Le scrittrici ambiziose: Deledda, Morante, Ginzburg

Non c’è nulla di più inopportuno di una donna che ha chiare le proprie ambizioni e fa quello che serve per realizzarle, soprattutto in un paese come l’Italia, in un periodo storico che si aggira intorno ai primi cinquant’anni del secolo scorso.
Grazia Deledda, Elsa Morante e Natalia Ginzburg sono scrittrici per cui il mestiere di scrivere è stato, da subito, l’unico mestiere possibile: determinate a comporre la loro opera e a consolidare il loro spazio nel mondo della letteratura. Decise a ritagliarsi il loro spazio hanno disobbedito alle regole che le avrebbero volute relegare a ruoli differenti.

Morante, madre maestra e padre impiegato, di famiglia modesta, viene sovvenzionata da una benefattrice per gli studi, ma il suo destino avrebbe potuto essere quello di trovare un marito, eventualmente un mestiere come quello della madre, se non avesse avuto la ferma convinzione del proprio talento.

 

 

 

Grazia Deledda, cresciuta in una famiglia numerosa, nel nuorese, frequenta la scuola fino alla quarta elementare (che ripete due volte perché nella sua città non esisteva la quinta per le femmine). Poco scolarizzata, si costruisce una solida conoscenza letteraria da autodidatta per perseguire il suo sogno. Natalia Levi, quando incontra Leone Ginzburg, uno dei più brillanti intellettuali della sua epoca, ha sì ambizioni letterarie, ma sono tenute a bada dagli scherzi dei fratelli e nel momento in cui sposa Leone può solo sperare in un ruolo subalterno rispetto al marito.
Elsa Morante durante l’infanzia soggiorna presso una nobile, Maria Maraini Guerrieri Gonzaga, una pedagoga che aveva creato una scuola dedicata a fanciulli poveri, era omosessuale, conviveva con una donna, è la madrina di Elsa al battesimo, che presso di lei viene educata assecondando le attitudini letterarie già individuate dalla madre. Grazie a questa educazione in nessun momento Morante ha dubitato che la sua vita sarebbe stata votata alla scrittura e, dopo aver pubblicato alcuni racconti e un libro per ragazzi, per sette anni non fa altro che lavorare alla stesura del romanzo in cui convoglia tutte le sue energie e che rappresenterà il suo ingresso nel mondo della Letteratura, questo romanzo è “Menzogna e sortilegio”.
Il padre di Grazia Deledda era proprietario terriero e amante della poesia, commerciante pessimo perché di buon cuore. La madre era più arcigna, perché insoddisfatta, il padre aveva vent’anni più di lei e la rendeva infelice anche se la circondava di attenzioni. Il padre, ebbe una lunga malattia. Lui, onesto, lascia tutto in mano ai figli incapaci. Il nipote gli ruba il bestiame e Andrea, il figlio, viene coinvolto in un furto e va in prigione. La sorellina muore di morte prematura. L’altro fratello per via di un’ustione alla mano si mette a letto e diventa alcolista. Infine il padre muore di crepacuore. Finita la carriera scolastica arriva un nuovo professore del ginnasio con un baule di libri e va ad abitare da sua zia Paulina, fa amicizia con il padre che manda Grazia a lezione da lui. Per merito suo inizia a leggere Rilke, Mansfield, i russi, “La divina commedia”. Un giorno il professore legge un componimento della ragazza e dice: questo si potrebbe pubblicare, lei è piena di orgoglio. Quando inizia a scrivere Deledda si ispira alle storie attorno a sé, a quello che capita nell’isola e inevitabilmente alle disgrazie della sua famiglia, e si accorge che in qualche modo sono situazioni universali.
Invia i suoi primi lavori a “L’ultima moda”, un rotocalco a buon mercato, a tiratura nazionale, il fratello le portava i numeri di nascosto. Ben presto si vede pubblicata. A Nuoro queste uscite le valgono le prese in giro di tutti, certo, ma nessuno le impedisce di pubblicare.
Quando inizia a pubblicare, parte la sua fitta corrispondenza con il resto del mondo (letteralmente). Intrattiene rapporti epistolari con editori, lettori, critici, potenziali traduttori e si accorge addirittura che nell’isola la donna ha più autonomia e più riconoscimento che nel resto della società occidentale. Pensa a Virginia Woolf che non può entrare in biblioteca da sola e che deve prendere il cognome del marito, questo in Sardegna non succede.
I primi problemi ce li ha nella correzione delle bozze. Ottiene, per colpa delle lacune scolastiche, la fama di scrittrice più sgrammaticata d’Europa, ma questo non la ferma, perché lei ha l’ambizione di andare a vivere in continente e diventare scrittrice, riuscirà in entrambe le cose grazie alla sua abilità e alla sua determinazione, tanto da arrivare addirittura a essere la seconda donna al mondo a cui viene conferito il Nobel per la letteratura.

Quando invia il manoscritto di “Menzogna e sortilegio” a Ginzburg, Morante scrive che non poteva far di meglio e che la stesura del romanzo le ha provocato una grande felicità. Del resto si rivolge proprio a lei presso Einaudi, perché aveva intuito una connessione, che in effetti si realizza. Ginzburg amerà il romanzo e dichiarerà di essere grata di aver avuto il privilegio di essere amica di Elsa Morante e di aver conosciuto il suo genio, Morante non ricambierà mai la cortesia, non si sbilancerà mai per nessuno. È tipico di Morante pretendere di essere elogiata e non elogiare nessuno, tranne coloro che riteneva ingiustamente vessati.
Elsa è univoca e autocentrata, caratteristiche principali di un personaggio, il suo, che fa dell’ostentazione della sicurezza di sé il grimaldello per sfondare nel complicato panorama letterario del Novecento.
Quando viene pubblicato “Menzogna e sortilegio”, le prime recensioni arrivano tardi e altrettanto tardi incontra il favore dei lettori. Quando romanzo esce è estate e Elsa cerca incessantemente i responsabili degli uffici stampa a cui inviare i libri.
Inizialmente non vende molto. Però nel ’51 “Menzogna e sortilegio” viene tradotto in inglese e da lì decolla. Quando esce “La storia” è lei a insistere perché esca subito in edizione economica, vuole che il libro raggiunga il maggior numero di lettori, sa che è attraverso il consenso popolare che si consolida la fama di uno scrittore, è consapevole, sicura dei suoi mezzi, è ambiziosa!

Natalia Ginzburg inizia a scrivere a 12 anni. Al ginnasio si sente un impiastro. Vorrebbe scrivere racconti, ma inizia con le poesie, quando le mostra ai fratelli, questi ridono e le consigliano di studiare di più, allora trova l’indirizzo di Benedetto Croce e gliele manda. La madre leggerà quella lettera prima dell’invio.
Nel suo ambiente gravitano: Filippo Turati (ospitato per un periodo a casa sua), i fratelli Rosselli, Cesare Pavese, Adriano Olivetti, Leone Ginzburg, Benedetto Croce.
Croce risponderà: “Natalia, lei è ancora troppo giovane, per la vera poesia bisogna essere adulti”.
La madre dirà: “Ma cosa ti è venuto in mente!”. Ma lei non si scoraggia.
“Lo scrivere è una necessità, un abitare la terra, scrivere è vivere in un equilibrio continuo tra finzione e verità, come cambia la vita tra giovinezza e età adulta così cambia la scrittura, nell’identità vita-scrittura.” affermerà lei stessa.
Natalia è una persona silenziosa. “Stai zitta!” le dicevano i fratelli e lei obbediva. Grazie al suo silenzio ha saputo osservare, come lei nessuno ha mai raccontato la famiglia, da dentro, con quel misto di ironia, distacco, crudeltà e tenerezza.
Natalia ha sempre con sé un taccuino in cui annota tutto. Si tormenta perché inizialmente le frullano in testa le prime righe e basta. Un giorno riesce a buttare giù un racconto per intero (“Un’assenza”) è felicissima, ha 17 anni e sente che potrebbe scrivere qualsiasi cosa. Il fratello le dice: “in salotto c’è Benedetto Croce, dammi il tuo racconto che glielo faccio leggere”. Invece in salotto c’è Leone Ginzburg, che legge il racconto che dice che gli piace.
“Un’assenza” è un racconto che parla di gelosia, o meglio di assenza, di gelosia e di ossessione: un uomo ha appena accompagnato la moglie alla stazione e si aggira per la città vagheggiando un tradimento da parte sua, fino ad arrivare a tradirla lui. Il racconto che denota una grande perizia nei rapporti matrimoniali e riguardo all’agonia di certe relazioni ormai snervate. Perizia inusuale per una ragazzina di quell’età, che però ha il grande dono dell’osservazione.
Leone ha sette anni in più, da quel giorno inizia a venirla a trovare e camminano assieme in periferia. Lui invia il racconto di Natalia a una rivista, che rifiuta dicendo che l’autrice è troppo giovane: se poi non decidesse di continuare a scrivere? Allora lei per dimostrare la sua assoluta convinzione ne invia un secondo, che lui gira subito alla redazione. Il racconto s’intitola “I Bambini”, viene pubblicato e da quel momento lei capisce che non può far altro che scrivere, che scrivere è il suo mestiere, come racconterà in un breve saggio de “Le piccole virtù”. Invia poi i suoi racconti a Mario Soldati che li trova bellissimi. Natalia si deve ancora diplomare al quel punto, ma sa che diventerà una scrittrice, è certa di portare a compimento la sua grande ambizione.

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