Il problema del corpo e della bellezza: De Stefani, Masino, Banti

La bellezza non è sempre un vantaggio. Noi donne sappiamo bene come funziona. Noi che per tutta la vita ci sentiamo giudicate, sopra tutti, attraverso il parametro della bellezza (canone con il quale, presto o tardi tutte noi facciamo i conti) siamo abituate a non sentirci mai abbastanza belle, a essere soppesate sulla base dei nostri difetti, a volerci migliorare fisicamente per aderire a qualche ideale che quasi mai ci rappresenta. Molte di noi lottano tutta la vita per mantenere intatte qualità che sono destinate, per natura, al cambiamento. Molte si sentono libere solo nel momento in cui il tempo le allontana dagli stessi canoni.
Livia De Stefani è un’autrice che ha sempre sentito il peso della sua grande bellezza come un handicap. Infatti, appena iniziano a imbiancare prematuramente, smette di tingere i capelli e si sente finalmente libera. Lei stessa dichiara in un’intervista a Sandra Petrignani: “Arduo per una donna che ci tiene a esser bella farsi accettare in campo letterario, non sono mai riuscita a essere bohémienne mentre le scrittrici ai miei tempi erano piuttosto sciamannate”.
E proprio lei, Livia De Stefani, assieme a Paola Masino e Anna Banti è un’autrice per la quale il corpo ha avuto un peso specifico importante.
Sono autrici che hanno sentito in maniera troppo opprimente l’attenzione sulla propria bellezza e che hanno sofferto la condizione di restare all’ombra di mariti autorevoli.
De Stefani nasce a Palermo nel 1913. È di famiglia borghese, i suoi sono proprietari terrieri, lontani da interessi letterari. Trascorre l’infanzia tra Alcamo e Partinico. La sua è una famiglia molto legata alle tradizioni. I suoi genitori sono pure mistici, fermamente contrari alla figura della donna scrittrice ritenuta una specie di figura demoniaca. Il padre amministra le terre, la madre fa catechismo in una maniera molto alternativa e divertente, raccontando storie ai ragazzi che frequentano la sue lezioni. Livia studia a casa per via di una malattia alla pelle di cui non si capisce l’origine, questo isolamento la porta a contatto con la letteratura e le storie. A dodici anni incontra la tragedia greca e ne rimane talmente conquistata da volerla riproporre in chiave moderna.
Scrive la sua prima poesia a sette anni, ma esordisce in prosa a quaranta con una quantità di inediti nel cassetto. Con i racconti che poi confluiranno ne “Gli affatturari”, partecipa a un concorso a Venezia. Mondadori la manda a chiamare chiedendole, invece dei racconti che non vendono, un romanzo. Le non si scompone e dice di avere il manoscritto pronto, ma è non è vero. C’è da chiedersi se un collega uomo, al suo posto, avrebbe rifiutato quella condizione, che esclude completamente il valore artistico dell’opera e la retrocede alla stregua di merce, sta di fatto che Livia considera questa la sua grande occasione. Di ritorno dalla Mondadori, in autobus, legge un articolo che parla di un dramma che sconvolge Mazara del Vallo, un mistero pesa sulla morte di una ragazza di diciassette anni. “Ecco trovata la mia tragedia” dice. Da quell’idea scrive, in soli otto mesi, “La vigna di uve nere” il suo romanzo d’esordio.
Quella che racconta è la sua terra, una Sicilia vista da un punto di vista non politico (Vittorini) o di costume (Sciascia), la sua è una Sicilia più arcaica, quella del mito, antica e sempre uguale a se stessa.
Spetta comunque a lei, rispetto ai due celebri colleghi, il primato del racconto della mafia in letteratura. La sua poetica è dissacrante nei confronti della società patriarcale e costrittiva, che guarda con ironia e dipinge con stile grottesco. La sicilianità è la sua cifra. L’essere siciliani significa avere un pensiero che può sconfinare nella follia. Da quando inizierà la sua carriera non abbandonerà mai più la scrittura, però il suo esordio tardivo deriva dal fatto che, per entrambe le sue famiglie, quella di origine e quella che ha costituito, la scrittura per una donna viene considerata un capriccio. Le sue tante frequentazioni romane sono: Picasso, Stravinskij, Achmatova, Borges, Palazzeschi e molti altri. Tra queste, la persona che invidia di più è Stravinskij, assistito in tutto e per tutto dalla moglie e da un segretario, così da poter essere libero di creare, libero di essere l’artista che è, libero di ironizzare sulla banalità della realtà, che non ha mai conosciuto davvero.
Masino nasce a Pisa nel 1908, il padre è un funzionario del ministero dell’agricoltura. Da piccola è molto legata al padre, grande lettrice, a sedici anni scrive un dramma teatrale. Nel 1927 incontra Massimo Bontempelli, lei ha diciannove anni, lui quarantanove ed è separato. Con lui passerà il resto della vita. Viaggeranno molto.
Grazie a questo incontro Masino entra molto presto, già agli inizi degli anni ’30, come protagonista nella società letteraria dell’epoca, pubblica Monte Ignoso (stroncato da Gadda su “Solaria”) e “Decadenza della morte”.
Le sue tematiche: il primordiale, la perdita dell’origine, la contaminazione tra vita e morte, quello che si cela dietro la maschera del reale, la follia, l’amore materno, il mito, le parabole, la collocano al centro del realismo magico. Però molto presto si segnala una pausa nella sua produzione letteraria. Nel ’37 il regime fascista esilia Bontempelli. La coppia andrà a vivere da Roma a Venezia. Vivono in un palazzo storico e lei, come padrona di casa, senza alcuna esperienza, è oberata dalle varie incombenze. Il silenzio di scrittrice è dovuto a vari problemi, pratici e psicologici. Capisce che per scrivere e pensare bisogna che la mente sia sgombra da tutte le incombenze domestiche. A un certo punto, negli anni ’50, Bontempelli si ammala e lei si deve adattare a scrivere di tutto per guadagnare, resta in piedi a lavorare ogni notte. Alla morte di Bontempelli si dedicherà alla sistemazione del suo archivio. Ma per sé stessa ritaglia pochissimo spazio. La sua bellezza la relega spesso a compagna “decorativa” del Maestro, per tutta la vita però continua a scrivere appunti e a pensare a progetti letterari, oltre a vivere il conflitto tra l’essere scrittrice e il destino di essere donna.
È nel periodo in cui deve svolgere il ruolo di donna e padrona di casa che inizia a scrivere “Nascita e morte della massaia”, solo che i doveri famigliari le impediscono di portarlo a termine e questo le crea ansia. Nel frattempo collabora con riviste come “Domus”, scrive racconti. La “massaia” deve inizialmente uscire per Mondadori. Mondadori desiste per i tagli dettati dalla censura, poi esce a puntate e finalmente c’è l’edizione di Bompiani del 1945 tra mille polemiche.
La “massaia” è un libro maledetto, tutti ne tessono le lodi ma nessuno ha il coraggio di parlarne, è un libro che parla di nascita e adeguamento a un ruolo, dove la maternità non è una virtù ma una condanna.
Lucia Lopresti (Anna Banti) nasce a Firenze nel 1895, figlia unica, il padre è avvocato per le ferrovie, per cui da quando è piccola viaggia per l’Italia. Da sempre molto legata ai genitori, vive a Bologna fino al 1905, poi si trasferiscono a Roma. Inizia a scrivere molto piccola. Nel 1912 al liceo sceglie storia dell’arte come materia sperimentale, il suo insegnante è Roberto Longhi, lui è un giovane professore pallido che sembra voler mantenere le distanze, lei è subito colpita dalla lezione sulla “Primavera” del Botticelli, si appassiona alla materia e s’innamora di lui. Si sposano nel 1924. Le ambizioni di Lucia sono quelle di diventare una storica dell’arte ma ben presto si accorge che non potrà mai superare, né tantomeno eguagliare, il marito. Lungi dal vederla come una competizione, si rende conto che di studiosi come Longhi, nella stessa famiglia, ne basta uno. Sebbene stia tentando di ritagliarsi la sua nicchia alla ricerca di autori dimenticati (Lorenzo Lotto) e alla riscoperta dell’altra metà dell’arte ovvero le donne artiste, Lucia sa che non potrà mai occupare uno spazio autonomo in quest’ambito, sarà sempre la moglie di… la sua giovane età e la bellezza non agevolano il conseguimento di una posizione.
Per diverso tempo è impegnata a trovare il suo posto nel mondo tra incarichi alla sovrintendenza, il ruolo di assistente del marito, diventa pure creatrice di bambole, poi ricomincia a scrivere, una vecchia passione. Nel ’34 inizia a scrivere “Itinerario di paolina”, scavo nell’infanzia e adolescenza dove ricorrono alcuni temi come: indipendenza, scetticismo sul matrimonio, misticismo monacale, desiderio di fuggire/morte, trovare la propria strada. Lo fa di nascosto dal marito, convinta che quella della narrativa sia un’abitudine frivola. Intentare storie non ha nulla a che vedere con il rigore dello studio, per questo mantiene a lungo il segreto col marito, è a ridosso della pubblicazione del primo romanzo che svela il segreto a Longhi, che non sembra sorpreso.
Decide subito di avere uno pseudonimo per non mettere in imbarazzo la fama di Roberto Longhi, sceglie il nome di Anna Banti, una lontana parente della madre che indossava una veletta per paura di esporre la propria pelle al sole. Per lungo tempo nessuno ha saputo chi fosse davvero Anna Banti. All’Italia letteraria, che le chiede una foto, manda quella di una signora di mezza età, il gioco prosegue anche con Mondadori per una traduzione. Lopresti è bella, elegante, nota, teme che svelare la propria identità possa distogliere l’attenzione sul suo lavoro. Per tutta la vita accarezza l’idea di ritirarsi in convento, ipotesi che vagheggia per fuggire alla vita mondana che tanto la infastidisce. Anche se è riconosciuta dal marito certe volte si sente come Virginia Woolf. Quando diventerà famosa si chiederà quando verrà il momento per lei di avere il suo posto, il suo spazio. La scrittura è il punto di arrivo dei suoi desideri scomposti. Sarà col suo romanzo più doloroso, “Un grido lacerante”, che è anche l’ultimo e si configura come un’autobiografia, che svelerà di essersi sempre sentita fuori posto, un’usurpatrice anche nel mondo della letteratura e di aver sempre accarezzato l’idea di ritornare alla storia dell’arte, per tutta la vita scomoda ovunque.
Non è un segreto oggi che la bellezza per le donne sia una prigione, uno stigma, qualcosa che caratterizza, squalifica oppure invece promuove. Se oggi le cose non sono tanto migliorate, figuriamoci all’epoca di De Stefani, Masino, Banti, tre scrittrici importanti, ciascuna a suo modo pionieristica, (De Stefani la prima donna a raccontare la società mafiosa, Masino che mette in luce attraverso il romanzo la società patriarcale, Banti con la sua prosa elegantissima, che riscopre le grandi artiste del passato) tutte e tre, ahimè, piuttosto dimenticate e uscite per molto tempo dai cataloghi delle case editrici.

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