Leggere Annie Ernaux

“Scrivo per vendicare la mia razza di lavoratori senza terra e di donne senza speranza”, questo si ripromette una giovane Ernaux, senza però sapere come fare. Poi succede tutto: la vita, due figli, un matrimonio, l’insegnamento (lavorare in scuole in cui i ragazzi vengono dal suo ambiente), la morte di un padre. Tutto questo dà concretezza alla sua voglia di scrivere e configura l’urgenza: tuffarsi nella memoria rimossa e mettere in luce la sua gente, scrivere per comprendere le ragioni, dentro e fuori, che l’hanno allontanata dalle sue origini. Si accorge, grazie al vissuto, di voler raccontare la lacerazione sociale, la condizione della donna in un contesto di divieti, il corpo le sue regole. Capisce che prima di dar forma alla sua ambizione aveva bisogno di vivere. Così, nel ’74, esce il primo libro Gli armadi vuoti — tradotto in Italia da Romana Petri — dopodiché usciranno tutti gli altri (in Italia per la casa editrice L’Orma e da lì in poi il traduttore sarà sempre Lorenzo Flabbi, con cui stringerà un sodalizio che ha molto a che fare con l’intimità e la particolarità del suo stile).
Partire dalla memoria per intessere il racconto della sua gente, ritagliare un posto nella letteratura dedicato a loro: quella che lei chiama la sua “razza”, gente di fatica, uomini avvezzi a morire presto, diventa un atto politico e forse rivoluzionario.
Ernaux è un’entomologa della memoria, una scandagliatrice di ricordi dai fondali dell’esperienza; un’accumulatrice di reperti privati; una scrittrice ossessionata dalla ricomposizione di sé, che non accetta che la sua storia la racconti qualcun altro. Capacissima di far coincidere pubblico e privato: parlando di sé e della sua famiglia, racconta la storia di un’epoca, di un popolo, di una generazione.
Gli anni inizia così: “Tutte le immagini scompariranno”, e procede per un’accumulazione di fatti pubblici ed eventi privati accostati gli uni agli altri, come istantanee che si inseguono, da un lato per recuperare il tempo perduto e dall’altro per tentare di ricostruire una biografia che è interiore, frammentata e inevitabilmente incompleta, perché ha la chiarezza che l’impresa è impossibile. Una donna è il tentativo, alla morte della madre, di ricostruirne la figura, come emblema della donna del novecento che, partendo da origini rurali, riesce ad avere un piccolo riscatto personale. Nelle ultime pagine del romanzo scrive:
“Questa non è una biografia, né un romanzo, naturalmente, forse qualcosa tra la letteratura, la sociologia e la storia.”, poi aggiunge che voleva che sua madre, nata in una posizione marginale del mondo, diventasse Storia.

La morte del padre diventa occasione per confrontarsi con lui, stavolta, stimolo per raccontare nuovamente l’ascesa di un contadino che diventa commerciante e che si vergogna della figlia che non l’aiuta in negozio (Il posto). La vergogna è protagonista di un altro romanzo, appunto: La vergona; dove partendo da un fatto avvenuto nel 1952, in cui da bambina assiste di nascosto a un litigio dei genitori, nasce lo stimolo di analizzare cosa, in quell’anno, cambia nel suo vissuto; ed è proprio la vergogna, raccontata attraverso alcuni episodi incentrati sul perbenismo provinciale, a entrare per la prima volta nella sua vita e a non abbandonarla più. A un certo punto del romanzo scrive:
“La vergogna era ormai il mio stile di vita. Di fatto non la percepivo neanche più, mi era entrata sottopelle”.
L’evento racconta di una studentessa ventitreenne rimasta incinta involontariamente nel 1963, quando l’aborto in Francia era illegale. Il romanzo si snoda attorno ai giorni di angoscia, spesi nel tentativo di liberarsi di quello che per lei è soltanto un problema; in un contesto ostile e insensibile che non fa altro che ostacolarla e bollarla come ragazza “facile”.

Ne L’altra figlia, partendo da una chiacchiera della madre con un’amica, la protagonista apprende di aver avuto una sorella, morta prima che nascesse. Anche questo romanzo è inizialmente ambientato in un cimitero per dipanarsi attraverso un’esperienza intima dolorosissima, dove per la prima volta Ernaux usa il tu, per riferirsi alla sorella scomparsa.
La donna gelata racconta delle donne della famiglia dell’autrice, che non sono donne vaporose e fragili come quelle narrate in letteratura. Quelle che conosce lei, fin da piccola, sono donne potenti che non hanno bisogno di protezione; donne che imprecano, hanno modi brutali, non cucinano e non puliscono la casa. Questa constatazione allude a un curioso senso di un femminismo primordiale e insinua il dubbio su come la protagonista, avendo avuto questi esempi sotto gli occhi, finisca per cadere nel ruolo stereotipato della madre e moglie a tempo pieno, frustrata e senza tempo per scrivere.
Memorie di ragazza è la storia di una ragazza che per la prima volta nell’estate del ’58 si allontana da casa per fare l’educatrice, il racconto si sviluppa come un’inchiesta, per accumulazione di dettagli, tanto che, nella lettura, la distanza da questa ragazza risulta impressionante. La prima esperienza fuori casa sarà tutt’altro che avvincente, infatti l’estate del ’58 rappresenterà un’iniziazione feroce, da cui prendere le distanze per sopravvivere; infatti l’autrice stessa afferma sin dall’inizio:
“ho voluto dimenticarla anch’io quella ragazza…”.
Insomma Ernaux è una scrittrice stratificata e complessa, che indaga il personale con crudeltà e precisione fino a portarlo a galla in un’esperienza universale, che però tende a essere semplificata e banalizzata.

A ridosso dell’annuncio del Nobel leggo sui social, ad opera di uno scrittore italiano mediamente famoso:
“Il Nobel per la Letteratura ad Annie Ernaux è come dare il Pallone d’Oro a Darmian o l’Oscar a Stefano Accorsi”.
E aggiunge:
“Ma Rushdie, McCarthy, Kundera, no?”.
Di lei si dice che sia una scrittrice ombelicale, autobiografica e così via… Questo è il genere di commenti che, sempre più spesso, si leggono.
Invece la sua è una scrittura precisa e oceanica al tempo stesso; ti trascina in una specie di andirivieni emotivo e quando sembra farti approdare al nucleo originario è in quel momento lei ti porta via. Leggere Ernaux è una vertigine, e un precipitare. Leggere Ernaux è, inoltre, stare nel tempo e nella politica. I fatti personali sono quelli da si cui parte, è vero, ma affrontati in un modo talmente preciso e distaccato, da dare l’impressione che la vita di cui si parla sia quella di qualcun altro che non sia l’autrice, portandoti a pensare che la vita di cui si parla sia la tua di lettrice, e questo lo sanno fare solo i grandi autori.

 

Carson McCullers

Il cuore solitario di una scrittrice del sud

Nel 1934 Lula Carson è una ragazzina che viene da Columbus, una cittadina della Georgia, e che a soli 17 anni si reca a New York con alcuni risparmi, incoraggiata dalla madre a perseguire il suo talento artistico, per iscriversi al conservatorio ma i soldi li perde e decide di restare a New York ugualmente, dove vive presso un’amica, facendo lavori saltuari per pagarsi le lezioni di scrittura alla Columbia University. A un certo punto però si ammala di febbre reumatoide e deve tornare a casa.
Nel ’37 sposa Reeves McCullers (bisessuale) e si trasferiscono nel nord Carolina, il marito è agente di commercio. Dopo poco si spostano ancora più a sud, dove per lei la vita di New York è solo un ricordo. Il clima torrido, il torpore intellettuale, la grande depressione, la fanno sprofondare nella depressione. Inizia a scrivere il suo primo romanzo, che doveva intitolarsi “Il muto” ma diventa “Il cuore è un cacciatore solitario”. La casa editrice le concede un grosso anticipo, il romanzo esce nel ’40 e ha un successo clamoroso, la coppia può permettersi di tornare a New York. A questo punto lei è una star, esordiente a 23 anni, entra da protagonista nell’ambiente culturale. Stringe grande amicizia con George Davies, direttore letterario di Harper’s bazar a cui Carson fa leggere il manoscritto “Riflessi in un occhio d’oro”, storia che le era stata raccontata dal marito. Il libro viene prima pubblicato in due parti su Harper’s. Lei e il marito divorziano per poi risposarsi successivamente, il loro sarà un rapporto che non ha nulla di intimo.

Carson McCullers fotografata da Richard Avedon

A New York è una donna a spezzarle il cuore: Annemarie Schwarzenbach, giornalista, scrittrice, fotografa di grande fascino, a cui lei aveva dedicato il romanzo “Riflessi in un occhio d’oro”.
Nel 1946 esce “Invito a nozze” il cui adattamento teatrale la rende davvero famosa.
Negli anni ’50 sulla scia di Vacanze romane, va a vivere per un periodo a Roma, dove incontra Irene Brin che tradurrà i suoi romanzi, e che l’apprezzerà moltissimo come scrittrice.
Nei suoi romanzi Carson parte dalla violenza e dal groviglio dei rimossi della provincia americana, collocandosi tra la schiera di autori del gotico sudista: Falkner, Welty, O’connor ma con una caratteristica di maggiore tenerezza. La Mik de “Il cuore è un cacciatore solitario” e l’orfana Frankie di “Invito a nozze” sono sicuramente ispirate a lei, insoddisfatta, non sa dove collocarsi alla continua ricerca del suo posto nel mondo.

“Il cuore è un cacciatore solitario”
Primo romanzo scritto e pubblicato.
La storia di un paese e i suoi personaggi, i due muti, all’origine, John Singer e il greco, che finisce in clinica psichiatrica, Singer (gioielliere) rimane solo e, per la sua qualità di saper ascoltare e dare conforto, la stanza in cui vive è punto di riferimento per vari personaggi: Biff il mite proprietario del bar, che vuole un figlio, Mick ragazza talentuosa e con moltissima voglia di vivere (alter ego dell’autrice), il dottor Copeland (in lotta per la causa dei neri) medico di colore che non si capisce come ce l’abbia fatta e la sua famiglia che lo evita perché lui è troppo esigente e intransigente, e infine Blount balordo cercatore d’oro. Il romanzo ci presenta una galleria di personaggi che sono un gruppo di perdenti, segnati da eventi di cruda tragicità e legami indissolubili che portano inevitabilmente alla disfatta.

“Invito a nozze”
Frankie è una ragazzina orfana di madre, ha dodici anni, è un metro e settanta, grande e grossa (alter ego dell’autrice), vive in una cittadina del sud e viene invitata al matrimonio del fratello, il padre è sempre al lavoro e lei passa le sue giornate in cucina con Sadie, cuoca nera, e John Henry West, il cugino, si raccontano i loro pasti lenti, le chiacchierate, la noia e il torpore delle cittadine di provincia. Frankie è un po’ gelosa del fratello, ma spera che andando in un’altra città al suo matrimonio, poi la coppia la tenga con sé e pian piano questa speranza diventa ossessione, tanto che per tutto il romanzo non fa altro che parlarne e si convince che la sua questo avverrà, salvo poi la delusione finale tornando a casa in autobus, dove tutte le sue aspettative legate alla festa verranno deluse.
Tutto il romanzo è teso verso l’aspettativa e la sua vita è una non vita proiettata verso un futuro idilliaco che non si concretizzerà mai. Potrebbe considerarsi un romanzo di formazione, ma è nella staticità e nell’assenza di prospettive che si gioca la formazione di Frankie, che sembra l’alter ego (oltre che dell’autrice) di una delle protagoniste de Il cuore è un cacciatore solitario.


“La ballata del caffè triste”
Il primo racconto, che dà il nome alla raccolta, narra di una strana amicizia tra la proprietaria di un bar, Miss Amelia e un gobbo, suo cugino. La donna si sposa con un uomo innamorato ma instabile e brusco, lei lo tratta malissimo, tanto da sollevare le sue ire e tra i due si instaura una guerra tremenda.
Wunderkind, è la storia di una bambina prodigio, una pianista, che perde ispirazione e voglia di suonare, fino all’esasperazione.
Madame Zilensky e il re di Finlandia è La storia di una misteriosa ed efficiente insegnante di musica che viene assunta presso una scuola e si presenta coi suoi tre figli biondi, lei passa giorno e notte sugli spartiti, ma racconta al preside incredibili avventure di viaggio, tra cui di aver incontrato il re di Finlandia, a quel punto si instilla il dubbio sulle sue storie…
Il forestiero è la storia di un uomo che da Parigi torna negli Stati Uniti in occasione della morte del padre, incontra la ex moglie con la famiglia e si riaccende, forse, la fiamma.
Dilemma domestico è la storia di un marito e sua moglie alcolizzata, lei fa scenate davanti ai bambini lui si occupa di tutto e, nonostante il vizio di lei, non riesce a smettere di amarla.
Un albero una pietra una nuvola, è la storia di un ubriaco che racconta a un ragazzo la sua teoria sull’amore, ovvero che prima di amare una donna bisogna amare tutto il resto, appunto alberi pietre etc…

La sua è una scrittura evocativa, piena di immagini e atmosfere. I suoi personaggi sono spesso dei disperati, degli insoddisfatti, degli irregolari, a volte, troppo trasgressivi per essere accolti benevolmente dalla società dell’epoca, per questo la famiglia della Carson venne minacciata dal Ku Klux Clan, per questo il romanzo “Riflessi in un occhio d’oro” viene riscoperto trent’anni dopo grazie al film di John Huston.
Muore nel ’67, col corpo devastato dalle malattie.

Samanta Schweblin

Il perturbante quotidiano di Samanta Schweblin

La incontro con il romanzo Kentuki, una sorta di distopia contemporanea in cui impazza un fenomeno planetario costituito da pupazzi elettronici a forma di panda, corvi, draghi, topi, conigli, dotati al loro interno di un software, ruote per spostarsi, sensori e una telecamera.  

Si può scegliere di averne uno che diventa un angelo custode, ma anche una spia che segue ogni nostro movimento. Gli esseri umani che li possiedono sono indissolubilmente legati ai loro Kentuki, oppure Kentuki si può divenire, sentendo e vedendo come uno di loro e in un mondo spietato e crudele si muovono questi pupazzi accanto alle storie dei loro possessori. Nel mondo in cui il Kentuki si diffonde in maniera virale il suo possesso diventa un’esigenza fondamentale, ma poi succede che alcuni lo amino, altri inizino a detestarlo, resta che tutti indistintamente, ne restino schiavi. Il romanzo sembra voler rispondere alla domanda per cui questi pupazzi diventano così insostituibili. Ogni personaggio, infatti, ha un motivo che lo spinge, ognuno una solitudine, una disfunzione, qualcosa che s’inceppa e avere un Kentuki sembra la risposta sbagliata a una giusta domanda di solitudine. La narrazione appare frammentaria, formata da storie indipendenti le une dalle altre che vengono iniziate, sospese e riprese, procedendo in parallelo.

Devo dire che di questo romanzo mi ha colpito più l’idea che per il risultato, mi è parso pervaso di buone intenzioni un po’ sospese; eppure ho deciso di dare una seconda possibilità a quest’autrice, senz’altro originale, e sono passata a Distanza di sicurezza, romanzo breve che aggiunge, alla distopia, il tema del perturbante; è la storia di un passaggio di anime.

La voce narrante è Amanda, una donna che, in un letto di ospedale, vaneggiando, cerca di ricostruire una vicenda, che è quella che coinvolge la vicina di casa Carla e il figlio David, coetaneo di Nina, la figlia di Amanda. David s’infortuna in modo misterioso e la madre, invece di portarlo dal medico, lo porta da una strana “fattucchiera” e da quel momento il bambino si salverà ma assumerà un carattere completamente diverso. I contatti e l’amicizia tra le due famiglie porteranno Amanda a perdere la distanza di sicurezza nei confronti di sua figlia, che definisce in questo modo all’inizio del romanzo: “La chiamo distanza di sicurezza, così definisco la distanza variabile che mi separa da mia figlia, e passo metà del tempo a calcolarla, anche se poi rischio più del dovuto”. Il romanzo, che ha i ritmi del thriller, ruota attorno ai temi della maternità e della contaminazione dell’ambiente in cui viviamo, ma introduce una certa idea di sovrannaturale legata all’impossibilità di governare le nostre vite e alla necessità di affidarsi, di tanto in tanto, al magico. Sicuramente questa lettura mi ha convinta più di Kentuki e altrettanto convincente ho trovato il film omonimo, uscito nel 2021 per la regia di Claudia Llosa, ispirato al romanzo e fedele nella ricostruzione.

Sono allora passata alle novelle, che ritengo la sua forma più congeniale e originale e che attinge alla tradizione di Cortazar, Flannery O’Connor, Lucia Berlin. In particolare Sette case vuote e Uccelli vivi. Però Sette case vuote si smarca dal perturbante per affidarsi a una quotidianità minimalista fatta di gesti consueti e famiglie piccolo borghesi le cui vicende sono legate alle case o, meglio, nelle case vuote resta la traccia di chi le ha abitate. 

Però qui il perturbante lascia il posto alla follia del quotidiano, al proprio essere fuori posto nel mondo, e alla distanza fra il sé e il mondo.

Infine Uccelli vivi torna al perturbante, che è la sua cifra, quella che dà risultati più “felici”. Si potrebbe anche parlare di realismo magico, però contaminato dall’horror e dalla distopia; in particolare rispetto all’inquietante racconto che dà il titolo alla raccolta.

È la stessa Schweblin a scrivere un’illuminante introduzione alla raccolta, dove spiega che i racconti nascono da immagini che le sfilano sotto gli occhi nella quotidianità, o episodi che le vengono raccontati, che spesso scrivendo unisce fatti parecchio distanti, trovando però un incastro nella scrittura, aggiunge che lei stessa scrivendo impara qualcosa di nuovo su quei fatti e conclude dicendo che la prima stesura di un racconto è quasi sempre da abbandonare, ma è una traccia per quello che il racconto vuol dire all’autore. Si giunge poi alla conclusione che scrivere rivela la stranezza del mondo e prima di scrivere questi racconti, tra i primi della sua carriera, non sapeva di essere così tanto interessata all’impensabile, a ciò che improvvisamente accade, alla stranezza della realtà e alle curiosità che assalgono quando si assiste a una scena che ha molti punti da chiarire, ma sono stati i racconti stessi indicarle la sua strada.