La grazia e le scarpe ortopediche. “La ragazza di Savannah” di Romana Petri

Flannery O’Connor fu una scrittrice di mestiere, il suo nome è diventato un’icona, soprattutto per via dei suoi racconti implacabili e perfetti, eletti a narrazioni modello. Poi ci sono le riflessioni, le interviste, le lettere, i saggi: vademecum fondamentale. I suoi scritti possiedono la qualità, rara, di portarci di fronte alle domande spudorate che la vita ci pone e che noi, con imbarazzo, rigiriamo alla letteratura nel tentativo disperato di trovare un senso. Per lei la scrittura non era fuga dalla realtà, era immergervisi, anzi, nella realtà. Il senso della sua scrittura non risiede solo nella religiosità, così crudele, così vera e palpitante, ma anche nel punto di tensione a cui tutti i personaggi arrivano prima o poi e nel miracolo di cui ci rende partecipi, che è un miracolo fatto di materiale povero, umile, polveroso, un miracolo che nasce da una rottura, dalla perdita dell’equilibrio, dalla vertigine.
Personalità eccentrica, cattolica fervente, ortodossa anche nella narrazione, come Dostoevskij, non parla solo ai credenti, ma ha il dono di toccare, nel profondo, atei e cattolici allo stesso dolorosissimo modo.
Morì a soli 39 anni a causa del lupus eritematoso sistemico, una malattia autoimmune che aveva colpito il padre a sua volta. Quando le fu diagnosticato, le diedero cinque anni di vita, ne sopravvisse altri quindici tra attacchi e dolori atroci. Amava tutti i tipi di volatili ma, in particolare, allevava pavoni, arrivò ad averne un centinaio.
Di lei colpisce il coraggio con cui sfidò la malattia, durante la quale scrisse oltre trenta racconti, due romanzi e moltissime recensioni, arrestando il lavoro solamente durante le crisi.
Lo scorso anno, quando ricorreva il centenario dalla sua nascita, è uscito “La ragazza di Savannah”, l’autrice, Romana Petri, che non è nuova alle biografie romanzate (previene a questa dopo aver scritto di Jack London in “Figlio del lupo” e di Antoine de Saint Exupery in “Rubare la notte”), ha saputo restituire un’immagine palpitante e affettuosa di questa grande scrittrice, riuscendo nell’impresa di coniugare profondità, ampio respiro, e un punto di vista interessante per i lettori di O’Connor, che ritrovano qui spunti interessanti e una prospettiva che le rende finalmente giustizia.
O’Connor è forse la scrittrice più amata da chi scrive. Fondamentalmente conosciuta per essere stata una cattolica ortodossa e per la sua malattia, in molti casi può irritare fino a diventare respingente, ma una volta entrati nel suo mondo se ne è conquistati al punto da non riuscire più a staccarsi.
I suoi racconti e romanzi sono semplicemente perfetti, non ti consentono la minima distrazione, obbligano il lettore a soppesare ogni singola parola, perché nessuna è di troppo, tutto è necessario, preciso, chirurgico. Struggenti sono i personaggi, terribili le situazioni in cui vengono scaraventati, come struggente è lei, Mary Flan (quest’ultima invenzione dell’autrice) la bambina di otto anni con le scarpe ortopediche in lotta con l’angelo custode, per come entra in scena nelle prime pagine della trasposizione letteraria di Petri, e da subito ci si affeziona indissolubilmente.
Il libro è ben documentato ma anche libero nell’interpretazione. Emerge il ritratto di una donna guidata dalla chiarezza delle proprie ambizioni e da una fede incrollabile e terribile, da passioni forti come quella per i pennuti e per il cibo. Una ragazza circondata dall’affetto di un padre complice, che la comprende, e una madre generalessa che, pur addormentandosi mentre legge i suoi racconti, la protegge e ha come missione il tenerla in vita il più a lungo possibile. Entrambi i genitori sono assolutamente certi della sua grandezza. “Questa creatura sarà una fabbricatrice di rabbia”, diranno di lei.
Sono infatti il talento e il genio i protagonisti assoluti del romanzo. La lettura e la scrittura entrano in scena da subito nella vita di O’Connor che, già molto brava a dipingere, inizialmente voleva diventare illustratrice, ma poi scrive il primo libro a dieci anni e da lì il corpo a corpo con la scrittura non le darà più tregua.
La Flannery di Romana Petri è una donna dalla battuta pronta e in lotta con il bigottismo, che si schernisce, ma in fondo è tenera. Una fervente cattolica lontano dalla ritualità di facciata, convinta che la parola di Dio sia anche violenta e che la grazia sia una condanna. Una cattolica che legge di tutto, senza porre vincoli o censure, che accetta come normale l’omosessualità, convinta che Dio si rivolga direttamente ai balordi.
La sua fama letteraria arriva presto e, quando le viene diagnosticata la malattia del padre, ingaggia una vera e proprio lotta contro il tempo per scrivere il più possibile, da un lato sicura di sé, durante i pubblici incontri dichiara che la scrittura è una cosa che le riesce bene e non esita a scagliarsi contro i letterati che dimostrano di non capire i suoi racconti, dall’altro insicura e ossessionata dalla perfezione, sottopone la sua opera a continue revisioni, arrivando addirittura a scrivere e revisionare allo stesso tempo. Generosa con gli altri, legge tutti i racconti che le vengono inviati.
Ha poche amiche, una di queste, Betty Ester è un’amica di penna con cui parla moltissimo di religione. Ne parla anche con gli uomini di cui si innamora, che però la rifiutano. Non avrà mai un uomo ma lei, sensuale e passionale, ha sempre sublimato col cibo.
A un certo punto la malattia le fa perdere i capelli e marcire i denti, eppure non smette di scrivere: la cosa che desidera di più. Dichiara che avrebbe voluto una famiglia e dei figli, ma non ha mai avuto nessun uomo, ha ricevuto solo tre baci, uno dopo l’altro, in vita sua, poi lui è scomparso.
Eppure lei, che ha frequentato così poco il mondo, dimostra di conoscerlo fino in fondo. Sarà che lo scrittore non vede le cose con gli occhi ma con le radici che partono dagli occhi e arrivano al cuore, così afferma e quello che ha scritto ce lo ricorda tutt’ora.
Dove sta il cattolicesimo nelle cose terribili che ha scritto? Dove si trova la grazia di cui tanto si parla nei suoi racconti? Le peggiori azioni ci portano a conseguenze terribili che ci faranno vivere l’inferno in terra ed è attraverso l’infermo che otterremo la grazia, la grazia è dolorosa, se la accetti è un dramma. La grazia si trova nel territorio del diavolo.
Il concetto di grazia, così come lo intende Flannery O’Connor, l’ho intuito solo quando mi sono decisa a leggerla ed è stato lì, tra i suoi balordi, ladri, assassini, madri terribili, storpi, derelitti, attraverso la sgradevolezza, l’irritazione, le ingiustizie, che ho intravisto la grazia. Comprende intimamente il male e il bene tanto da saperlo mettere a disposizione del lettore è opera di un genio. Sono infinitamente grata a Romana Petri di avermela fatta incontrare così da vicino.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *