Sono piemontesi che hanno vissuto altrove per lunghi anni, tutte e tre adottano il cognome del primo marito per ragioni legate al gusto personale e al senso di ribellione, niente a che vedere col sentirsi subalterne o volersi occultare dietro una identità diversa per non imbarazzare la famiglia. Autrici che hanno faticato a conciliare impegni familiari e attività di scrittura, che pure sentivano impellente. La fatica è stata collocare sulla scala delle priorità, soprattutto nei confronti di mariti ‘imponenti’, impegni domestici e vocazione letteraria. Sono nate tra gli anni 20 e 30 del novecento. Tutte e tre esordiscono tardi, dopo i trent’anni, verso i quaranta, prima fanno figli, si occupano della famiglia, si sentono incapaci, inadeguate, pensano che pubblicare sia complicato, che le loro voci non meritino lo spazio adeguato nel mondo letterario, però iniziano prestissimo a scrivere e a progettare libri. Nei loro sguardi c’è un’attenzione particolare al mondo dell’infanzia e al romanzo di formazione, tutte e tre si sono barcamenate tra fiction, memoria, autobiografia, libri per ragazzi, romanzo storico. Solo una si è cimentata con la saggistica, la più intellettuale delle tre: Gina Lagorio, che tra l’altro ha scritto su Fenoglio e Pavese.
Non credo si siano mai conosciute, ma tanti sono i punti in comune e uno di questi è l’essere ingiustamente dimenticate. Certo si tratta di personalità molto diverse. Schiva, selvatica, silenziosa e senza contatti nel mondo letterario e artistico è Marina Jarre; mondana, inserita nell’ambiente artistico della sua epoca, amica di Gianna Manzini, Anna Banti, Camillo Sbarbaro, Angelo Barile, Lucio Fontana, Aligi Sassu, Capogrossi è Gina Lagorio; altoborghese, ricca, raffinata e tormentata dalla depressione Rosetta Loy.
Lagorio e Loy hanno avuto compagni importanti in prime e seconde nozze, una Emilio Lagorio e Livio Garzanti, l’altra Beppe Loy e Cesare Garboli. Marina Jarre ha sposato un ingegnere del politecnico di Torino, Giovanni Jarre.
Sembra che per tutte sia stata la famiglia, intesa in senso ampio, lo scoglio più grande per la realizzazione della propria carriera. Il padre di Rosetta Loy credeva che le donne dovessero stare a casa a farsi mantenere dai mariti e lei (per sfregio) sceglie di sposare un uomo per niente abbiente, ma molto stimolante da un punto di vista culturale, infatti Beppe Loy la introduce alla poesia e al cinema. Gina Lagorio, il cui primo marito ha una malattia lunga dieci anni e si trova ad accudirlo, esordisce solo dopo la sua morte. Marina Jarre si ritrova quattro figli da accudire e un marito assente. Tutte e tre però, una volta superato il corpo a corpo con il mondo editoriale, non abbandoneranno mai più la scrittura.
Marina Jarre ha una storia impressionante, nasce a Riga da madre valdese di origini italiane e padre ebreo russo, la sua lingua madre è il tedesco. Quando ha appena dieci anni lei e la sorella vengono portate di nascosto dalla madre in Italia, in fuga nella notte. La madre stava divorziando dal padre e aveva paura che il tribunale affidasse a lui le figlie. Il padre era uno scapestrato amante delle donne e della bella vita, sperperava il denaro della famiglia imbarcandosi in imprese fallimentari, andava spesso a Parigi, giocava d’azzardo e aveva diverse amanti. Un giorno aveva investito tutti i risparmi per comprare un vecchio autobus col quale aveva deciso di portare in giro la famiglia. Dopo il ’35, anno della fuga, Marina rivedrà il padre una sola volta. Lui morirà nel massacro nelle foreste di Rumbula assieme alla figlia avuta successivamente da un’altra compagna. Marina scoprirà della sua tragica morte molti anni dopo e tornerà in Lettonia, da adulta, sulle tracce del padre, figura che aveva sempre ignorato per via del rancore che la madre le aveva trasmesso. La figura del padre eppure ha contorni tragici. Riabiliterà la sua memoria ricordando il momento in cui, prima della strage, aveva scritto alla moglie chiedendole di provare a portarlo in Italia, perché in quanto ebreo stava rischiando la vita. Questo appello inascoltato peserà sulla coscienza di Marina, il cui primo romanzo sarà un libro per ragazzi dal titolo “Il tramviere impazzito”, forse in ricordo di quell’autobus acquistato dal padre. Jarre pubblicherà, in seguito, un romanzo dedicato alla sorellina morta. Nella sua carriera si occuperà principalmente di famiglie divise, disgregate, di rotture, incomprensioni (“La regina della luna vecchia”, “Un altro pezzo di mondo”, “Tre giorni alla fine di luglio”) e lo farà spesso attraverso gli occhi dei ragazzi, per citare il suo primo romanzo per adulti, che è un romanzo di formazione dal titolo “Negli occhi di una ragazza”, in cui affronta il tema del sesso, dell’autoaffermazione della donna e della difesa delle proprie istanze.
Le radici della sua narrativa si possono rintracciare nelle incompiutezze intime, ne parlano romanzi autobiografici come “I padri lontani”, autobiografia in cui racconta i suoi tre mondi: le valli valdesi, Torino, la Lettonia, sullo sfondo c’è la figura del padre che è imprendibile, misteriosa e lontana da sé. Chiuderà il cerchio del rapporto col padre con “Ritorno in Lettonia”, romanzo in cui, tornando nei luoghi dell’infanzia e trovando il luogo dove è morto il padre, lo incontrerà finalmente e farà pace col loro rapporto chiudendo il cerchio, questo romanzo è anche un reportage, come lo fu il successivo “Il silenzio di Mosca”, a questa produzione si affiancano romanzi storici che affrontano la questione valdese come “Ascanio e Margherita” e “Neve in Val d’Angrogna”. Jarre, ingiustamente dimenticata, è stata per anni esclusa dai cataloghi, ma di recente Bompiani sta ripubblicando alcune sue opere. il fatto che in vita fosse una sorta di reclusa che si teneva lontana da circoli letterari, non faceva incontri e non partecipava a presentazioni, sicuramente non ha aiutato, ma forse nemmeno la sobrietà della sua scrittura, così minimale e lontana da effetti scenici, ma altrettanto solida e profonda, ha favorito l’incontro col grande pubblico di lettori.
Il trauma di Gina Lagorio, quello che la frena e allo stesso tempo la spinge a scrivere, è la malattia del marito, il lungo periodo di accudimento al termine del quale racconta quell’esperienza, diventa un preludio, una palestra. Spinta a scrivere da Anna Banti (che pubblica un suo racconto su Paragone), Camillo Sbarbaro e Angelo Barile (i suoi maestri) Lagorio, sebbene parta da una vicenda personale per esordire, è un’autrice di fiction pura e infatti fa di quella vicenda privata un romanzo raccontato dal punto di vista di un uomo che sta morendo in seguito a un tumore, non dal punto di vista della donna che assiste. Nel romanzo “Approssimato per difetto” Renzo, malato terminale, ripercorre a ritroso i suoi quarantacinque anni di vita: dalla giovinezza nella Resistenza piemontese antifascista, all’entusiasmo politico del dopoguerra. Ma soprattutto rivive passo passo l’amore per Valeria, la moglie angelo custode, che lo accudisce, i loro tradimenti veri e immaginati, in un romanzo duro che affronta in maniera diretta e dolorosa il tema dei rapporti e il loro sbilanciamento senza concedere nulla al sentimentalismo.
Lagorio, dopo una carriera di scrittrice che prende il via dal trauma, diventa animatrice della casa editrice Garzanti, autrice di fiction e saggista, termina la sua carriera con un altro romanzo autobiografico che risponde idealmente al primo, ed è “Capita”, uscito postumo dopo la morte dell’autrice avvenuta in seguito alle conseguenze di un ictus. Il romanzo è una sorta di confessione, dove ogni paragrafo comincia con capita. Tra queste pagine l’autrice fa i conti con la sua non autosufficienza, e si pone, in ultimo, in un dialogo immaginario col marito mettendosi nei suoi panni. Nel mezzo ci sono romanzi celebri come “La spiaggia del lupo” o “Tosca dei gatti” (primo best seller scritto da una donna dopo “La storia”) di ambientazione ligure, mentre “Il polline”, “Fuori scena”, “Tra le mura stellate”, sono omaggi al Piemonte, queste infatti sono le sue due terre. Il mare e la collina ricorrono costantemente nella sua scrittura che è fortemente impregnata di suggestioni naturalistiche. Tutti i suoi personaggi, spesso preda di scavi interiori, vanno a ritrovarsi nella natura che esce spesso dallo sfondo per farsi personaggio vivo e palpitante.
Rosetta Loy, la terza del mio gruppo immaginario, crede che pubblicare, per lei, sia impresa impossibile. I suoi genitori non vogliono che lavori. Sceglie un marito bello e intelligente, fotografo e poeta, ma costretto a un lavoro di consulente legale per mantenere la famiglia. Lo vede superiore a lei. Avranno quatto figli, altro motivo valido per procrastinare le ambizioni letterarie. Infatti è dalla crisi matrimoniale e dall’incontro con Cesare Garboli, con cui avrà una relazione dopo la morte prematura del marito, che Rosetta prende il coraggio di scrivere, o meglio di pubblicare.
Il suo primo romanzo “La bicicletta” viene proposto a Einaudi che lo rifiuta.
Dopo la bocciatura al consiglio editoriale, i tipi di Einaudi le chiedono una traduzione, che farà con successo. Dopo la traduzione riscriverò “La bicicletta”, rovesciando la narrazione. A quel punto rimanda il manoscritto a Garboli il quale lo propone a Ginzburg che questa volta apprezza (nella prima versione era stata sempre lei a rifiutarlo). Dal momento in cui Ginzburg dà il suo assenso, il romanzo viene accettato da Einaudi e Loy non abbandonerà mai più la scrittura.
Rosetta Loy, superate le prime difficoltà legate alla pubblicazione, è stata in vita apprezzata dalla critica e da generazioni di lettori, ha ottenuto premi importanti: il premio Viareggio, il Campiello, il Premio Rapallo, Grinzane Cavour, solo per citarne alcuni. La sua opera più premiata e famosa è “Le strade di polvere”, un romanzo storico che narra le vicende di una famiglia monferrina, dalla fine dell’età napoleonica ai primi anni dell’Italia unita. La sua produzione spazia tra romanzi di formazione, opere di ispirazione autobiografica, romanzi storici, memoir e addirittura un romanzo/saggio che parla degli anni di piombo.
Quello che sorprende è la qualità della scrittura, la costruzione delle scene in un montaggio quasi cinematografico, l’emergere spontaneo delle voci dei personaggi (i suoi sono quasi sempre romanzi corali) che vengono da subito contraddistinti con alcuni tocchi lievi e sapienti che li rendono riconoscibili. Le sue donne: quelle antiche, quelle moderne, quelle emancipate, quelle che vivono amori che non confesseranno mai, le ragazze appassionate. La passione per Loy è un sentimento infantile e importante, e lo sa raccontare in maniera impareggiabile. La sua capacità di inquadrare l’adolescenza: età piena di aspettative e amori infuocati è unica; gli amori che vivono tempi diversi e non combaciano mai, il perdersi e il conseguente adattamento, sono i tratti più affascinanti della sua scrittura.
I primi romanzi raccontano l’infanzia e l’adolescenza: “La bicicletta”, “La porta dell’acqua”, “Ahi, Paloma”, partendo da case di famiglia e spunti autobiografici.
Al centro della sua opera c’è la Storia che incide inesorabilmente sulle vite dei personaggi ma non li cambia, sempre tesi a una libertà possibile e connotati da una sorta di innocenza e da ideali che progressivamente tramontano. L’epoca della guerra l’ha vissuta e, senza scrivere romanzi a tesi, sa raccontare l’indicibile e allo stesso tempo la capacità di portare avanti vite normali nella tragedia. Quelli che più di tutti hanno al centro l’Olocausto sono “La parola ebreo” e “Cioccolata da Hanselmann”.
Il racconto di una famiglia tra la guerra e il dopoguerra è “Nero è l’albero dei ricorsi, azzurra è l’aria”.
Il successo però arriva col pluripremiato “Le strade di polvere”, un romanzo storico, che racconta di una famiglia, quattro generazioni, dall’800 ai primi anni dell’Italia unita, una famiglia contadina che diventa possidente.
I suoi romanzi più autobiografici (anche se la famiglia è spesso la sua e i luoghi e le case sono quelli della sua infanzia, in quasi tutti i romanzi) sono “La prima mano” che addirittura esce prima in francese e racconta la sua storia attraverso la guerra e il disfacimento del paese, in un doppio livello che alterna fatti a pensieri; e “Forse” Un libro in forma di diario, dall’infanzia al matrimonio con Beppe, alla morte del padre, la prima figlia, rimane comunque un racconto di sé sullo sfondo del Secolo Breve. Colpisce che l’autrice concluda la sua carriera con “Cesare” altro romanzo in parte autobiografico che dovrebbe raccontare il suo rapporto con Cesare Garboli ma finisce per dar risalto solamente a lui, alla sua figura, esaltando la storia e lo spessore intellettuale del critico. Mentre lei fa un passo indietro rispetto alla grandezza di lui, come a ritornare sugli stessi motivi che hanno tardato e reso più complicato il suo esordio letterario, quel sentirsi sempre un po’ da meno.
