Abitare le fratture, “La stagione che non c’era”

“La stagione che non c’era”, Elvira Mujcic, Guanda 2025, è un romanzo che racconta qualcosa che non esiste più, riporta brevemente alla luce un fotogramma nell’attimo precedente alla dissoluzione, si colloca esattamente nell’interstizio tra il prima e il dopo.
Siamo nel 1990 in un paesino (S) della Bosnia. Nene, un ragazzo che cinque anni prima era andato a Sarajevo, torna a casa. Il motivo per cui è andato si intuisce, il paese gli stava stretto per via di una certa grettezza e chiusura mentale. Nene è piuttosto solo, di lui si sa che a Sarajevo si era iscritto all’università, lavorava in un bar, aveva degli amici e soprattutto era rimasto colpito dalla controcultura punk dell’epoca. Andare fuori era stato un modo per trovare e trovarsi, magari riuscire a combinare qualcosa nel campo dell’arte, il rientro è anche fare i conti con questo fallimento. A casa non ha nessuno tranne i genitori che lo accolgono, pur mantenendo una sorta di rigidità risentita, e una amica: Merima.
Mai si nomina la città di S, che in realtà è Srebrenica. Sarà che non è il luogo che noi riconosciamo ora, il simbolo di un genocidio, ma è quello che c’era prima. La situazione politica è liminale, siamo su un limite, sul burrone, siamo prima che avvenga l’irreparabile.
Siamo nei giorni in cui il partito comunista si scioglie e si susseguono disordini a opera dei nazionalisti, che prendono il sopravvento. Nella narrazione si sovrappongono fatti di cronaca alle storie delle persone, episodi di intolleranza imperversano, eppure sembra sensato pensare che una transizione indolore fuori da comunismo sia possibile.
La situazione geopolitica è declinata nelle vite piccole delle persone, le incursioni della Storia: inserti originali presi da notiziari e giornali dell’epoca, vanno a scompaginare quella realtà statica in cui tutti sembrano intrappolati. Raccontare la guerra prima della guerra è anche fare archeologia, rintracciare i prodromi di un disastro. Stesso intento, ma scelta cronologica differente, il libro racconti dal titolo “Le Malboro di Sarajevo”, di Milienko Jerkovic, scritto durante l’assedio, che invece racconta le vite normali dentro un contesto “anormale”. In fondo l’approdo è il medesimo: restituire residui di umanità alle situazioni più estreme.
Se in un primo momento sembra Nene il punto di vista da cui parte la narrazione, successivamente entrano in campo altre voci in un romanzo che può essere definito polifonico. Presto conosciamo la sua compagna di classe e vicina di casa Merima, lei è cresciuta nel partito comunista jugoslavo, lei crede di poter cambiare le cose attraverso la politica. Merima è ragazza madre. Eliza, sua figlia, è una ragazzina indipendente e piena di immaginazione che vorrebbe ritrovare il padre, un albanese montenegrino che Merima aveva conosciuto all’università. Poi ci sono i genitori, gli amici, vite piccole che si intrecciano al grande gioco. Piccole disperazioni come quella di Zoke, fervori politici come quello d Merima, velleità artistiche irrealizzate come quelle di Nene. I genitori: questi padri severi e rigidi sulle regole morali, faticano a comunicare coi figli, ma restano saldi sui principi di fratellanza, fedeli al comunismo, convinti nella possibilità di una convivenza pacifica.
Ma è soprattutto una la voce che fa da contraltare al solipsismo di Nene: Eliza che interviene in prima persona scrivendo un diario e arricchendo con la sua prospettiva quella degli adulti. Lei è l’alter ego dell’autrice, il suo diventa un romanzo nel romanzo, con una prospettiva capace di immaginare, di aprire nuovi scenari. Eliza conserva la spontaneità e lo stupore, il suo è lo sguardo più vero. Di lei colpisce l’elevata sopportazione del dolore, l’indipendenza. È lei stessa a dichiarare la pena che le fanno i grandi “che non sanno inventarsi nulla, che vivono schiacciati dalla televisione e che dicono di essere contro la guerra, ma non lo sono davvero”.
Ogni personaggio è profondamente inserito nel suo tempo, ognuno fa parte della storia e dalla storia le vite verranno stravolte, eppure il momento in cui vengono colti è quello dell’inconsapevolezza, quell’interstizio dove qualcosa di definitivo sta per accadere ma non si ha la percezione della portata.
In assenza della presa di coscienza da parte delle persone, il compito di preannunciare è affidato a una fitta simbologia che richiama il disastro imminente, come l’esondazione di un fiume e un boato che ricorda un bombardamento. Come la notizia di un suicidio, o la breve sparizione di Eliza, fatti che assumono le connotazioni di presagio. Come se il torpore in cui si trovano i personaggi, sostanzialmente schiacciati nella quotidianità, ne avesse ovattato la capacità raziocinante.
Il romanzo, pur conservando una base realistica, è carico di metafore che alludono a qualcosa di incalzante, sembra dirci qualcosa di più profondo riguardo alla realtà, qualcosa che ha a che fare col ricorso a una simbologia e una presa di coscienza che spesso non risiede nelle cose concrete ma in una sorta di intuizione, perché i personaggi del romanzo, come tutti noi, sono naturalmente inclini a eludere la possibilità della guerra.
C’è una narrazione che vuole la Jugoslavia di prima della guerra come un mosaico etnico religioso e culturale armonico, una diversità formata da secoli di dominazioni che hanno però dato origine a una convivenza pacifica. Eppure questo equilibrio viene stravolto improvvisamente dai nazionalismi, a dimostrare che la fratellanza e l’unità sono forse state soltanto un’utopia. Colpisce che l’identità del prima non si connoti attraverso la religione, penso a Merima e la sua famiglia socialista e musulmana, eppure sono proprio i nazionalismi e i fondamentalismi religiosi a minarne l’equilibrio.
Nene prende coscienza di essere un artista proprio nel momento in cui la guerra incombe: le urgenze (come quella espressiva) nascono quando siamo in procinto di perdere qualcosa. E così inizia a collezionare ricordi, testimonianze, convinto che un giorno potrà restituire la storia del luogo. Sebbene lo spirito del tempo porti ad abbandonare le cose e a lasciarsi andare, a mollare, nel suo caso invece lo conduce a concretizzare un progetto. Questo fatto ci consegna l’idea che l’espressione artistica si nutra di urgenza e che la sua forza vitale non venga spezzata dalla guerra. Invece viene guardata con apprensione la presunta omosessualità di Nene e il rapporto di amicizia che ha con Eliza. Mentre la catastrofe è alle porte sembra che il pericolo più grosso sia costituito da un ragazzo che vuol fare l’artista. Per quanto siamo inclini a individuare i segnali, non sappiamo identificare da dove provengano i pericoli, tendiamo a indirizzare il nostro odio verso una difformità religiosa, etnica, etnica, di genere, mentre minacce più cupe si addensano sui nostri ultimi stralci di libertà.

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