Autoritratto di Cristina Campo

Mi pento di tutto quello che ho scritto

Sono nata a Bologna il 28 aprile del 1923 in una famiglia di scienziati e musicisti, mia madre era musicista (sorella dell’ortopedico Putti), mio padre compositore e insegnante al conservatorio. Ho passato l’infanzia in una casa nel parco dell’ospedale Rizzoli di Bologna, la mia era una famiglia colta e musicale. Non ho mai frequentato la scuola, sono stata educata a casa, perché sono nata con una malformazione cardiaca. Per tutta la vita ho convissuto con la malattia, sempre costretta al riposo ho letto di tutto, qualsiasi libro mi si dava da leggere, lo leggevo.
Avevo cinque anni che ci siamo trasferiti a Firenze, mio padre era stato incaricato della direzione del conservatorio Cherubini.
In quegli anni c’era la guerra e i bombardamenti. La mia prima amica è stata Anna Cavallotti, stavamo sempre assieme. Quando avevamo quindici anni si giocava a darsi dei nomi falsi, io ero Cristina. Anna è morta sotto i bombardamenti, il mio dolore fu immenso: una ferita che non si è mai più rimarginata. Da quei giorni il nome Cristina non mi ha mai più abbandonata, come ricordo di quei giochi e di quell’amicizia eterna.
Quando stavo a Firenze avevo già letto la bibbia, le fiabe europee e quelle delle “Mille e una notte”, oltre a tutti i classici in lingua originale. Le mie amicizie più profonde sono iniziate lì: Margherita Pieracci, Gianfranco e Piero Draghi. A Firenze ho iniziato a scrivere poesie, anche se, a eccezione del mio rapporto con Leone Traverso, ho vissuto sempre isolata rispetto all’ambiente culturale dell’epoca.
Il mio primo amore letterario è stato Hugo Von Hofmannsthal. A Firenze ho scoperto pure Simone Weil, è stato Gianfranco Draghi a portarmi “La pesantezza e la grazia”; allo stesso tempo iniziavo a leggere Emily Dickinson, da qui è partita la mia idea, un progetto che avrò a cuore per tutta la vita ma che non metterò mai in pratica: il libro delle ottanta poetesse, un’antologia di poesia di sole autrici donne, che propongo all’editore Casini, il manoscritto non l’ho mai portato a compimento, molte traduzioni sono mie, ero a buon punto ma poi mi sono persa.
Ho vissuto a Roma intorno agli anni ’60 e ’70, perché mio padre è diventato direttore del conservatorio di Santa Cecilia. Roma mi spaventava, ma lì ho conosciuto tutti gli intellettuali della mia epoca, pur non frequentando i salotti.
A Roma Bobi Bazlen mi ha portato dal professor Ernst Bernhard, foriero della dottrina junghiana in Italia, frequentato pure da Natalia Ginzburg e Amelia Rosselli, un uomo silenzioso, cechoviano, che mi ha liberata da una opprimente claustrofobia consigliandomi di leggere il “Libro di Giobbe”.
Diverse sono le traduzioni a cui ho lavorato. Sono uscite le mie traduzioni di Williams, John Donne, Simone Weil. Non ho mai smesso di tradurre, ho lavorato per molti anni al progetto pensato con Zolla, quello della traduzione dei mistici dell’occidente.
I miei sono morti a distanza di un anno l’uno dall’altra: tra il Natale del ’64 e il giugno del ’65. Dopo la loro morte sono andata a vivere nell’Aventino, perché io a quel punto non avevo più famiglia, stavo tra Sant’Anselmo e l’Aventino, andavo a seguire le liturgie latine e il Russicum.
A un certo punto sono arrivata a contestare il concilio vaticano II, in favore della liturgia classica, del rito in latino, perché ho sempre pensato che si dovesse partire dalle radici, e la caduta del latino nella liturgia per me è stato uno sfregio della bellezza. Penso ci sia una circolarità nei saperi e questa ha la sua base nella liturgia, o meglio in tutte le liturgie e queste vadano lasciate intatte.
La fiaba la associo al misticismo.
Belinda sostituisce il padre come ostaggio presso il mostro e resiste ai corteggiamenti del mostro stesso. Resistendo, resta di lei l’anima nuda che arriva a comprendere il bene del mostro e alla fine lo vuole così com’è: lo accetta. “Lo sposerei brutto com’è”, dice verso la fine. A quel punto il trasformarsi del mostro in un uomo bellissimo è quel di più, che vien dato a chi ha accettato il regno di Dio.
Belinda il mostro è per me la dimostrazione fiabesca del pensiero mistico.
L’amore per la liturgia l’ho sempre condiviso con Elemir Zolla che è stato il mio ultimo e più importante compagno.
Per tutta la vita ho avuto crisi cardiache e probabilmente morirò per una di queste, magari leggermente più minacciosa della altre, so che sarà lui ad assistermi, anche se negli ultimi anni abbiamo avuto diversi dissapori.
Se devo riassumere il mio pensiero: credo che la bellezza sia salvifica e questa idea mi ha accompagnata da tutta la vita. Di ogni parola inutile ci verrà chiesto conto, per questo mi pento di tutto quel che ho pubblicato. La scrittura per me è l’assoluto, l’equilibrio tra necessità e grazia.
Le mie letture, quasi esclusivamente poetiche, iniziano profane e diventano via via sempre più sacre. Del resto per me la poesia è la forma più alta.
Mi importa molto della poesia e ancora di più la fonte metafisica della poesia.
Poesia è l’arte di caricare ogni parola del suo massimo significato. La poesia è precisa, non può essere generica.
La perfezione è saper durare, è quiete, immobilità, chiarezza, impassibilità, la perfezione è una cosa che resta.
Ho sempre conversato coi morti più dei vivi, mi abituavo perché sapevo che avrei avuto vita breve. La mia preferita, con cui ho avuto lunghe chiacchierate, è stata Gaspara Stampa.
La parola per me è una cosa terribile, un filo elettrico scoperto, col verbo non si scherza, la parola scritta può far male, ma può anche dar adito a fraintendimenti, alle volte esser citati crea immagini diverse da sé, pensieri che non si erano pensati. La parola però può anche essere preziosa, può fare molta strada, possiamo dire immense sciocchezze di cui ci pentiremo oppure possiamo formare anime giovani. Ho sempre avuto una gran paura della parola, ma pure una grandissima fiducia nelle sue possibilità.
Per diverso tempo ho studiato le liturgie entrando in un mondo bellissimo, tutta l’arte, il mito, la fiaba vengono da lì. Sono bellissimi gli strumenti musicali liturgici, gli armeni hanno i cembali, i senegalesi hanno i tamburi e tutti questi strumenti servono per aprire i cinque i sensi, compresi i profumi. Si usano erbe che bollono per giorni e notti, candele e fiori, i sensi vengono portati via nello splendore del soprannaturale.
Non mi sono mai posta il problema per cui vivo, ma mi son sempre detta che è un miracolo, come quando me ne sto nell’acqua come un’alga, oppure quando guardo gli animali e il mare.
Che bello, e che cosa spaventosa essere stati creati! Ma la domanda più atroce è cosa devi fare dal momento che sei qui? La risposta sarebbe: scrivere, ma avendo questa grande responsabilità dovrei scrivere pochissimo solo per testimoniare la bellezza e poi amare alcune persone, potendo moltissime. Eppure ci sono cose che si sa di non riuscire ad amare, le cose che sono veramente brutte per progetto. Ci sono quartieri di Roma che danno testimonianza di menti alterate, edifici fatti a casaccio, pensati da una mente sconvolta.
Quella in cui viviamo non ha più niente dei caratteri della civiltà, che è una cosa che si trasmette con amore, questa sottospecie di civiltà invece dovrebbe essere distrutta con furore. Non credo nell’educazione di tutti, ma nel lavoro su se stessi. Il cosmo si modifica a ogni modificazione interna. Come mai un paese schiacciato come la Russia ha così tanti poeti? Io sento che le cose si svolgono su un altro piano dove ci sono giocatori che non vediamo, le cose si svolgono sull’invisibile. Bisogna ricordare che abbiamo un’anima e un’anima può tutto.
Ora che ho compiuto cent’anni posso dire che ho scritto poco ma avrei voluto scrivere ancora meno.
Più di tutto mi spiace aver pubblicato; ho scritto molti inediti e, se stessi per morire, li butterei via per paura di un’edizione postuma.
Ma purtroppo i miei manoscritti sono stati trovati, quasi tutto è stato dato alle stampe.

 

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Io non sono un’artista

l'esperienza umana di Letizia Battaglia

Letizia Battaglia non è un’artista, è una fotografa di denuncia; della fotografia ama il potere legato alla testimonianza e allo svelamento. Letizia è un’attivista, ci tiene a precisarlo nel suo memoir “Mi prendo il mondo”, uscito nel 2020, dove si racconta, e dove la narrazione di sé diventa storia sociale, di lotta. La sua però è anche la storia delle donne tutte, della loro emancipazione.

Eppure i suoi scatti non sono privi di una certa estetizzazione dell’immagine, perché malgrado la fretta (talvolta) e le imprecisioni tecniche, c’è sempre un’attenzione alla composizione e agli aspetti metanarrativi che elevano e complicano il livello di lettura dell’opera.

Letizia Battaglia inizia la sua carriera di fotografa a quarant’anni, prima ha fatto quello che normalmente spetta alle donne: la moglie e la madre.

Passa l’infanzia a Trieste, sotto i bombardamenti, dove il padre aveva traferito la famiglia perché aveva trovato impiego nelle navi da crociera. A Trieste Letizia sperimenta la libertà. Dopo la guerra tornano a Palermo, e il legame con questa città non si spezzerà mai, diventando qualcosa di viscerale, innato e necessario, oltre che doloroso e conflittuale, ma comunque indissolubile. Durante la sua vita si sposterà spesso ma a Palermo tornerà sempre.

Il suo primo matrimonio avviene a 16 anni, addirittura a seguito di una “fuitina”. Sposa un uomo che la vuole tenere a casa, che non vuole che studi, che sia indipendente e a 19 anni hanno già due figlie. Dopo qualche anno di questa vita Letizia sprofonda nella depressione e, dopo un percorso di psicanalisi – fatto decisamente insolito per quegli anni –, riesce a prendere il coraggio di lasciare il marito per mettersi col fotoreporter Santi Caleca. Nel 1970 divorzia e si mette col giovane fotografo palermitano, lui ha dieci anni in meno.

Il divorzio per lei è anche la rinascita. Già nel 1969 si era presentata a “L’Ora” di Palermo e aveva chiesto di poter collaborare: prima come giornalista (anche Santi collaborava con il giornale), poi come fotografa. Nel ’69 scatta la prima foto, un giorno d’estate in cui tutti i giornalisti sono in vacanza, si fa prestare una Leica e gira per le strade di Palermo. Fotografa Enza Montoro, una prostituta dalle bellissime mani bianche, a casa sua; aveva la fama di essere amante dei mafiosi, le avevano ammazzato una collega. Letizia s’innamora subito di questa donna devastata.

Sul finire dell’estate arriva tra le sue mani una piccola Minolta che cambia la sua vita. Però, al rientro dei giornalisti, al giornale non c’è più posto per lei, allora con Santi si sposta a Milano per mandare a “L’Ora” pezzi riguardanti siciliani famosi. In seguito inizia a collaborare con “Le Ore”, giornale erotico a cui collaboravano già molti intellettuali, e in seguito per varie riviste. A Milano e si è sentita a casa, indipendente dall’ex marito, autonoma economicamente.

Nel 1972 fotografa Pasolini, al Circolo Turati, le foto le regalerà al centro studi di Casarsa.

Nel 1974, subito dopo lo stupro, fotografa Franca Rame alla palazzina liberty. Poi torna a Palermo e da lì si sviluppa la sua poetica. Con Santi mette in piedi un’agenzia fotografica, ma lui abbandona presto l’impegno e lei si ritrova sola nel periodo più cupo e violento della storia della città: l’arrivo dei corleonesi e l’inizio di una vera e propria guerra civile.

 

Verso la fine degli anni ’80 viene licenziata dal giornale che attraversava una grave crisi, da lì a poco avrebbe chiuso.

Poco dopo inizia la sua storia con Franco Zecchin, più giovane di lei di  diciotto anni, mentre Letizia, a quarant’anni, è già nonna. Stanno insieme fino a dopo le stragi e il periodo del loro sodalizio è il più caldo. Si recano nei luoghi del delitto a scattare fotografie e la macchina è la loro arma. Fotografano, dal primo all’ultimo, i morti ammazzati da cosa nostra, si trovano in un vero e proprio scenario di guerra ma, trattandosi di guerra mafiosa, le loro fotografie riprendono il fatto quando è già avvenuto. Letizia, in quanto donna, viene spesso bloccata, allontanata dalla scenda del crimine, addirittura presa a calci, è un agente di polizia a spianarle la strada, poi caduto pure lui nelle mani della mafia. Il suo modo di fotografare è diretto, senza sotterfugi, vuole che il soggetto, se è vivo, la possa vedere, se è morto lo tratta con rispetto e delicatezza, pur non risparmiando nulla alla tragicità dell’evento. Il suo modo di fotografare è forse impreciso, non tiene conto dell’esposizione, dell’apertura del diaframma, con l’esposimetro in mano è impacciata, la sua fotografia è solo istinto e, come diceva Cartier Bresson, è a la sauvette: fatta in un secondo per cogliere il momento rivelatore, la sua fotografia contiene la vita che scorre.

Tra le tante foto, scatta quella di Andreotti con il mafioso Nico Salvo; è il 7 giugno del 1979 sono all’hotel Zagarella di Palermo, in occasione di una festa in onore di Andreotti, questa fotografia ha rivelato i contatti di Andreotti con la mafia, i negativi sono stati sequestrati dalla polizia e mai più restituiti, a Letizia resteranno solo alcune stampe.

Con Zecchin entra nella Real Casa dei Matti di Palermo, presso la quale scatta foto con grande riservatezza e rispetto, per aprire l’ospedale alla città. Nel 1985 riceve il premio Eugene Smith a New York, il più importante premio per la fotografia sociale, e succede che viene celebrata prima all’estero che in Italia.

A Palermo si impegna anche in politica, con Leoluca Orlando, ma ben presto capisce che questo impegno implica moltissime frustrazioni.

Le stragi di Capaci e via D’Amelio sono le sue foto mancate, quelle che bruciano di più e per le quali si colpevolizzerà per tutta la vita. Dopo Capaci si reca in ospedale sperando di trovare Falcone ancora  vivo e invece è già morto, mentre di fronte a via D’Amelio resta paralizzata. Dopo il 1992 cambia tutto, è la sconfitta, finisce anche la storia con Franco. Nel 1994 iniziano i viaggi, deve metabolizzare il fallimento delle lotte antimafia, inizia a fare fotografie di viaggi e donne nude in pose naturali, ha bisogno di bello, deve rompere il legame con il sangue e il dolore. Negli anni 2000, tornando a Palermo, come a voler esorcizzare il passato, nasce l’idea di sovrapporre alle immagini drammatiche di morti ammazzati quelle più recenti di donne nude. Nascono così le sue rielaborazioni.

I suoi maestri sono Gabriele Basilico, Mary Ellen Mark, Diane Arbus, Joseph Koudelka, attraverso il loro lavoro ha compreso e messo a punto la sua idea di fotografia. Sembrano distanti, apparentemente, gli uni dagli altri, eppure, guardando questi maestri, trovo molto dello spirito di Letizia Battaglia, anzi sembra che in lei abiti una sintesi tra queste distinte anime.

Ho incontrato Letizia Battaglia (purtroppo mai di persona) attraverso due mostre: quella curata da Francesca Alfano Miglietti a Palazzo Reale (Milano 2019) e quella più recente (2023) alle Terme di Caracalla di Roma. L’una documentata, attenta dal punto di vista storiografico, precisa; l’altra emotiva, visivamente folgorante, e di grande impatto. Penso che non ci sia un modo giusto di raccontarla e penso che Letizia sia tutte e due le cose: fotografa per caso e artista. Si trova a fare questo mestiere da un giorno all’altro, ma la macchina fotografica non la abbandona mai più. Pur sentendosi per tutta la vita principiante, pur ammettendo di non conoscere la tecnica, asseconda il suo istinto che invece ha qualcosa di soprannaturale e incarna l’essenza dell’arte.