Tina Modotti, l’opera

Una fotografa e nient’altro

Il manuale di storia della fotografia Beaumont Newhall (edizione 1984, un po’ datata, ma un vero classico) dedica a Eduard Weston circa cinque pagine tra parte critico-biografica e tavole fotografiche, addirittura viene citato il figlio Brett (come naturale erede artistico) col quale inizia a fotografare in Messico. Dalla vicenda umana e artistica di Weston, tenuto conto della citazione del figlio Brett, si esclude completamente il sodalizio artistico e affettivo con Tina Modotti che non viene nemmeno menzionata come sua compagna di vita. Eppure a fotografare, in Messico e non solo, erano tre.

L’opera di Weston, attingendo alla tradizione pittorica, è connotata dalla ripresa di corpi e vegetali nel dettaglio, fino a sembrare maestosi paesaggi. La sua è una fotografia quasi neoplastica, formalista fino all’astrattismo, ha una connotazione molto precisa che volendo può rappresentare un unicum nel suo genere, ma resta comunque marginale l’apporto di Weston nel più ampio panorama della storia della fotografia, mentre invece lo slancio di Tina Modotti, che pure pratica il suo apprendistato presso di lui e si sviluppa in pochissimi anni, appare oggi molto più originale nella combinazione tra simmetria e reportage, nella capacità di armonizzare forma e contenuto Tina Modotti ci parla ancora oggi; mentre Weston risulta un po’ sorpassato e il suo messaggio più debole. Inconcepibile il motivo per cui ai due non sia riservato, per lo meno, lo stesso spazio nella storiografia ufficiale.

La bella mostra monografica allestita a Palazzo Roverella (Rovigo), Tina Modotti, l’opera, ha il potere magico di proiettarci nella poetica di Modotti e lo fa indugiando pochissimo sulla vita, ma invece concentrandosi molto sull’opera, come suggerisce il titolo.

Per troppo tempo Modotti è stata descritta come personalità inquieta, dalla vita burrascosa, mai come fotografa di talento. In questo senso non fa eccezione la mostra di Rovigo che parte da Modotti modella, diva del cinema muto, moglie di Robo (il pittore Roubaix de l’Abrie Richey), ritratta da Weston in alcuni scatti affascinanti. Ma ben presto si fa strada l’artista che cerca di uscire dal ruolo di musa per diventare creatrice. Appena entra nella società artistica californiana di inizio secolo, inizia a domandarsi come contribuire ai movimenti di avanguardia che si stanno formando. Inizia sfruttando il suo talento di sarta ideando abiti stravaganti per Robo, che da parte sua la ritrae, poi grazie all’incontro con Weston e al loro viaggio in Messico s’interessa al mondo della fotografia, la sua prima macchina è una vecchia Korona, poi passerà a una Graflex (la stessa del maestro).

C’è da dire che in quegli anni, i primi anni ’20 nel novecento, la fotografia è una tecnica relativamente giovane. Le fotografe quindi non devono scavalcare muri insormontabili come quelli della pittura o della letteratura, è più facile che in altri campi provare a farne un mestiere. Tina, anzi Tinissima come la chiamava affettuosamente la madre, sembra seriamente intenzionata a provarci. S’immerge assieme a Weston nella vita rivoluzionaria del paese, conoscono e frequentano Diego Rivera, Xavier Guerrero, Frida Kahlo, abbracciano il movimento rivoluzionario. In questi anni Tina subisce una trasformazione, se inizialmente nel suo apprendistato fotografico ricalca la lezione di Weston (ne sono testimonianza le fotografie che ritraggono le calle dalle consistenze rugose, i bicchieri, i fili della luce che disegnano geometrie in cielo), pian piano sviluppa la sua personale poetica; pur lasciando intatta la dimensione geometrica, perviene a risultati originali grazie al suo gusto per la sperimentazione. Tina, anche nei suoi soggetti più formali, racconta un tormento, un’urgenza espressiva che è estranea al maestro. Si trasforma pure fisicamente, indossa abiti comodi per muoversi liberamente, abbandona il trucco, si pettina i capelli raccolti sulla nuca, non è una pettinatura alla moda, ma è la sua pettinatura.

Quello che considero il fulcro dell’opera (e della mostra) è il reportage sulle donne dell’istmo di Tehuantepec che restituisce un universo matriarcale fatto di donne/divinità, che dominano il paesaggio con il loro sguardo fiero e il loro incedere ieratico; si mostrano e si scherniscono, sono al centro di tutto, popolano un mondo al femminile dove gli uomini sono assenti e dove le donne, sebbene ritratte al lavoro, mantengono una compostezza tipica della statuaria classica, degli idoli votivi. Questo reportage arriva in seguito a un incarico ottenuto assieme a Weston per documentare l’etnografia messicana, dove i risultati di Modotti, che riesce a entrare nei luoghi sacri e a dialogare con le persone, sono nettamente più intimi e suggestivi degli scatti del compagno.

Ma è la politica a farsi strada, sempre più insistentemente, nella sua vita, fino a sottomettere l’arte alla causa rivoluzionaria.

Registra assiduamente la miseria, esaltando la rabbia, l’ingiustizia, la desolazione, l’insensatezza del lavoro e l’importanza della protesta organizzata. Il suo occhio tende sempre più all’oggettività e sono le persone a diventare il suo soggetto preferito, assieme alle mani, espressione del duro lavoro dei proletari.

È lei stessa ad affermare, in occasione della sua prima mostra personale:

“Ogni volta che si usano le parole arte a artista in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sgradevole sensazione dovuta al cattivo impegno che si fa di questi termini. Mi considero una fotografa e nient’altro. Se le mie fotografie si differenziano da quelle generalmente prodotte si deve al fatto che io cerco di realizzare non dell’arte ma soltanto delle buone fotografie, senza ricorrere a manipolazioni o artefizi di sorta. Mentre la maggior parte dei fotografi continua a cercare effetti artistici o imita gli strumenti che appartengono all’espressione grafica. Da ciò ne risulta un prodotto ibrido, che non distingue l’opera nella caratteristica più significativa che le compete: la qualità fotografica”.

La sua scelta di indipendenza la porta ad allontanarsi sempre di più dalla California in favore del Messico; la relazione con Weston finisce, ma resteranno sempre in contatto. Diventa la “fotografa ufficiale” dei muralisti messicani come Orozco e Rivera, quest’ultimo la ritrarrà nuda effige della Terra Vergine presso la Scuola dell’Agricoltura a Chapingo e impegnata nella distribuzione delle armi, in un murales, presso il ministero dell’educazione a città del Messico.

Il suo impegno culmina con l’iscrizione al partito comunista e con la collaborazione con El Machete (storica testata espressione di artisti e scrittori rivoluzionari e organo ufficiale del partito), per cui realizza, tra le tante, l’immagine (costruita) del giovane che legge e dei contadini, anch’essi immersi nella lettura del quotidiano, immagini con intento pedagogico, che descrivono una classe operaia colta e consapevole, dove la cura compositiva e la passione si fondono. La scelta estetica è quella di socializzare la creatività e distruggere l’individualismo borghese, perché la sua fotografia, ora più che mai, diventa ideologia, asserzione soggettiva; alle volte il messaggio può apparire naif ma è coerente con la spontaneità del popolo messicano, che sa raccontare come nessun altro, prendendo coraggiosamente le distanze dal pittorialismo dei colleghi uomini.

In quegli anni Tina realizza anche moltissimi ritratti, fotografie di artisti, attori, intellettuali che le garantiscono qualche necessario guadagno e, seppure queste opere siano realizzate al solo scopo di sostentarsi, non perde la grazia dello sguardo e l’acume dell’occhio: delicato con i deboli e spietato coi forti; come nei confronti dell’amica e critica Anita Brenner, con cui ha un rapporto ambivalente, che ritrae di profilo accentuandone il naso aquilino, o dal basso sottolineandone le gambe gonfie.

La sua prima personale viene inaugurata il 3 dicembre 1929 presso la Biblioteca Nazionale di Città del Messico, l’allestimento di Palazzo Roverella comprende circa 30 delle 50 opere esposte, scatti che rappresentano il suo manifesto artistico, un universo che oscilla tra geometria formale e passione politica: due mondi apparentemente inconciliabili che qui convergono. Nella foto per la stampa Tina viene ripresa di fronte all’allestimento, ma copre volutamente una foto: quella di Antonio Mella che era stato suo compagno per un brevissimo periodo, assassinato con due colpi di pistola all’uscita della redazione di El Machete. La foto lo ritrae da morto, lei sembra volerlo coprire per pudore, mentre in cima all’allestimento svetta un suo bel profilo in vita, come se fosse il nume tutelare della sua intera opera.

Nel 1930, quando oramai la militanza di Tina è conclamata, viene ingiustamente accusata di aver partecipato all’attentato al presidente del Messico, fugge quindi in Germania. A Berlino svolge il meticoloso lavoro di archivista per la propaganda del partito comunista e intraprende frequenti viaggi in Polonia, Ungheria, Romania per il pronto soccorso. Questo lavoro ripetitivo e soffocante ha il potere di annichilire la sua vena creativa.

Si trasferirà poi a Parigi e in Spagna per partecipare alla guerra civile, in questi anni il suo compagno è Vittorio Vidali, un agente del comunismo internazionale con una sfilza di nomi inventati e altrettanti passaporti.

Sono gli anni in cui abbandonerà definitivamente la fotografia. Il lavoro della militante non si sposa con la libertà creativa e il passaggio alla Leica, necessario per la praticità e i continui spostamenti, non sarà felice per l’arte di Tina, i pochi scatti caratterizzati da un lieve slancio grottesco, sono lontani dalla forza di quelli messicani.

Muore in un taxi, in una notte di inizio gennaio del ’42, di ritorno da una cena, le cause restano sconosciute, si parla di un attacco cardiaco. Non viene svolta alcuna autopsia, ma per le delicate condizioni politiche dell’epoca, Tina Modotti è soltanto un personaggio scomodo da eliminare.

Muore a 45 anni, ancora giovane ma invecchiata anzitempo. Tina, in pochissimi anni di attività, dal ’23 al ’30, sviluppa un linguaggio eclettico e complesso, composto da immagini nitide e precise, da cui emerge  un’apparente semplicità compositiva capace di veicolare un messaggio diretto e appassionato giocato sull’ellissi e non sull’accumulo. Tina Modotti, è evidente scorrendo le opere esposte, ha segnato la storia della fotografia in maniera molto più profonda di molti suoi  colleghi maschi: uno su tutti il compagno e maestro Edward Weston.

Grazia Deledda a Cervia

Se fosse Grazia...

“Io invece sono in due persone. Una è Grazia Deledda che si è educata da sé, che vive con la testa fra le nuvole azzurre e che è gentile con tutti coloro che si contentano di conoscerla superficialmente. L’altra è Grazietta, piccola, caparbia e selvaggia come tutti i suoi parenti, che fa tutto a modo suo che soprattutto non soffre più l’ironia quando si parla delle sue passioni.”
Se fosse il personaggio femminile di uno dei suoi romanzi, Graziedda sarebbe Nina, giovane sposa in viaggio di nozze, infarcita di ideali romantici, ne “Il paese del vento”. Dopo l’incipit, quasi stucchevole, accade un fatto che scatena nella protagonista un senso di repulsione per il marito e per la loro casa di villeggiatura: “effetto del vento erano lo scompiglio e il mormorio ostile coi quali ci accolsero i salici e i pioppi intorno alla casetta, che vi si rifugiava in mezzo grigia, chiusa; e mi parve, anche essa, inospitale e quasi arcigna.”
Nina incontra Gabriele, un amore di gioventù, in cui alcuni riconoscono Stanis Manca, amore non ricambiato di una giovanissima Deledda. Lui, malato di tisi e oramai in fin di vita, mette in crisi il matrimonio. Da qui Il romanzo procede tumultuoso sotto i cieli stellati e gli arenili della bella e ventosa Cervia. Ecco svelata la meta del viaggio di nozze: Cervia che in queste pagine diventa ambientazione letteraria, e assume i connotati di un luogo peccaminoso e sensuale.
“il sole tutto nostro, il cielo, il mare e la terra creati solo per noi: coppie di farfalle d’oro venivano dalla brughiera e ci seguivano come attirate da un comune effluvio d’amore.”
Così si susseguono immagini vibranti di una terra che, come in tutta l’opera narrativa “deleddiana”, partecipa dei tormenti dei suoi abitanti.
Nel 1919 Grazia, quella giudiziosa, scrive all’amico “principiante” Marino Moretti:
“Vorrei conoscere l’Adriatico, vorrei una casa da quelle parti”. Un anno dopo riesce ad abbandonare l’affollata Viareggio per stabilire le sue lunghe vacanze estive – da giugno a settembre – nella ridente Cervia.
Era stato un collega di Palmiro, suo marito, a descriverle per la prima volta la città, sempre lui aveva consigliato alla scrittrice di appoggiarsi a Lina Sacchetti, maestra cervese.
Ai nostri occhi, inquinati dalle spiagge caraibiche della Sardegna, riesce difficile immaginare che la scelta di una sarda, in materia di vacanze, possa orientarsi sulla Romagna. Ma oggi per ritrovare quella Cervia, ultima tra tutte a organizzarsi come stazione balneare, bisogna lavorare di fantasia:
“La spiaggia è in pendio, con una sabbia finissima e mobile, che il vento ammucchia in vere dune. Bisogna parecchio faticare per raggiungere la striscia solida lambita dalle onde chiare come acqua di fiume. Eccoci, tra mare e terra; fiorito di vele rosse il primo, l’altra di croco e ranuncoli. Dopo la zona dorata dell’arenile, si vedevano spesso gruppi di alberi, quasi tutti pioppi e platani, e in mezzo a essi piccole graziose ville con finestre chiuse. Nella spiaggia si notavano solo le impronte di piccole zampe di uccelli che pareva fossero scesi a bagnarsi al mare, ogni tanto io mi piegavo a raccogliere qualche conchiglia che pareva un fiorellino pietrificato.”
La sarda per raggiungere la Romagna impiega dodici ore di treno e tre cambi. Vive a Roma oramai da vent’anni e una vacanza in Sardegna le pare inconcepibile. Tant’è vero che del suo luogo d’origine lascerà testimonianze desolate di terre aride chiuse tra i monti, impestate dalla grettezza delle persone: piccoli proprietari terrieri, pastori, servi, braccianti, banditi che si danno alla macchia in seguito a disastri economici e delitti d’onore.
George Perec catalogava gli elementi del paesaggio, nel tentativo di far sopravvivere qualcosa che è destinato a mutare. I luoghi cambiano, lo sapeva Grazia, lo sanno bene gli scrittori che, a volte, scrivono per strappare qualche briciola al vuoto.
A questo punto sgombriamo lo sguardo dalle file di ombrelloni, togliamo i pedalò, dimentichiamo i racchettoni, le motonavi, ripopoliamo qualche ettaro di pini marittimi e scopriamo la bella e ventosa Cervia del 1920, il paese di Bengodi con la sabbia dorata e gentile, l’acqua trasparente, la vegetazione che arriva fino all’arenile, i pioppi, i salici, la pineta dantesca, le barche con le vele rattoppate, schierate lungo il molo, i pescatori scalzi che riempiono le ceste di sogliole, cefali, triglie e gamberi, ceste luccicanti, messe all’asta in mezzo a una calca di uomini e donne che si slanciano in punta di piedi per adocchiare il pezzo migliore. Così appare Cervia al maestro in pensione nel romanzo “Fuga in Egitto”. Rimane subito colpito dalla stazione col tetto rosso e dal fascino esotico del viale erboso slanciato verso la città. A lui, che viene dalla Sardegna, balena l’idea di essere approdato in un luogo selvaggio. Nota l’immobilità delle vigne, i cespugli, le file di pioppi, il mare in lontananza e un cielo chiaro “di una tristezza indicibile”.
E poi il centro cittadino:
“una piccola piazza selciata di sassolini di spiaggia, con a destra la chiesa e a sinistra il palazzo nero del comune, nel mezzo una fontana senz’acqua e sopra un quadrato di cielo simmetrico e intenso come un soffitto turchino.”
E ancora il mare:
“la spiaggia era completamente deserta… verso la palizzata del molo che appariva come un ponte tra la terra e il mare… a destra dove la linea delle sabbie finisce in uno svaporare azzurro che pare che si perda nella lontana montagna all’orizzonte… una dopo l’altra furono schierate lungo il molo con le vele fiammeggianti… come tatuate di mille rattoppi.”

Se fosse il personaggio maschile di uno dei suoi romanzi, Grazia, la più botanica degli scrittori, la prima donna italiana ad avventurarsi nelle montagne sarde con una guida del Touring, chissà quale sarebbe, di certo nessuno di quelli fragili e irrisolti nascosti tra le pagine suoi romanzi. La piccola sarda, pallida, bruna, un po’ spagnola, un po’ araba, un po’ latina, la donna che riesce a rimanere seduta immobile, in silenzio, per ore, giorni; la stessa che si toglierà quattro anni dai risvolti di copertina e si aggiungerà sei centimetri, per poi affermare, con falsa ironia, di essere alta solo sei palmi e qualche centimetro, sa bene dove vuole arrivare ed è perfettamente conscia dei propri mezzi. Giovanissima, nel 1890, scrive:
“Avrò fra poco vent’anni, a trenta voglio aver raggiunto il mio scopo radioso, qual è quello di creare da me sola una letteratura completamente ed esclusivamente sarda.”
Grazia attingeva alla quotidianità e regalava alle case e alle persone una sorta di immortalità non sempre desiderata, come nel caso della famiglia Nieddu di Galtellì, in Sardegna, ovvero le Pintor di “Canne al vento”. Il paese arrivò a odiarla per aver gettato il disonore su una famiglia tanto rispettabile. Il destino di Cervia fu inverso, il paese e i suoi abitanti, molti dei quali, come Trucolo (stagnaro stralunato protagonista di storie dal sapore rarefatto), si sentirono onorati di essere rappresentati nelle sue novelle, fino a riconoscerle la cittadinanza onoraria subito dopo il conferimento del Nobel.
Nelle sue quindici estati cervesi Grazia assiste alla metamorfosi di un villaggio di pescatori in stazione balneare. Gli spazi sono fragili, cambiano, come il primo stabilimento: un edificio mobile, che viene montato e poi smontato alla fine ogni estate. Siamo solo nel 1882. Molto più tardi, nei suoi soggiorni, invece, lei disporrà di un capanno sul mare tutto suo, alla cui ombra siederà ogni giorno, con una mano sulla borsa di paglia, i grandi capelli bianchi raccolti e gli occhi neri fermi a osservare i riflessi sull’acqua. Il capanno verrà costruito all’inizio della stagione e quando sarà il momento di tornare ci penserà il mare, con la prima mareggiata, a smontare gli assi.
Passate le prime estati di quiete, Grazia lamenterà delusa l’avvento del turismo, lo spazio selvaggio della sua Cervia verrà addomesticato da un’umanità mondana e rumorosa, radunata attorno al lussuoso Grand Hotel.
La prima casa, Villa Igea, la procura Lina Sacchetti, che diventerà una buona amica, è sul molo, diventa subito ambientazione letteraria, è la casa di Antonio, figlio presso il quale si trasferisce Giuseppe, maestro in pensione nel romanzo “Fuga in Egitto”:
“due grandi terrazze a colonnine si sporgevano sulla facciata della villa e sotto quella del primo piano un piccolo portico, col pavimento stuccato e le colonne rivestite di rose rampicanti, circondava il portoncino d’ingresso.”
In seguito si stabilisce sulla litoranea vicino a viale Dei Mille, per poi approdare definitivamente alla “Caravella”, su viale Cristoforo Colombo, una “piccola casa che ha le ali in mare”, acquistata, si dice, coi proventi del Nobel:
“una casetta color biscotto, con le persiane di menta glaciale verde, che pare sbocciata dalla sabbia per l’opera magica di una fata e per la mia esclusiva consolazione.”
Diventa quest’ultima il luogo letterario prediletto delle narrazioni ambientate a Cervia, di volta in volta è la casa del viaggio di nozze, il posto in cui ritrovare il figlio dopo aver abbandonato il paese natio, luogo dell’incontro segreto con un amante, una nuova casa per cambiare vita, un nuovo inizio.
All’epoca, attraversando il vialetto erboso, si vedeva il mare, ora c’è una fila di edifici di cemento tra la casetta, unica cosa rimasta immutata, e la litoranea, le vigne e le tamerici sono svanite e quella strada ora, così tanto diversa, per ironia della sorte si chiama lungomare Grazia Deledda.
Marino Moretti diceva che il lido di Cervia, con i suoi pini e con i suoi venti, faceva salmastre le ultime storie di Grazia Deledda, Lina Sacchetti sosteneva che la produzione cervese della scrittrice toccasse l’animo dei personaggi, spogliandoli del superfluo.
Concordo con Lina, per quanto possa contare il mio parere. “Il segreto dell’uomo solitario”, “La vigna sul mare” e gli altri racconti e romanzi cervesi già citati, rappresentano una svolta nella produzione della scrittrice, che esce dal regionalismo sardo, si stacca definitivamente dai feuilleton, per iniziare a praticare una narrativa intimista, dove resta centrale il paesaggio, ma le storie sono scarnificate, ridotte a suggestioni; dove i silenzi, i conflitti interni e i ritratti di personaggi, hanno la meglio sulle trame. Immutabile, invece, è il rapporto tra il vento e il destino umano, ma in Romagna, questo vento, si guadagna un nome: il garbino.
E adesso immaginiamo Grazia uscire dal suo studio, sullo sfondo s’intravede uno scrittoio in stile liberty e un divano austero dall’aspetto scomodo. I suoi piccoli sandali misura trentadue attraversano il salotto con le poltroncine in vimini, indossa un completo a pantaloni e sale sulla macchina di Isotta Gervasi alla volta di Cesenatico. Vanno a trovare l’amico Marino (Moretti) col quale nel 1913 era iniziato un fitto epistolario, interrotto da lei sin dai primi anni di villeggiatura in Romagna, perché oramai era venuto il tempo delle piccole confidenze orali. Panzini arriva in bicicletta da Bellaria con un seguito di fanciulle ridenti, li raggiunge Antonio Beltramelli, dinamico, ricco, mondano, viene dalle parti di Forlì, Antonio Baldini, arriva da Santarcangelo. Si radunano nel giardinetto oppure nelle “stanze leggiadre di mobili antichi e quadri moderni”, “le discussioni d’arte appanneranno i vetri”. Filippo De Pisis è lì ad attenderli, i quadri che dialogano con l’arredo del ‘600 sono i suoi. Graziedda non accenna mai a quello che sta scrivendo, non parla dei suoi progetti letterari, preferisce delle Janas, fate del folklore sardo, dei suoi primordi d’artista. Ribadisce scherzosamente la sua ignoranza, si è fermata alla quarta elementare, seppur ripetuta due volte, è madrelingua sarda, l’italiano l’ha imparato da sé. Discute con l’accademico Panzini, sono in disaccordo su Ungaretti che lei, divertita, dice di apprezzare. Il letterato, furibondo, dissente. Eppure sono tutti concordi nel ritenere lei, l’ignorante sarda, una scrittrice di razza, una mano felice. Diversi erano i giudizi lapidari, Pirandello e dell’Aleramo che la definiranno: una scrittrice per lettori di bocca buona.
Così, tra simposi di letterati, passeggiate solitarie, scrittura nel pomeriggio, lettere al figlio Sardus, passano le estati cervesi. E Palmiro, il funzionario governativo, amante della musica e dei ricevimenti, che posto avrà avuto?
Resta il tarlo legato alla parodia operata da Pirandello nel romanzo “Suo marito” che ritrae Giustino Boggiolo, marito della famosa Silvia Roncella, autrice del best seller La casa dei nani, come un arrampicatore sociale, interessato unicamente ad amministrare le fortune letterarie della moglie, inopportuno in società, ottuso, vanitoso. Eppure c’è lui a Roma accanto alla moglie Grazia nell’agosto del ‘36, gli altri sono tutti a Cervia, lei non vuole che si rovinino le vacanze, mentre muore.

Autoritratto di Cristina Campo

Mi pento di tutto quello che ho scritto

Sono nata a Bologna il 28 aprile del 1923 in una famiglia di scienziati e musicisti, mia madre era musicista (sorella dell’ortopedico Putti), mio padre compositore e insegnante al conservatorio. Ho passato l’infanzia in una casa nel parco dell’ospedale Rizzoli di Bologna, la mia era una famiglia colta e musicale. Non ho mai frequentato la scuola, sono stata educata a casa, perché sono nata con una malformazione cardiaca. Per tutta la vita ho convissuto con la malattia, sempre costretta al riposo ho letto di tutto, qualsiasi libro mi si dava da leggere, lo leggevo.
Avevo cinque anni che ci siamo trasferiti a Firenze, mio padre era stato incaricato della direzione del conservatorio Cherubini.
In quegli anni c’era la guerra e i bombardamenti. La mia prima amica è stata Anna Cavallotti, stavamo sempre assieme. Quando avevamo quindici anni si giocava a darsi dei nomi falsi, io ero Cristina. Anna è morta sotto i bombardamenti, il mio dolore fu immenso: una ferita che non si è mai più rimarginata. Da quei giorni il nome Cristina non mi ha mai più abbandonata, come ricordo di quei giochi e di quell’amicizia eterna.
Quando stavo a Firenze avevo già letto la bibbia, le fiabe europee e quelle delle “Mille e una notte”, oltre a tutti i classici in lingua originale. Le mie amicizie più profonde sono iniziate lì: Margherita Pieracci, Gianfranco e Piero Draghi. A Firenze ho iniziato a scrivere poesie, anche se, a eccezione del mio rapporto con Leone Traverso, ho vissuto sempre isolata rispetto all’ambiente culturale dell’epoca.
Il mio primo amore letterario è stato Hugo Von Hofmannsthal. A Firenze ho scoperto pure Simone Weil, è stato Gianfranco Draghi a portarmi “La pesantezza e la grazia”; allo stesso tempo iniziavo a leggere Emily Dickinson, da qui è partita la mia idea, un progetto che avrò a cuore per tutta la vita ma che non metterò mai in pratica: il libro delle ottanta poetesse, un’antologia di poesia di sole autrici donne, che propongo all’editore Casini, il manoscritto non l’ho mai portato a compimento, molte traduzioni sono mie, ero a buon punto ma poi mi sono persa.
Ho vissuto a Roma intorno agli anni ’60 e ’70, perché mio padre è diventato direttore del conservatorio di Santa Cecilia. Roma mi spaventava, ma lì ho conosciuto tutti gli intellettuali della mia epoca, pur non frequentando i salotti.
A Roma Bobi Bazlen mi ha portato dal professor Ernst Bernhard, foriero della dottrina junghiana in Italia, frequentato pure da Natalia Ginzburg e Amelia Rosselli, un uomo silenzioso, cechoviano, che mi ha liberata da una opprimente claustrofobia consigliandomi di leggere il “Libro di Giobbe”.
Diverse sono le traduzioni a cui ho lavorato. Sono uscite le mie traduzioni di Williams, John Donne, Simone Weil. Non ho mai smesso di tradurre, ho lavorato per molti anni al progetto pensato con Zolla, quello della traduzione dei mistici dell’occidente.
I miei sono morti a distanza di un anno l’uno dall’altra: tra il Natale del ’64 e il giugno del ’65. Dopo la loro morte sono andata a vivere nell’Aventino, perché io a quel punto non avevo più famiglia, stavo tra Sant’Anselmo e l’Aventino, andavo a seguire le liturgie latine e il Russicum.
A un certo punto sono arrivata a contestare il concilio vaticano II, in favore della liturgia classica, del rito in latino, perché ho sempre pensato che si dovesse partire dalle radici, e la caduta del latino nella liturgia per me è stato uno sfregio della bellezza. Penso ci sia una circolarità nei saperi e questa ha la sua base nella liturgia, o meglio in tutte le liturgie e queste vadano lasciate intatte.
La fiaba la associo al misticismo.
Belinda sostituisce il padre come ostaggio presso il mostro e resiste ai corteggiamenti del mostro stesso. Resistendo, resta di lei l’anima nuda che arriva a comprendere il bene del mostro e alla fine lo vuole così com’è: lo accetta. “Lo sposerei brutto com’è”, dice verso la fine. A quel punto il trasformarsi del mostro in un uomo bellissimo è quel di più, che vien dato a chi ha accettato il regno di Dio.
Belinda il mostro è per me la dimostrazione fiabesca del pensiero mistico.
L’amore per la liturgia l’ho sempre condiviso con Elemir Zolla che è stato il mio ultimo e più importante compagno.
Per tutta la vita ho avuto crisi cardiache e probabilmente morirò per una di queste, magari leggermente più minacciosa della altre, so che sarà lui ad assistermi, anche se negli ultimi anni abbiamo avuto diversi dissapori.
Se devo riassumere il mio pensiero: credo che la bellezza sia salvifica e questa idea mi ha accompagnata da tutta la vita. Di ogni parola inutile ci verrà chiesto conto, per questo mi pento di tutto quel che ho pubblicato. La scrittura per me è l’assoluto, l’equilibrio tra necessità e grazia.
Le mie letture, quasi esclusivamente poetiche, iniziano profane e diventano via via sempre più sacre. Del resto per me la poesia è la forma più alta.
Mi importa molto della poesia e ancora di più la fonte metafisica della poesia.
Poesia è l’arte di caricare ogni parola del suo massimo significato. La poesia è precisa, non può essere generica.
La perfezione è saper durare, è quiete, immobilità, chiarezza, impassibilità, la perfezione è una cosa che resta.
Ho sempre conversato coi morti più dei vivi, mi abituavo perché sapevo che avrei avuto vita breve. La mia preferita, con cui ho avuto lunghe chiacchierate, è stata Gaspara Stampa.
La parola per me è una cosa terribile, un filo elettrico scoperto, col verbo non si scherza, la parola scritta può far male, ma può anche dar adito a fraintendimenti, alle volte esser citati crea immagini diverse da sé, pensieri che non si erano pensati. La parola però può anche essere preziosa, può fare molta strada, possiamo dire immense sciocchezze di cui ci pentiremo oppure possiamo formare anime giovani. Ho sempre avuto una gran paura della parola, ma pure una grandissima fiducia nelle sue possibilità.
Per diverso tempo ho studiato le liturgie entrando in un mondo bellissimo, tutta l’arte, il mito, la fiaba vengono da lì. Sono bellissimi gli strumenti musicali liturgici, gli armeni hanno i cembali, i senegalesi hanno i tamburi e tutti questi strumenti servono per aprire i cinque i sensi, compresi i profumi. Si usano erbe che bollono per giorni e notti, candele e fiori, i sensi vengono portati via nello splendore del soprannaturale.
Non mi sono mai posta il problema per cui vivo, ma mi son sempre detta che è un miracolo, come quando me ne sto nell’acqua come un’alga, oppure quando guardo gli animali e il mare.
Che bello, e che cosa spaventosa essere stati creati! Ma la domanda più atroce è cosa devi fare dal momento che sei qui? La risposta sarebbe: scrivere, ma avendo questa grande responsabilità dovrei scrivere pochissimo solo per testimoniare la bellezza e poi amare alcune persone, potendo moltissime. Eppure ci sono cose che si sa di non riuscire ad amare, le cose che sono veramente brutte per progetto. Ci sono quartieri di Roma che danno testimonianza di menti alterate, edifici fatti a casaccio, pensati da una mente sconvolta.
Quella in cui viviamo non ha più niente dei caratteri della civiltà, che è una cosa che si trasmette con amore, questa sottospecie di civiltà invece dovrebbe essere distrutta con furore. Non credo nell’educazione di tutti, ma nel lavoro su se stessi. Il cosmo si modifica a ogni modificazione interna. Come mai un paese schiacciato come la Russia ha così tanti poeti? Io sento che le cose si svolgono su un altro piano dove ci sono giocatori che non vediamo, le cose si svolgono sull’invisibile. Bisogna ricordare che abbiamo un’anima e un’anima può tutto.
Ora che ho compiuto cent’anni posso dire che ho scritto poco ma avrei voluto scrivere ancora meno.
Più di tutto mi spiace aver pubblicato; ho scritto molti inediti e, se stessi per morire, li butterei via per paura di un’edizione postuma.
Ma purtroppo i miei manoscritti sono stati trovati, quasi tutto è stato dato alle stampe.

 

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Io non sono un’artista

l'esperienza umana di Letizia Battaglia

Letizia Battaglia non è un’artista, è una fotografa di denuncia; della fotografia ama il potere legato alla testimonianza e allo svelamento. Letizia è un’attivista, ci tiene a precisarlo nel suo memoir “Mi prendo il mondo”, uscito nel 2020, dove si racconta, e dove la narrazione di sé diventa storia sociale, di lotta. La sua però è anche la storia delle donne tutte, della loro emancipazione.

Eppure i suoi scatti non sono privi di una certa estetizzazione dell’immagine, perché malgrado la fretta (talvolta) e le imprecisioni tecniche, c’è sempre un’attenzione alla composizione e agli aspetti metanarrativi che elevano e complicano il livello di lettura dell’opera.

Letizia Battaglia inizia la sua carriera di fotografa a quarant’anni, prima ha fatto quello che normalmente spetta alle donne: la moglie e la madre.

Passa l’infanzia a Trieste, sotto i bombardamenti, dove il padre aveva traferito la famiglia perché aveva trovato impiego nelle navi da crociera. A Trieste Letizia sperimenta la libertà. Dopo la guerra tornano a Palermo, e il legame con questa città non si spezzerà mai, diventando qualcosa di viscerale, innato e necessario, oltre che doloroso e conflittuale, ma comunque indissolubile. Durante la sua vita si sposterà spesso ma a Palermo tornerà sempre.

Il suo primo matrimonio avviene a 16 anni, addirittura a seguito di una “fuitina”. Sposa un uomo che la vuole tenere a casa, che non vuole che studi, che sia indipendente e a 19 anni hanno già due figlie. Dopo qualche anno di questa vita Letizia sprofonda nella depressione e, dopo un percorso di psicanalisi – fatto decisamente insolito per quegli anni –, riesce a prendere il coraggio di lasciare il marito per mettersi col fotoreporter Santi Caleca. Nel 1970 divorzia e si mette col giovane fotografo palermitano, lui ha dieci anni in meno.

Il divorzio per lei è anche la rinascita. Già nel 1969 si era presentata a “L’Ora” di Palermo e aveva chiesto di poter collaborare: prima come giornalista (anche Santi collaborava con il giornale), poi come fotografa. Nel ’69 scatta la prima foto, un giorno d’estate in cui tutti i giornalisti sono in vacanza, si fa prestare una Leica e gira per le strade di Palermo. Fotografa Enza Montoro, una prostituta dalle bellissime mani bianche, a casa sua; aveva la fama di essere amante dei mafiosi, le avevano ammazzato una collega. Letizia s’innamora subito di questa donna devastata.

Sul finire dell’estate arriva tra le sue mani una piccola Minolta che cambia la sua vita. Però, al rientro dei giornalisti, al giornale non c’è più posto per lei, allora con Santi si sposta a Milano per mandare a “L’Ora” pezzi riguardanti siciliani famosi. In seguito inizia a collaborare con “Le Ore”, giornale erotico a cui collaboravano già molti intellettuali, e in seguito per varie riviste. A Milano e si è sentita a casa, indipendente dall’ex marito, autonoma economicamente.

Nel 1972 fotografa Pasolini, al Circolo Turati, le foto le regalerà al centro studi di Casarsa.

Nel 1974, subito dopo lo stupro, fotografa Franca Rame alla palazzina liberty. Poi torna a Palermo e da lì si sviluppa la sua poetica. Con Santi mette in piedi un’agenzia fotografica, ma lui abbandona presto l’impegno e lei si ritrova sola nel periodo più cupo e violento della storia della città: l’arrivo dei corleonesi e l’inizio di una vera e propria guerra civile.

 

Verso la fine degli anni ’80 viene licenziata dal giornale che attraversava una grave crisi, da lì a poco avrebbe chiuso.

Poco dopo inizia la sua storia con Franco Zecchin, più giovane di lei di  diciotto anni, mentre Letizia, a quarant’anni, è già nonna. Stanno insieme fino a dopo le stragi e il periodo del loro sodalizio è il più caldo. Si recano nei luoghi del delitto a scattare fotografie e la macchina è la loro arma. Fotografano, dal primo all’ultimo, i morti ammazzati da cosa nostra, si trovano in un vero e proprio scenario di guerra ma, trattandosi di guerra mafiosa, le loro fotografie riprendono il fatto quando è già avvenuto. Letizia, in quanto donna, viene spesso bloccata, allontanata dalla scenda del crimine, addirittura presa a calci, è un agente di polizia a spianarle la strada, poi caduto pure lui nelle mani della mafia. Il suo modo di fotografare è diretto, senza sotterfugi, vuole che il soggetto, se è vivo, la possa vedere, se è morto lo tratta con rispetto e delicatezza, pur non risparmiando nulla alla tragicità dell’evento. Il suo modo di fotografare è forse impreciso, non tiene conto dell’esposizione, dell’apertura del diaframma, con l’esposimetro in mano è impacciata, la sua fotografia è solo istinto e, come diceva Cartier Bresson, è a la sauvette: fatta in un secondo per cogliere il momento rivelatore, la sua fotografia contiene la vita che scorre.

Tra le tante foto, scatta quella di Andreotti con il mafioso Nico Salvo; è il 7 giugno del 1979 sono all’hotel Zagarella di Palermo, in occasione di una festa in onore di Andreotti, questa fotografia ha rivelato i contatti di Andreotti con la mafia, i negativi sono stati sequestrati dalla polizia e mai più restituiti, a Letizia resteranno solo alcune stampe.

Con Zecchin entra nella Real Casa dei Matti di Palermo, presso la quale scatta foto con grande riservatezza e rispetto, per aprire l’ospedale alla città. Nel 1985 riceve il premio Eugene Smith a New York, il più importante premio per la fotografia sociale, e succede che viene celebrata prima all’estero che in Italia.

A Palermo si impegna anche in politica, con Leoluca Orlando, ma ben presto capisce che questo impegno implica moltissime frustrazioni.

Le stragi di Capaci e via D’Amelio sono le sue foto mancate, quelle che bruciano di più e per le quali si colpevolizzerà per tutta la vita. Dopo Capaci si reca in ospedale sperando di trovare Falcone ancora  vivo e invece è già morto, mentre di fronte a via D’Amelio resta paralizzata. Dopo il 1992 cambia tutto, è la sconfitta, finisce anche la storia con Franco. Nel 1994 iniziano i viaggi, deve metabolizzare il fallimento delle lotte antimafia, inizia a fare fotografie di viaggi e donne nude in pose naturali, ha bisogno di bello, deve rompere il legame con il sangue e il dolore. Negli anni 2000, tornando a Palermo, come a voler esorcizzare il passato, nasce l’idea di sovrapporre alle immagini drammatiche di morti ammazzati quelle più recenti di donne nude. Nascono così le sue rielaborazioni.

I suoi maestri sono Gabriele Basilico, Mary Ellen Mark, Diane Arbus, Joseph Koudelka, attraverso il loro lavoro ha compreso e messo a punto la sua idea di fotografia. Sembrano distanti, apparentemente, gli uni dagli altri, eppure, guardando questi maestri, trovo molto dello spirito di Letizia Battaglia, anzi sembra che in lei abiti una sintesi tra queste distinte anime.

Ho incontrato Letizia Battaglia (purtroppo mai di persona) attraverso due mostre: quella curata da Francesca Alfano Miglietti a Palazzo Reale (Milano 2019) e quella più recente (2023) alle Terme di Caracalla di Roma. L’una documentata, attenta dal punto di vista storiografico, precisa; l’altra emotiva, visivamente folgorante, e di grande impatto. Penso che non ci sia un modo giusto di raccontarla e penso che Letizia sia tutte e due le cose: fotografa per caso e artista. Si trova a fare questo mestiere da un giorno all’altro, ma la macchina fotografica non la abbandona mai più. Pur sentendosi per tutta la vita principiante, pur ammettendo di non conoscere la tecnica, asseconda il suo istinto che invece ha qualcosa di soprannaturale e incarna l’essenza dell’arte.

Ritratto di Irene Brin

Voglio fare un viaggio

Vita straordinaria di Irene Brin

Non si piaceva, o meglio non si vedeva, certe volte si giudicava bruttissima, per questo motivo, forse, si mascherava.

Il solo ritratto che le piacesse gliel’aveva fatto Avedon: una figura a mezzo busto con le spalle nude e la faccia mangiata dalla luce, aveva un’aria monumentale, per niente realistica, austera.

Si era fatta fare un ritratto da Campigli – mentre l’amica e “collega” Palma Bucarelli aveva scelto Carlo Levi – entrambi furono esposti a una mostra in via Frattina che raccoglieva ottanta ritratti di personaggi della mondanità romana, erano gli anni ’60 e loro due erano le donne più in vista di Roma, entrambe avevano compreso il grande potere dell’immagine.
In molti dicono che il quadro di Campigli fosse il ritratto che più le assomigliasse. È un dipinto dal sapore elegante e arcaico, nel tipico stile archeologico che caratterizza il pittore, dove Irene appare come una figura antica con le spalle ad anfora e la vita stretta, strettissima; ma è lo sguardo, liquido e trasognato, a catturare l’attenzione, lo sguardo di Irene era soltanto miope e forse quella era l’interpretazione più poetica che se ne potesse dare. Si ostinava a costringere i suoi occhi a sforzi continui, obbligandosi a guardare in basso per non cadere e scambiando le persone sottoponendole, perciò, a continue frustrazioni.

Odiava l’idea di portare gli occhiali, per questo sposava le teorie di Huxley, suggeritore del metodo di Bates, per cui sotto le due diottrie nessuno fosse autorizzato a portare le lenti; dalle tre diottrie in giù riteneva sufficiente fare ginnastica e un poco di attenzione, così per la maggior parte del tempo strizzava le palpebre, quando non cedeva a occhiali eccentrici con strass lustrini e forme bizzarre. Finalmente, quando queste furono disponibili, si convertì alle lenti a contatto, si dice fosse la prima donna in Italia a portarle, ma Irene era sempre un passo avanti.
Irene? Già questo era uno dei suoi tanti nome de plume, il principale. Il suo vero nome era Maria Vittoria Rossi, ma in famiglia la chiamavano Mariù.
Vicenda complessa quella dei suoi tanti pseudonimi.
Affermerà in età adulta:
“Io non mi chiamo né Irene né Brin, anche se così figuro in contratti, elenchi telefonici, discorsi familiari. Sono nomi inventati da Longanesi. Io sono un’invenzione di Longanesi…”
Il suo esordio per “Omnibus” era stato con un articolo dal titolo “Sera al Florida” inviato prima a Longanesi, il quale aveva risposto con un telegramma:
“articolo bellissimo, trovato nome…” E così nasce Irene Brin, siamo nel 1938, Maria Vittoria ha 27 anni, ma prima era stata: Marlene (con cui esordisce come giornalista per non esporre il padre ufficiale), Giorgiana e Morella (alter ego che con lei condivide la miopia), poi Oriane (come la duchessa dei Guermantes), Maria Del Corso, Madame d’O e tanti altri fino ad arrivare a Contessa Clara, firma della corrispondenza coi lettori della “Settimana Incom”, vero e proprio alter ego di Irene, dispensatrice di consigli di buon vivere e buone maniere, redattrice di un manuale di Galeteo. Per la Contessa, Irene s’inventò una vera e propria biografia: una vecchissima nobildonna mitteleuropea, perciò testimone della Storia.
Ma non le piaceva solo cambiar nome, le piaceva travestirsi, cambiare colore di capelli, pure la corporatura variava: ingrassava e dimagriva continuamente. Tendeva a Ingrassare, per cui era sempre a dieta, volendosi vedere solo magrissima. Tra tutti i piaceri aveva rinunciato a quello del cibo. Mangiava pochissimo: il suo pranzo poteva essere un bicchiere di champagne e un cucchiaio di risotto, magari al blu di metilene, per aggiungere un tocco di colore bizzarro e insolito, ma anche per le sue proprietà riducenti nel peso corporeo. Inoltre, una volta l’anno si faceva fare una puntura per accelerare il metabolismo.
Credeva fermamente nella ginnastica, tanto che tra i suoi consigli c’erano pure esercizi da fare a casa.
Si trasformava lasciando intatte quelle due o tre caratteristiche che la contraddistinguevano: non portava mai scarpe chiuse, ma sandali aperti sul davanti, con il tallone scoperto, una sorta di pantofole coi tacchi alti che le davano un’andatura traballante e aggraziata, portava calze sottili anche d’inverno e prediligeva abiti dai colori chiari di seta e chiffon. Difficilmente usciva senza cappello. Si dice che la sua collaborazione con “Harper’s Bazar” sia iniziata quando Diane Vreeland, futura capo redattrice di Vogue, incontrandola in giro per New York, le ha chiesto dove avesse acquistato il cappello e il tailleur che indossava.
Giornalista, scrittrice, traduttrice, gallerista, maestra di buon vivere e di buone maniere, viaggiatrice, instancabile lo era sicuramente, ipersensibile pure, alla continua ricerca di sé, sempre tesa a un miglioramento personale di sicuro; ma felice chi può dirlo?
Del resto nessuno sano di mente si definirebbe tale.
Di sicuro sapeva riempirsi la vita di tutte le occupazioni che amava e se questa non è felicità, ci si avvicina con un certo grado di approssimazione. Aveva molte conoscenze e qualche buona amicizia, come quelle con Indro Montanelli e Lucia Rodocanachi. Fu amicizia pure quella con Gasparo del Corso, il loro matrimonio fu, più che altro, una particolare e profonda amicizia. Si erano conosciuti al Gran ballo della Cavalleria (lui era ufficiale), lei era andata per volere della madre – di cui alcuni dicevano fosse un clone – che non mancava alcuna occasione mondana in cui mostrare la figlia. Quella sera Irene indossava un abito chiaro di lustrini foderato di rosso, Gasparo ne era rimasto subito colpito. Pochi e brevi incontri avevano preceduto il matrimonio. Si sposano nel 1937, rimanendo assieme tutta la vita: più complici, o meglio soci, che amanti. Per molti anni lui, obbligato a frequenti missioni militari, è un marito fantasma. La loro unione viene spesso definita anticonvenzionale, lui è omosessuale, lei lo scopre presto, ma questo non incrina un sodalizio che, negli anni della galleria della Margherita prima, e dell’Obelisco poi, diventa via via principalmente professionale. Lei, per allontanare le voci, aveva usato la sua arma più affilata: la penna. Scriveva articoli sull’importanza del matrimonio per la donna, quando avevano aperto la galleria aveva riservato a Gaspero un ruolo di primo piano, infine in un articolo autobiografico racconta di aborto che sarebbe avvenuto nel 1951, al terzo mese di gravidanza, di cui però non c’è alcuna prova. Scrive, in questo un pezzo, che aveva lasciato che tutti ignorassero la vicenda e non aveva fatto storie, sbrigando la faccenda come una formalità, come tutte le donne dovrebbero fare in certi casi. Insomma con la scusa di invitare le donne a comportarsi “da uomini” aveva mandato un messaggio sul suo matrimonio.
Educata a casa – si pensa per evitare la cultura fascista impartita nella scuola dopo la marcia su Roma – dalla madre, donna coltissima di origini ebraiche, leggeva un libro al giorno e parlava fluentemente quattro lingue. Leggeva e rileggeva Proust, Musil, la memorialistica francese del 700; era colta insomma, eppure la sua carriera inizia parlando di “cani schiacciati”, come venivano chiamati nel gergo all’epoca gli articoli di costume, argomento che nessuno, per snobismo, voleva trattare. Non che Irene non fosse snob, lo era eccome, infatti aveva accettato di parlare di “cani schiacciati” per avere la libertà di usare la sua lingua dotta, condita con citazioni colte e ironia pungente, erano questi gli ingredienti delle sue “brinate”, brevi stoccate di costume che raccontano una società e un mondo oramai estinto.
Collaborò con moltissimi quotidiani: “Il Lavoro” di Genova, “Il tempo”, “Il Popolo d’Italia”, “Il Fronte” e “Il Giornale del soldato”, “La Stampa”, “Il Messaggero”, “Il Mattino”, “Il Giornale d’Italia”, “Il corriere d’informazione”, “Il corriere della sera”, e riviste e settimanali come “Omnibus”, “L’Europeo”, “Harper’s bazar”, distinguendosi per l’osservazione acuta dei fenomeni di costume e l’approccio colto, irriverente, ironico e coraggioso.
Ha scritto anche alcuni volumi tra cui Olga e Belgrado (1943) Usi e Costumi (1944) Le visite (1944) e il romanzo incompleto e pubblicato postumo Le perle di Jutta.
Con la firma di Contessa Clara (1959) che certe volte compariva assieme a quella di Irene Brin, nello stesso che numero dei quotidiani, ha scritto Il Galateo (1959) e I segreti del successo (1954).

Tutto questo l’ha fatto senza aver mai avuto una scrivania.

C’è una foto che la ritrae seduta a letto con le gambe stese sotto le coperte, appoggiata a una pesante testiera ornata da colonne tortili, ingioiellata, in sottoveste coi capelli raccolti fintamente scomposti, il rossetto rosso e la posa da diva, dietro a una macchina da scrivere appoggiata su un tavolino da colazione.

Sapeva, più di tutto, di dover apparire, inoltre capiva la necessità di viaggiare. Compì decine d viaggi all’estero ogni anno per raccontare sfilate, mostre, cinema, teatro, portò l’Italia all’estero, è inventrice del made in Italy. Chiamata a ricoprire il ruolo di Rome Editor di “Harper’s Bazar” ha fatto conoscere e apprezzare lo stile italiano oltreoceano.
Forse per il suo doppio ruolo di gallerista presso la galleria dell’Obelisco, da lei fondata assieme al marito, e giornalista di moda e costume, intuisce per prima il connubio arte e moda facendo frequenti servizi fotografici con le modelle in posa di fronte alle opere in galleria, e organizzando sfilate presso importanti musei pubblici.
Verso la fine degli anni ’50 non c’è sfilata di moda che inizi senza di lei. Erano tre le editors di “Harper’s Bazar”, assieme a lei c’erano Carmel Snow e Nancy White. Irene indossava un cappello a tese large, spesso di Chanel, Fabiani o Simonetta. Restava a testa bassa per lungo tempo, ispezionando con sguardo miope il pavimento per non cadere, poi sollevava la testa e alzava il dito, le due accanto iniziavano a scrivere e con loro tutta la stampa americana, quel dito era il là della moda, da lì poteva cominciare tutto.
Odiava gli occhiali, la sciatteria, la cialtroneria, farsi fotografare, l’ignoranza, l’inattività. Non stava mani senza far nulla, se a letto scriveva, nella vasca da bagno leggeva. Amava muoversi e viaggiare. Infatti, chiamata dall’editore Immordino (1967) a scegliere un anno particolare della sua vita per raccontarlo in un saggio, collana che avrebbe dovuto raccogliere varie firme del giornalismo ma che poi naufragò, lei scelse il 1952, sicuramente l’anno più frenetico della sua vita.
In quell’anno è da poco Editor di “Harper’s Bazar” di cui racconta il frenetico lavoro di redazione e i viaggi che compie. A New York incontra Elena Rubinstein, in quell’anno espone la prima personale di Alberto Burri alla Galleria de L’Obelisco con “Neri e Muffe”, che risulta un flop, inoltre organizza la prima – celebratissima – sfilata di moda nella Sala Bianca di Palazzo Pitti. Sempre quell’anno si trova a passeggiare per Roma con Jean Genet, incontra Salvador Dalì in piazza Barberini, va a curiosare nei backstage dei concorsi di bellezza, dove trova una giovanissima Sofia Loren; e poi il dietro le quinte di Vacanze Romane, girato proprio quell’anno a Roma. Il ’52 è anche l’anno dell’aborto, vero o presunto.
“Le unghie erano sempre corte a forza di scrivere a macchina. Ma ora avevo imparato a fare tante cose. Ed improvvisamente la mia vita, così strettamente mescolata all’esplosione italiana, mi sembrò calda e umana. Valeva la pena viverla” scrive.
E dopo una vita così piena, nel ’68 un intervento chirurgico la costringe a interrompere tutto, soprattutto le sfilate. L’anno successivo è costretta a letto, l’unica attività che non cessa è la scrittura. Nel ’69 insiste per andare a Strasburgo a una mostra di Sergej Djagilev a cui aveva collaborato l’Obelisco; è un viaggio terribile, pieno di soste, lei è allo stremo. Arrivati a Sasso di Bordighera, nella casa di famiglia frequentata per le vacanze, muore in otto giorni, e mentre sta per morire parla di partire con un’amica americana: Virginia Campbell. Voglio fare un viaggio, dice e poi muore.