiungere una nuova postilla al provvedimento con cui avevano fatto chiudere il Tropical, in modo da escludere dalle restrizioni i centri commerciali e, in particolare, gli Universal market.
Non fu difficile convincere i quagliesi. Si organizzò un meeting in cui furono illustrati, attraverso slides, tutti i vantaggi del nuovo progetto. Ci sarebbero stati: lavoro per tutti e luoghi sicuri per i giochi dei bambini, i quali avrebbero ricevuto la migliore educazione nelle Universal schools, fino ad arrivare al Universal campus, specializzato in marketing.
In fretta e furia l’accordo fu preso, giusto il tempo di far sloggiare la cittadinanza, che avrebbe soggiornato in un Resort alle Canarie durante i lavori del cantiere.
Via alle ruspe, decine di camion trasportarono i resti della città verso la superstrada. In poco tempo sul selciato si fece un enorme spianata di cemento, sulla quale venne eretto, a forza di prefabbricati, il Quaglia Universal market. In ultimo venne affissa l’insegna luminescente all’ingresso e i cartelli colorati sulla superstrada e alla stazione, con scritto: “Benvenuti”, in tutte le lingue. L’unico edificio che resistette all’urto delle ruspe fu l’“Unité d’Habitation”, già in perfetto stile Universal: cubico, enorme, spersonalizzante, divenne l’albergo per ospitare i fanatici del turismo commerciale.
Presto i quagliesi tornarono alla normalità. Come formiche si insediarono nei loculi del residence, farcirono gli armadi di vestiti e le dispense di provviste, pronti il mattino seguente, a prendere servizio nei vari negozi della loro nuova città-mercato.
Nel riassetto organizzativo furono previsti premi produzione e Jerry, grazie alle sue doti imprenditoriali, fu promosso Marketing Manager. Con il budget fornitogli dal Baiocchi, sguinzagliò giovani donne, che avevano il compito di vestirsi appena il minimo indispensabile, tra le corsie del centro commerciale. Si dimostrò una certa generosità con le vecchie dipendenti del Tropical, che furono impiegate come guardiane ai gabinetti. In certi giorni in cui la fila si faceva lunga, le guardiane stesse raccontavano la storia della loro, personalissima, Atlantide. E a tutti coloro che credevano fosse una leggenda, dicevano invece che è esistita, ma non è stata sommersa dalle acque, bensì demolita dalle ruspe.