Inès Cagnati (1937 – 2007) è figlia di contadini italiani emigrati in Francia, cresciuta povera e isolata nella cittadina di Monclar, non parlava francese finché non andò a scuola e, malgrado poi sia diventata insegnante di lettere, racconta come una tragedia la naturalizzazione. Il libro è uscito nel 1976, ma viene tradotto e pubblicato in Italia nel 2022.
Il mondo dell’infanzia è l’universo di questa autrice che dimostra una grande sensibilità nei confronti dei traumi subiti nei primi anni di vita, ritiene l’infanzia l’età più sfortunata. Solitari sono i bambini, i vecchi, i matti, tutti coloro che restano ai margini. L’altro tema è quello della condizione di essere stranieri ovunque, condizione che riguarda sicuramente le due protagoniste di questo romanzo.
Eugenie è la matta del paese. Smette di parlare da quando resta incinta in seguito a una violenza subita. Viene ripudiata dalla madre, il padre non ha voce in capitolo, e va a vivere in una casa di sperduta con la figlia, che stravede per lei, ma la cosa non è reciproca.
Marie, la voce narrante, è la figlia illegittima, che racconta, guarda il mondo ma soprattutto osserva sua madre, la insegue, la ama, vorrebbe consolarla, farle sentire la sua vicinanza; ma la madre, Génie appunto, è chiusa nel suo mondo di dolore, ossessionata dalla sopravvivenza e dal lavoro. Lei, che è stata ripudiata per una colpa non sua, attraversa un microcosmo di dolore e fatica con una determinazione sorda e straziante. Pochissime le frasi che la madre rivolge alla figlia: non starmi tra i piedi, lasciami lavorare, torna a casa, dormi; perlopiù imperativi, istruzioni, nulla del lessico affettivo che ci si aspetterebbe da una madre. È invece la figlia a posare sulla Genie uno sguardo affettuoso, protettivo talvolta.
Marie è una bambina che osserva senza capire, condizione che riguarda anche il lettore, che attraverso gli occhi della narratrice mette assieme i pezzi frammentati di queste esperienze umane. La madre la tiene a distanza, la considera solo il frutto di una violenza, un brutto ricordo. Marie segue Genie mentre va al lavoro, oppure resta abbandonata a casa in attesa che torni. La storia è circolare, come i ricordi che affiorano nella mente della bambina che ritornando e si ripetono, così le azioni, anche quelle più disgraziate, si tramandano di madre in figlia, in un universo di incomunicabilità e destino disgraziato. Eppure, malgrado questo universo appaia dominato da azioni perlopiù immotivate, a un certo punto i fili si annodano, le domande trovano risposte.
La miseria e la follia confinano come l’emarginazione, sono tutte condanne inevitabili, ma il vero mostro è la povertà che detta le regole di quella sopravvivenza.
Genie e la figlia conducono una vita strettamente collegata ai ritmi naturali, a seconda di come va il tempo Genie riesce o meno a trovare lavoro e di conseguenza a portare il cibo in tavola. Marie si accorge dal cibo che ha o non ha in tavola di come va il lavoro. Genie compie tutto in assoluto asservimento, senz’ombra di ambizione, obbedisce alla necessità, puramente: è questo il suo atto di amore e di protezione nei confronti della figlia, però glabro, brutale, spogliato di tutto.
La morte, ancor più della vita, è presente e tangibile, vari sono i simboli che la evocano disseminati tra le pagine. Genie ammazza le bestie, maiali, oche, conigli malati, è lei che si occupa dei cuccioli da sopprimere, li mette in sacco e li butta nel fiume. Genie che ha procreato dentro tanta sofferenza, per mestiere uccide, ed è pure brava.
Nella prosa di Cagnati non c’è condanna né assoluzione. L’autrice resta equidistante dalle due protagoniste che agiscono per rispondere a un’esigenza, per dolore, mai per crudeltà gratuita. “Genie la matta” è una favola e, come spesso capita, è cupa e spietata. La bellezza, che pure c’è, è nella natura, negli animali, i quali, pure rappresentando un mezzo di sostentamento, possono riservare sorprese come la vaccherella cieca che apre uno spiraglio di umanità, ci dice che la vicinanza è possibile, come la consolazione. E la bellezza è nei cicli della natura, nelle api, nelle stagioni che regolano la vita, che si impongono ai ritmi del lavoro, la natura accoglie e consola, a differenza del consorzio umano che stigmatizza ed emargina.
