Anatomia di un’amicizia imprevista

di Muriel Pavoni

Striscio le ruote contro il marciapiede, la macchina è per metà sulle strisce pedonali, faccio un paio di manovre e finisco d’incassare ancora di più le gomme. A vent’anni mi credevo una grande pilota, ho fatto decine d’incidenti prima di capire che l’unica soluzione, col mio modo di guidare, fosse di moderare la velocità. Scendo senza controllare se ci sia qualcuno dietro.
“Chiara, sono qui!” La chiamo.
Lei – tutta sua madre con un tocco di zia Bice – mi sorride scoprendo gli incisivi troppo grandi. Andiamo al bar dei giardini, io a piedi, lei spingendo la bicicletta. Per paura del silenzio la tempesto di domande.
“Marta, devo dirti una cosa”, m’interrompe Chiara in tono solenne. Io per un attimo tremo e temo che sia una di quelle notizie che si conficcano nello sterno, qualcosa di irreparabile. Invece è una sciocchezza rispetto a tutto quello che sta per succedere.
“Alberto con Caterina si comporta male.”
Assurdo preoccuparsi di Alberto in un momento così. Lo penso ma non lo dico.
“Sono grandi, se la caveranno”, rispondo ma lei non è convinta. Crede che le relazioni debbano essere oneste. Ci prendiamo un caffè e deve subito scappare.
Le faccio altre domande. Vorrei notizie rassicuranti, vorrei che mi dicesse che si risolve tutto, che fra un mese, un anno, tutto passa. Lei mi risponde rapida, senza guardarmi in faccia evita qualsiasi certezza. Apre la catena e la mette nel cestino.
“So di essere pesante”, aggiungo.
“Apprezzo le domande d’interessamento”, e s’avvolge in quattro giri di sciarpa, s’infila il giubbotto di jeans sopra due strati di maglie, inforca il cappello alla Fidel Castro e così bardata monta in bicicletta. La osservo pedalare un po’ storta nell’aria limpida di maggio. Stringe gli occhi. Ha i denti di fuori quando si gira per attraversare la strada. Lei è così prudente. Siamo così diverse. Ora, con tutte le sue paure, Chiara va incontro all’imponderabile, la guardo e sono io adesso che ho paura. Raccoglie di continuo un lembo di sciarpa che scivola giù. Sparisce inghiottita dai piumini dei pioppi.
Un giorno ho scritto l’elenco delle dieci cose che avrei fatto prima di morire.
‘Mi terrei un libro preso a prestito dalla biblioteca solo per ricevere qualche lettera, anche dopo morta’. Mi viene in mente ora guardando Chiara allontanarsi. Faccio per pagare due caffè, ma il barista ne calcola solo uno. Sono un po’ sorpresa, ma non faccio questioni e torno alla macchina.
Sfilo la multa dal parabrezza e ripenso a due settimane fa, quando ho letto il racconto di Chiara, Amici in paradiso. Gloria, l’amica della protagonista, legge moltissimo, è sempre in ritardo e guida male. Mi sfiora l’idea di essere un personaggio letterario. Essere un personaggio di Chiara è un po’ come esserci davvero nella sua vita. In quella scena, poi, le due protagoniste vanno a comprare un regalo, che non sia un libro, le ammoniscono preoccupate le amiche. Mi convinco di essere proprio io il personaggio in questione e mi ritrovo a guidare sulla corsia opposta.
L’estate scorsa, mentre parlavamo tra noi, in piscina, Elena a un certo punto ha detto, è normale che non conosca nemmeno uno dei libri di cui parlate? Chiara ha risposto sì, perché io e Marta non leggiamo in maniera normale. Sono davvero io quel personaggio che legge tanto e guida male e mi viene da sorridere a pensarci.
La ritrovo nella sala d’aspetto del dentista. Un odore di pulito l’annuncia. Niente creme o profumi, solo sapone, ma intenso. Ho pensato di farti un regalo, oramai siamo amiche, dice porgendomi un pacchetto da scartare. È un libro di poesie di Maddalena Bartolini. Sorrido imbarazzata, non l’avevo calcolata questa amicizia. Prima di uscire dallo studio prende fuori la bottiglia d’acqua dalla borsa, beve un sorso, la chiude e la rimette in un sacchetto di plastica. Esce dalla porta a passo lento. Resta l’odore di sapone.
L’ago penetra nella gengiva, devo pensare ad altro, la bocca anestetizzata, sento solo il rumore del trapano e il sapore del disinfettante, mi sciacquo e ripenso al primo bacio. Lui si era appena messo l’apparecchio e sapeva di colluttorio. Da quella volta ho sempre associato i baci alle cure odontoiatriche.
Chissà quando avrà dato il primo bacio Chiara, chissà quale ricordo le è rimasto. Chissà com’è andata con quel fidanzato di cui mi aveva parlato un paio di volte. L’aveva incontrato a una festa dove nessuno lo conosceva. Alla festa lui se ne stava solo, era stata lei a sedersi accanto e ad attaccare discorso. Non sono mica timida io, ha sempre detto Chiara sorprendendo tutti. Perché il suo essere silenziosa, fosse stata timidezza, sarebbe stato accettabile, ma quando è solamente silenzio diventa inquietante. L’aveva poi invitato per un caffè e lui aveva accettato. Sono stati assieme due anni. È stato lui a lasciarla. Erano seduti su una panchina della stazione di Bologna. Mi sono sempre chiesta che tipo fosse. Quando le presentai Piero lei mi disse, hai proprio intuito tu, hai capito perfettamente i miei gusti in fatto di uomini. L’altro giorno siamo stati per ore al bar a parlare di fede, di religiosità, del senso della vita. Poi lei ha iniziato a detestarlo per quella domanda, il chiederle di restare a dormire, dopo un pomeriggio passato assieme, un bel pomeriggio sì, ma troppo in fretta per non sentirsi offesa. Perché quando uno accelera i tempi non c’è rispetto, non c’è l’intenzione seria.
A me pare incredibile rifiutare un’occasione con uno che ti piace, avevo commentato io.
Tu sei la mia unica amica che non ha la minima intenzione di farsi una famiglia, aveva risposto lei. Io e te, non ci fosse stata questa cosa della scrittura, non ci saremmo mai conosciute, avevamo aggiunto quasi in coro.
Cammino lungo il viale della stazione, ho il passo lento di chi non ha nessuna voglia di arrivare. Mi si è svegliata la gengiva, sento la puntura, il sapore di colluttorio e di sangue, un sapore ferroso. Mi passo la lingua sull’otturazione. Quel dolore mi ricorda che Chiara avrebbe rinunciato a tutto per una famiglia e dei figli.
La ritrovo seduta su una panchina di fronte alle Generali. Mi saluta con quel suo ciao sospeso e incerto, come quando mi tiene al telefono delle ore dicendomi altro rispetto a quello che avrebbe voluto. Lei è una che dice e non dice. Dice la pratica, non la teoria, quella la riduce all’osso.
“Io il figlio di Bianciardi lo capisco”, mi dice, “lui è uno che cerca, che soffre, è un po’ pesante e non ascolta. Perché ha troppo da dire, troppi anni di silenzio, troppi inviti a parlare di suo padre.”
“Certo, con un padre così”, aggiungo io.
“Certi genitori sono un disastro per i figli.”
Sale in fretta sull’autobus e mi lascia con la testa piena di domande.
Riprendo la mia camminata.
Con dei genitori come i nostri, diceva l’altro giorno suo fratello, è stata dura. Mia madre ha tutte le colpe, è una persona fredda, insensibile.
Non abbiamo mai mangiato a tavola coi miei. La mamma non sapeva cucinare, andava in rosticceria. Quando eravamo a tavola, Chiara la governante e io, la mamma ci obbligava a tenere due pile di libri sotto i gomiti, diceva che serviva per la postura. Lei mangiava sprofondata sulla poltrona davanti al televisore. Mio padre, anche se era più sensibile, stava in un mondo tutto suo.
La mamma censurava le pagine delle riviste che considerava scandalose.
Non ci portava mai dal dottore, non voleva che ci scoprissimo di fronte a nessuno. Capitava di rado che venisse il dottore a casa, solo quando avevamo la febbre molto alta. Lei vigilava su tutto, diceva che le medicine non fanno bene. Se il medico le prescriveva Chiara le teneva un po’ in bocca, poi le sputava e le nascondeva sotto il letto.
Mia madre ha colpa di tutto, ripeteva suo fratello scuotendo il capo con gli occhi lucidi.
Sono quasi arrivata sotto l’orologio.
Chiara sta per entrare in biblioteca, la raggiungo con una piccola corsa.
“Cosa dice la biopsia?” Le chiedo.
“C’era una dottoressa molto gentile, che però mi ha detto le stesse cose del radiologo e del chirurgo.
Sono abbattuta, ma vorrei uscire come sempre e fare tutto: i mercoledì sera, il cinema.”
“Continuiamo a fare tutto, continuiamo. Ricordi cosa mi hai scritto sulla dedica del tuo libro?”
“Con questa depressività non mi vien voglia di fare niente.”
“Ma ti devi sforzare”. Osservo i suoi contorni sfuocarsi fino a dissolversi. Resto davanti alla biblioteca a parlare con il cartello che indica l’isola pedonale.
Da quanto tempo Chiara non mi diceva più, Marta, devo dirti una cosa, con quel tono solenne. Negli ultimi tempi le cose le scriveva. Scriveva, hanno trovato delle metastasi al cervello, due noduli al fegato e le ossa, quelle lesioni… Prega per me scriveva, prega un tuo Dio, pregherò qualcosa, ma non so cosa, rispondevo.
Sono quasi arrivata alla camera mortuaria. Quando entro vedo la foto sorridente con le margherite sullo sfondo, vedo i gigli e le rose. È chiusa coi chiodi, mi sembra di sentire il rumore degli avvitatori, una scena che ho visto cinque anni fa, con Agata, e ora ci risiamo. La famiglia ha deciso di non farla vedere a nessuno, forse è meglio così.
Sta male punto, mi aveva scritto Alberto dieci giorni prima. Non avevo voluto capire.
Sono in ospedale, mi mettono in sesto poi torno, mi aveva detto lei. Ancora non volevo capire, è finita aveva aggiunto Alberto e ancora non capivo.
Ho capito grazie ai racconti di Bassani, presi a prestito dalla biblioteca. Quando l’ultimo giorno stavo per prendere il libro dal tavolo dell’ospedale per restituirlo, Chiara, con le pochissime forze rimaste, si era opposta con un lamento e la mano tesa, mugugnando una specie di no. Fu chiarissimo a tutti che quella era una ragione per vivere. A quel punto ho appoggiato il libro sul tavolo.
Me l’ha riportato il fratello qualche giorno dopo il funerale, lo restituiresti alla biblioteca?
Era finita davvero.
Un giorno ho scritto l’elenco delle dieci cose che avrei fatto prima di morire.
‘Mi terrei un libro preso a prestito dalla biblioteca, solo per ricevere qualche lettera, anche dopo morta.’

 

Di Muriel

Nata a Imola, dove forse (spero il più tardi possibile) morirò. Ho una laurea in storia dell'arte ma lavoro nel settore della formazione. Mi piace scrivere e leggere. Ho pubblicato La discarica degli acrobati sbadati (Giraldi 2011), Veduta di pianura con dame (Edizioni La meridiana 2015), Fermata al tramonto con cimitero (Augh! 2017); ho partecipato al romanzo collettivo Il libro delle vergini imprudenti (Navarra 2014); alcuni miei racconti sono apparsi in antologie e riviste, ho scritto due testi per il teatro. Ho un interesse speciale per le autrici e le loro personagge. Di recente ho scoperto di essere sia bibliomane sia bibliofila, abbinata che mi inserisce nel novero delle accumulatrici disordinate di libri e letture. Certe volte m’incuriosisce talmente tanto un’autrice che tendo a immedesimarmi nella sua storia tanto da volerla raccontare. Sarebbe difficile vivere senza le cose belle e inutili che (per me) sono: la letteratura, il cinema, il teatro e le arti visive. Con questo sito vorrei mettere ordine.