Inès Cagnati, una narratrice

Inès Cagnati (1937 – 2007) è figlia di contadini italiani emigrati in Francia, cresciuta povera e isolata nella cittadina di Monclar, non parlava francese finché non andò a scuola e, malgrado sia diventata insegnante di lettere, racconta come una tragedia la naturalizzazione. Davvero, come si racconta in uno dei suoi romanzi, ha avuto quattro sorelle. Davvero, come si racconta in un altro romanzo, ha sofferto per la mancanza di affetto da parte della madre. “Génie la matta” è uscito nel 1976, ma viene tradotto e pubblicato in Italia nel 2022. Nel 2023 esce in Italia l’altro romanzo breve “Giorno di vacanza” e infine nel 2026 la raccolta di racconti “I pipistrelli”.


La sua opera concorre a costituire un unicum: un mondo suggestivo e terribile. L’infanzia è l’ambito in cui si muove questa autrice che dimostra una grande una sensibilità nei confronti dei traumi subiti nei primi anni di vita (i più sfortunati, dice). Solitari sono i bambini, i vecchi, i matti e coloro che stanno ai margini. L’altro tema è la condizione dello straniero, che riguarda tutti, indistintamente. Stranieri si è sempre e ovunque. Se il consorzio umano è foriero di sofferenza, è nel mondo della natura, tra gli animali, che i personaggi di Cagnati, perlopiù bambine o adolescenti che vagano senza sosta, trovano rifugio.
Gènie è la matta del paese. Smette di parlare appena resta incinta, in seguito a una violenza subita, per colpa della quale viene ripudiata dalla famiglia. Andrà a vivere in una casa sperduta con la figlia illegittima, che stravede per lei, mentre lei la terrà sempre a distanza perché la sua presenza rappresenta il ricordo costante del trauma subito.


Gènie ricorda la Pipistrella, protagonista de “La donna senza nome”, ultimo racconto della raccolta “I pipistrelli”, una di cui si dice in giro che sia matta, vive in uno scantinato e non si ricorda nemmeno dei suoi figli. Eppure la donna senza nome non si percepisce pazza, non ha alcuna percezione di sé, sono gli altri a delinearne l’identità, a tracciare i suoi confini a considerarla straniera. Sembra che i racconti siano le bozze per la costruzione dei protagonisti dei romanzi (comunque brevi), presenze che vagano in un contesto rurale, randagie e diseredate. Ci muoviamo in una continuità di spazi, luoghi e personaggi, diverse angolature per riprendere lo stesso scorcio, nuove prospettive per osservare la stessa umanità in un cerchio che si chiude. Ma forse, e soprattutto, ci troviamo di fronte a un’indagine che va al nucleo di quello che sta più a cuore all’autrice: la condizione di esule e le sofferenze inferte dal contesto umano nei confronti della diversità.


Come il grembiule verde di Galla, diverso da quello rosa di tutte le altre bambine, in “Giorno di vacanza”, il riflettore è spesso puntato sull’atipico, le anomalie, l’irregolarità. Ma colui che è tale non lo sa e quindi è condannato all’infelicità, così è la “pipistrella” e pure Galla che oscilla continuamente tra amore e rabbia, desiderio di rivalsa e fuga consolatoria, maltrattata da una famiglia che cerca e di cui si vergogna allo stesso tempo. Il padre le dice “Vattene”, dopo che lei ha pedalato per trenta chilometri per raggiungere la famiglia, mentre le insegnanti la mettono continuamente in punizione, in un rimpallarsi di disagi dove l’unico sollievo è dato da un cane e una doccia rinfrescante.
La scuola è alla base di tutto, motivo di affrancamento, rivalsa sociale, crescita:
“Sa leggere, scrivere e contare, non sono cose importanti queste?” dice la madre della bambina che è preoccupata di non riuscire a passare l’esame nel racconto “La tacchinella”.
Eppure la scuola è motivo di esclusione, perché le protagoniste di Cagnati sono diverse da tutti, da compagne come Fanny (bellissime e perfette), sono nere come zingare e non riescono a passare gli esami.
La natura che sovrasta e governa è l’unica consolazione, perché anche nei suoi aspetti più duri non è mai crudele in maniera gratuita. Solo immersi nella natura sono a loro agio questi personaggi randagi, che si lavano nei ruscelli, dormono nei pagliericci coi cani, sorvegliano le mucche, mal si adattano ai contesti umani e quel poco di conforto che sembra spettare loro lo trovano altrove.
“Ballo sotto il sole, Milan mi saltella attorno, io ballo e canto… giro sempre più veloce… giro e tocco il cielo matto… giro e il sole saltella per la gioia… gli alberi vacillano, gli alberi si ribaltano, cado in mezzo ai petali caldi del sole”, racconta la protagonista del racconto “L’infedele” lei bada le mucche, il padre la picchia e ha come unico amico un cane: Milan.
Marie è la voce narrante di “Gènie la matta”, la figlia illegittima, che racconta, guarda il mondo ma soprattutto osserva sua madre, la insegue, la ama; mentre la madre, Génie appunto, è chiusa in un mondo di dolore, ossessionata dalla sopravvivenza e dal lavoro.
Marie è una bambina che osserva senza capire, condizione che riguarda anche il lettore, il quale attraverso gli occhi della narratrice mette assieme i pezzi frammentati di queste esperienze umane.
Galla invece torna a casa, per un unico, sfortunato, giorno di vacanza. Nell’omonimo romanzo si ritrova a contatto con la realtà, quella dura della sua famiglia, che nei suoi vagheggiamenti aveva idealizzato, ma invece resta povera, in senso intimo e soprattutto evitante. La dedizione al lavoro, l’attenzione univoca agli aspetti pratici della vita, l’impossibilità di esternare i sentimenti, rendono inospitale la famiglia e così lei, com’è arrivata, accolta con quel “vattene” del padre, torna indietro con la testa immersa nei pensieri. Galla e Marie si somigliano nella loro condizione marginale, si differenziano nel fatto che Galla fa uno scatto in più, anche solo d’immaginazione, mentre Marie resta inchiodata, però entrambe implorano l’affetto dei genitori, soprattutto della madre, in maniera ottusa e senza speranza.
La miseria, la follia, l’emarginazione sono tutte condanne inevitabili, perché la vera disgrazia, quella che detta le regole è la povertà.
Nella prosa di Cagnati non c’è condanna né assoluzione. L’autrice resta equidistante dalle sue protagoniste che agiscono per rispondere a un’esigenza, per dolore, mai per calcolo. Le sue sono favole spietate. La bellezza, che pure c’è, è nella natura, negli animali, i quali pure rappresentando un mezzo di sostentamento, possono riservare sorprese.
In Cagnati, la cui biografia aderisce al contesto in cui ambienta le sue storie, l’autofiction è più evocazione che una condizione, più rappresentazione, che pratica; eppure nel suo insistere sulla memoria, su quello che è stato, nell’andare negli angoli, alle origini degli strappi, nella crudezza, nel non fare sconti su niente ricorda Ernaux, forse e soprattutto per quello sguardo indagatore che osserva senza trovare soluzioni, che resiste nel non tirare le somme, ma affonda in maniera implacabile la lama nella carne. E mi viene in mente anche a un’altra autrice francese Marie Darrieussecq (“Troisimi” e “Fabbricare una donna”) più attenta alla psicologia, ma altrettanto analitica e con una spiccata sensibilità per quello che accade nelle manifestazioni imminenti, nella precisione dello sguardo, nell’assenza di soluzioni. Tutte e tre queste autrici hanno il dono della grazia e la capacità di toccare un nucleo di autenticità umana da cui è difficile sottrarsi.

 

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